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Aristotele, la virtù individuale e la natura della giustizia politica

La nostra cultura riconosce certamente a Platone il merito di aver individuato le domande fondamentali necessarie per l'inquadramento del tema della giustizia

di Vittorio Pelligra

(BrunoWeltmann - stock.adobe.com)

5' di lettura

La nostra cultura riconosce certamente a Platone il merito di aver individuato le domande fondamentali necessarie per l'inquadramento del tema della giustizia ed in particolare per quanto riguarda il rapporto che esiste tra la sua dimensione individuale e quella sociale. Una società ben ordinata, infatti, per Platone, presuppone individui giusti e, al contempo, la possibilità della loro rettitudine è vincolata all'esistenza di una organizzazione sociale, di una polis, fondata su principi di giustizia. Quando nel Protagora Ermes chiede a Zeus se la giustizia debba essere distribuita tra gli uomini in maniera identica a ciascuno oppure, come accadde per le arti, in misura abbondante ma solo ad alcuni, la risposta di Zeus è inequivocabile: “A tutti, e che tutti n'abbiano a partecipare che non potrebbero esistere le città, se ne partecipassero pochi come dell'altre arti”. La giustizia individuale viene considerata, quindi, come condizione necessaria per la stabilità stessa della vita in comune.

La posizione di Aristotele

Un esempio dell'assenza di distinzione tra la dimensione individuale e quella sociale tipica del pensiero dei greci nel quale la soggettività è ancora lungi dal diventare la prospettiva principale dell'indagine sul mondo. Questa posizione emerge, metodologicamente, anche in Aristotele. Nella sua suddivisione sistematica delle scienze: dopo quelle “teoretiche”, troviamo quelle “pratiche” che riguardano i fini e la condotta degli uomini, sia come singoli individui che come membri di una comunità politica. È significativo, in questo senso, che Aristotele definisca “filosofia delle cose dell'uomo” (o “politica”) la scienza che studia l'attività degli uomini come singoli e come cittadini e solo successivamente distingua l'“etica” dalla “politica”, subordinando così la prima alla seconda coerentemente con una concezione secondo la quale l'uomo fiorisce e diventa eccellente nell'esercizio della virtù (areté) primariamente come cittadino nell'ambito di una comunità politica. Per comprendere cosa si intenda con “giustizia” occorre, quindi, innanzitutto capire cosa definisca il termine “virtù”.

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La medietà tra due vizi

Per Aristotele questo indica essenzialmente una “medietà” tra due vizi, uno caratterizzato dal difetto e l'altro, invece, dall'eccesso. In questo senso sarebbe più che sbagliato identificare la medietà con la mediocrità; la prima è infatti esattamente il contrario della seconda. Questa rappresenta non tanto un compromesso dei due estremi quanto piuttosto il loro superamento, l'affermazione della razionalità sull'irrazionalità. Ritroviamo in questa visione gli echi pitagorici della teoria platonica dell'armonia che abbiamo discusso la settimana scorsa. Armonia fondata sulla misura (péras) incorporata nella “saggezza” come rispetto del limite verso sé stessi e nella “giustizia” intesa, invece, come rispetto dei limiti verso gli altri. Armonia che diventa così elemento necessario all'equilibrio e alla stabilità della vita in comune. In questa prospettiva della virtù, allora, il coraggio è dato dalla medietà tra la temerarietà e la viltà; la temperanza è il giusto mezzo tra la dissolutezza e l'insensibilità; la mansuetudine, tra l'iracondia e l'impassibilità; la giustizia, infine, rappresenta la virtù media che armonizza il guadagno e la perdita. Una virtù, la giustizia, prima tra le altre, però. “Si pensa spesso che la giustizia sia la più importante delle virtù – scrive infatti Aristotele - e che né la stella della sera né la stella del mattino siano altrettanto degne di ammirazione. E col proverbio diciamo: Nella giustizia è compresa ogni virtù”.

La natura politica della giustizia

Anche in questo caso l'elemento fondamentale è legato alla natura politica della giustizia. Essa, infatti, rappresenta in primo luogo la caratteristica prima delle leggi dello Stato, cioè dell'ambito privilegiato della vita morale e, per questo, virtù comprensiva di tutte quante le altre virtù. Ma un secondo elemento differenzia la giustizia dalle altre virtù. Per lo Stagirita, giustizia è essenzialmente una faccenda distributiva, un concetto che attiene al modo in cui i beni, le opportunità, i vantaggi, i guadagni e tutti i loro contrari vengono distribuiti tra i cittadini. Si capisce, dunque, come abbiamo visto fin qui, che ciò che è giusto è medio è ciò che è estremo è, al contrario, ingiusto. Esiste anche una seconda concezione di giustizia, una concezione nella quale la virtù assume un carattere più ristretto: si tratta della giustizia correttiva. Il principio che dovrebbe animare tutte quelle azioni volte a riparare l'ingiustizia derivante da una deviazione dall'ideale medietà nella distribuzione. Ma cosa fonda il principio che deve guidare la giusta distribuzione? La coerenza con la forma di governo adottata da ogni singola comunità politica, secondo Aristotele.

La subordinazione dell’etica individuale alla politica

E ancora assistiamo ad una subordinazione dell'etica individuale alla politica. Per questo una costituzione democratica privilegerà distribuzioni egualitarie, quella oligarchica, invece, una distribuzione che favorirà alcuni privilegiati, per nascita o per ricchezza; infine, una costituzione aristocratica, quella che Aristotele predilige, utilizzerà come principio distributivo quello delle virtù. Ne deriva una implicazione che certamente non può non urtare la nostra sensibilità moderna. Siccome, nella visione aristotelica, alcune condizioni e occupazioni impediscono, di fatto, il pieno esercizio della virtù, coloro che sono impegnati in tali occupazioni o caratterizzati da determinate condizioni, saranno esclusi dalla distribuzione giusta dei beni. Parliamo innanzitutto delle donne e degli schiavi e poi degli agricoltori, dei mercanti e degli artigiani.

La ricerca dell’eccellenza

Nessuno di loro potrà essere considerato cittadino a pieno titolo perché incapace o impossibilitato ad esercitare la virtù e a ricercare l'eccellenza. Molti commentatori contemporanei di Aristotele – Alasdair MacIntyre su tutti – pur criticando tale implicazione, sono inclini a pensare che questo aspetto della sua costruzione rappresenti una conseguenza della struttura sociale che caratterizzava i suoi tempi ma che, contemporaneamente, tale implicazione non infici il resto del suo sistema. Se Aristotele vivesse oggi, cioè, la penserebbe molto diversamente in merito. Rimane intatta, quindi, la validità logica della sua concezione di giustizia come principio redistributivo e correttivo. Perché questo principio possa essere effettivamente applicato è necessario che due condizioni vengano soddisfatte: occorre che ci sia una impresa collettiva le cui finalità comuni, coloro che vengono giudicati in base al merito, si siano impegnati a raggiungere e, secondo, che esista una visione condivisa rispetto alla misurazione di questi contributi e alla valutazione delle ricompense ad esse associate.

Il ruolo della polis

È solo nella polis, sostiene Aristotele, che tali due condizioni sono soddisfatte contemporaneamente e possono, quindi, garantire piena applicazione al principio di giustizia nell'attribuzioni di gloria, stima sociale e altre ricompense che di punizioni, sanzioni e biasimo. Un ultimo elemento è necessario prendere in considerazione a questo punto; ne tratta diffusamente Aristotele nell'Etica Nicomachea. Si tratta della questione della volontarietà delle azioni giuste o ingiuste. Così scrive: “Uno commetterà ingiustizia o agirà rettamente quando compirà ciò volontariamente; quando invece agisce involontariamente, né commette ingiustizia, né agisce rettamente […] L'ingiustizia e la rettitudine sono quindi determinate dalla volontarietà e involontarietà. Quando infatti un atto cattivo è volontario, è biasimato e diventa insieme un atto ingiusto: cosicché, se invece l'atto non è sorto da intenzione volontaria, sarà pur qualcosa d'ingiusto, ma non ancora un atto ingiusto”.La distinzione tra intenzione e atto è importante perché porta all'elaborazione di una teoria del premio e della punizione nella quale ancora oggi i nostri sistemi morali e normativi ritrovano le loro radici.

Il danno

Continua Aristotele: “Quando quindi il danno avviene in modo imprevisto, si dice disgrazia; quando invece accade non in modo imprevisto, però senza intenzione attiva, si dice errore. Quando poi si agisce consapevolmente, ma senza una premeditazione, allora il danno si dice atto ingiusto, come suol accadere sia per irascibilità sia per altre passioni che presentano per gli uomini un carattere di necessità o di naturalezza (e compiendo questi danni ed errando gli uomini commettono sì ingiustizie e questi atti son pur ingiusti, però non per questo ancora essi possono dirsi ingiusti o malvagi […] Quando invece il danno avvenga per proponimento, il suo autore è ingiusto e perverso”. Una visione di sorprendente modernità che pur in presenza di anacronismi oggi inaccettabili rende ancora il pensiero di Aristotele imprescindibile per chiunque voglia interrogarsi sui temi della vita buona e della giustizia politica.


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