Bilanci

Armani in forte ripresa nel primo semestre, fatturato 2021 vicino ai livelli pre Covid

Nel 2020, annus horribilis della moda, i ricavi diretti sono scesi del 25% a 1,6 miliardi, ma il patrimonio resta stabile a 2 miliardi e la liquidità supera il miliardo - Nel periodo gennaio-giugno di quest’anno le vendite sono cresciute del 34%, trainate da Cina e Usa

di Giulia Crivelli

4' di lettura

Giornate intense - volendo usare un eufemismo - per il gruppo Armani e il suo fondatore (nella foto sotto), fresco prima di tutto di esposizione mediatica planetaria grazie alle divise degli atleti italiani che partecipano alle Olimpiadi e Paraolimpiadi di Tokyo. Divise piaciute a molti, criticate da altri: tant’è, nemmeno Giorgio Armani può piacere a tutti. Poche ore prima erano arrivati gli obiettivi del gruppo sulla riduzione dell’impatto ambientale, proprio mentre a Napoli al G20 i ministri delle più importanti economie del mondo si accapigliavano sugli stessi temi. Adesso ci sono altri numeri, quelli del bilancio 2020 e i primi sull’andamento del 2021. E sono numeri che fanno ben sperare (nella foto in alto, scattata l’8 luglio, due momenti della sfilata Armani Privé, la collezione di alta moda disegnata dallo stilista, che viene presentata a Parigi durante i giorni dell’haute couture).

Giorgio Armani

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I numeri dell’impegno sul clima

Futili polemiche olimpiche a parte, il gruppo Armani è quasi inattacabile su un altro fronte, sicuramente più importante del gusto estetico, che per definizione è personale: mercoledì 21 luglio il gruppo ha presentato i due nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra (Ggh), approvati dalla Science Based Targets initiative (SBTi), istituzione nata dalla collaborazione tra Climate Disclosure Project, United Nations Global Compact, World Resources Institute e World Wide Fund for Nature (Wwf) che incoraggia e certifica l’impegno pubblico da parte delle aziende alla riduzione di emissioni di gas serra. Obiettivi più ambiziosi - va sottolineato - di quelli sui quali al G20 sul clima si è arrivati a un compromesso al ribasso.

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I numeri del bilancio e le anticipazioni sul primo semestre

Nel 2020 c’è stato un calo del fatturato indotto (cioè comprese le licenze) del 21% rispetto al 2019 a 3,3 miliardi di euro, con un risultato netto positivo dopo le imposte di 90 milioni e un patrimonio netto stabile oltre i 2 miliardi. Nel primo semestre il fatturato è però cresciuto del 34% rispetto allo stesso periodo del 2020 a cambi correnti (+38% a cambi costanti e +59% nei canali retail a gestione diretta, escludendo wholesale e licenze), tornando a una liquidità oltre il miliardo e con l’obiettivo di riavvicinarsi ai 4 miliardi di fatturato indotto a fine 2021.

Il dettaglio dell’annus horribilis

Nel 2020 i ricavi complessivi dei prodotti a marchio Armani nel mondo, comprensivi dei ricavi delle licenze, si sono attestati, dicevamo, a circa 3,3 miliardi, mentre i ricavi netti consolidati del gruppo sono calati del 25% – in linea con l’intero sistema moda –, arrivando a 1,6 miliardi. La flessione si è fortemente concentrata nel primo semestre dell’anno; già nel secondo semestre 2020 – si legge nella nota ufficiale appena diffusa – i ricavi netti consolidati evidenziano un netto recupero, nonostante le nuove ondate di contagi e l’intensificarsi dello stato di emergenza in Europa che hanno contraddistinto l’ultimo trimestre del 2020.

Gli indici di redditività

Nel 2020 il risultato operativo al lordo degli ammortamenti (Ebitda) è stato positivo per 263 milioni, mentre l’Ebit è negativo per 29 milioni. Dopo il contributo delle componenti finanziarie e tributarie, il gruppo ha archiviato il 2020 con un risultato netto consolidato positivo pari a 90 milioni, in base ai principi contabili Ifrs adottati per il bilancio consolidato. Rimane inoltre decisamente solida la posizione finanziaria, con disponibilità liquide nette pari a 925 milioni al 31 dicembre 2020, in calo del 24% rispetto al livello del 31 dicembre 2019. Il patrimonio netto consolidato a fine 2020 ammonta invece a 2,01 miliardi, sostanzialmente allineato ai valori di fine 2019 (2,025 miliardi).

La strategia del fondatore: less is more

«La flessione dei ricavi nel 2020 è da leggere non solo come una conseguenza della pandemia e della crisi del traffico e dei consumi, particolarmente penalizzante per il settore dell’abbigliamento – ha sottolineato Giuseppe Marsocci, vicedirettore generale commerciale del gruppo Armani – ma anche in coerenza con lo stesso principio strategico del less is more di Giorgio Armani. La scelta è stata infatti quella di contenere l’offerta delle nuove collezioni, in considerazione del momento storico, con un merchandising nei negozi allineato alle stagioni climatiche e con attenzione alle esigenze reali dei clienti finali. Il tutto nel rispetto dei valori della sostenibilità, oggi importanti più che mai».

I segnali positivi dal primo semestre 2021

Ed eccoci alla ripresa: i ricavi netti consolidati del gruppo Armani al 30 giugno 2021 evidenziano a cambi correnti una crescita complessiva del 34% rispetto al primo semestre 2020 (ovvero +38% a cambi costanti e +59% considerando il calendario retail nei canali a gestione diretta, escludendo quindi wholesale e licenze). La crescita è sostenuta in particolare dalla netta ripresa dei volumi di vendita in Cina e negli Stati Uniti già dall’inizio dell’anno e più recentemente anche in Europa. «La performance positiva del trend di vendita rispetto al 2020 prospetta naturalmente uno scenario di redditività decisamente migliore per il 2021, a meno di non auspicabili diffuse chiusure generalizzate del retail nel secondo semestre, dovute al Covid», si legge nella nota ufficiale.

Risorse per crescere, parola di Giorgio Armani in persona

Nel primo semestre 2021 il saldo delle disponibilità liquide nette registra un sensibile miglioramento e al 30 giugno 2021 risale al livello di 1.088 miliardi, assicurando le risorse finanziarie necessarie alla stabilità e alla crescita di medio-lungo termine del gruppo, come ha sottolineato lo stesso Giorgio Armani, presidente e amministratore delegato. «La ripresa di questi primi mesi del 2021, con risultati già vicini al 2019 nonostante la pandemia non sia ancora risolta, insieme alla resilienza mostrata dal gruppo nell’affrontare il momento più difficile del periodo pandemico nel 2020, mi rende particolarmente ottimista e determinato nel proseguire il mio percorso strategico di medio-lungo termine, caratterizzato, come sempre, da una grande attenzione alla qualità restando fedele alla mia filosofia estetica. L’obiettivo – ha aggiunto Armani – è di tornare entro il 2022 ai livelli precedenti alla pandemia, con oltre 4 miliardi di fatturato indotto e oltre 2 miliardi di fatturato diretto».

I rumor che si inseguono sulla vendita

Sono anni che si parla di possibili acquirenti del gruppo Armani e della possibile successione, anche stilistica. Nelle ultime settimane, in particolare, sono circolate ipotesi di un ingresso di Ferrari o Exor, smentite dal quartier generale di Armani. Ma i rumor continuano a correre, a maggior ragione in un periodo di grande fermento per l’intera industria della moda e del lusso, come dimostrano le notizie più recenti: l’acquisizione del 60% di Etro da parte di L-Capital, l’annuncio della quotazione di Ermenegildo Zegna a New York e l’ingresso, come socio di maggioranza, di Lvmh nel marchio di Virgil Abloh. E secondo gli analisti siamo solo all’inizio di una stagione di consolidamento e di M&A.


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