SIRIA

Armi Usa alle milizie curde, Erdogan non ci sta: «Sostengono i terroristi»

di Roberto Bongiorni

(AFP)

4' di lettura

La reazione – corale - non si è fatta attendere. «Inaccettabile», ha tuonato il vicepremier turco Nurettin Canikli. «Una minaccia per la Turchia», gli ha fatto eco poco dopo il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu. «Gli effetti non riguarderanno solo la Turchia. Un effetto negativo emergerà anche per gli Stati Uniti», ha rincarato la dose il premier Binali Yildirim. Infine ha preso la parola il presidente turco, Tayyip Erdogan «Vogliamo credere che i nostri alleati preferiscano sedersi accanto a noi, e non con un'organizzazione terroristica».

Trump-Erdogan, vertice la settimana prossima
Non sarà un incontro facile quello che il presidente turco avrà a Washington la prossima settimana con il presidente americano Donald Trump. Sul tavolo ci sarà un nuovo dossier, complesso: la decisione da parte dell'Amministrazione americana di inviare armamenti alle milizie curdo-siriane dello Ypg. È una scelta forte, capace di sparigliare le carte e complicare un conflitto già fin troppo complesso. In un momento, peraltro, in cui il presidente turco, fresco del successo elettorale nel referendum che ha rafforzato i suoi poteri, cercherà di cavalcare l'onda del nazionalismo.

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Mossa preparata
In verità tra i corridoi del Pentagono e della Casa Bianca si parlava già da tempo di inviare armamenti ai curdi siriani. Il timore di provocare una crisi diplomatica con la Turchia, un prezioso paese membro della Nato, aveva tuttavia consigliato di prender tempo. Ma sembra che di recente Trump stia cercando di accelerare la guerra contro lo Stato islamico. E l'alleato scelto dal suo staff per portare avanti la guerra sul terreno saranno le milizie curdo siriane dello Ypg. Spetterà soprattutto a loro sferrare l'offensiva finale contro la città di Raqqa, la capitale di fatto dello Stato islamico, la roccaforte dove è riparata la leadership jihadista.

I successi sul campo
Per Washington, e non solo, le Ypg rappresentano la milizia più organizzata e disciplinata all'interno del caotico e frammentato universo dell'opposizione siriana. Difficile sostenere il contrario. I curdi siriani hanno dimostrato con i fatti di essere affidabili. E, grazie anche al sostegno dell'aviazione americana, hanno conseguito molti successi militari contro i jihadisti dell'Isis, cacciandoli da un'area estesa 2.500 chilometri quadrati nella Siria settentrionale.
Scegliere un altro attore per non irritare la Turchia sarebbe un'operazione davvero difficile, oltreché destinata ad un probabile fallimento. L'alternativa sarebbe affidarsi a una delle tante milizie arabe che, non rado, forgiano alleanze temporanee con gruppi salafiti. O all'ormai ridotto – e frammentato - Libero esercito siriano.

Per Ankara sono terroristi
Per quanto la decisione di Washington appaia una scelta quasi obbligata, il problema non è di poco conto. Per il Governo turco le Ypg sono terroristi, una costola del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Ovvero il peggior nemico di Ankara che lotta da anni per l'autonomia di un'ampia regione della Turchia . Quando, nell'agosto del 2016, il governo turco ha dato il via all'operazione “Scudo dell'Eufrate”, entrando con decine di carri armati e centinaia di militari in territorio siriano, lo fece soprattutto per impedire alle milizie curde di annettere il distretto di Jarabulus, creando una lunga e ininterrotto zona curda lunga il confine turco, creando così le basi per uno Stato indipendente curdo alle porte di casa. «Sia lo Ypg che il Pkk sono organizzazioni terroristiche, non c'è nessuna differenza. Cambia solo il nome, e ogni arma che finisce nelle loro mani è una minaccia per la Turchia», ha precisato ieri il ministro degli Esteri Cavusoglu.

I raid turchi
Erdogan è determinato a stroncare ogni velleità dei curdi. Sia quelle del Pkk, all'interno del suo territorio, sia quelle dello Ypg, nel nord della Siria. Due settimane fa ha scoperto le carte. «L'operazione Scudo dell'Eufrate non sarà l'ultima in Siria». Solo lo scorso mese i raid aerei turchi contro le postazioni dello Ypg nel nord della Siria e nella regione irachena dello Sinjar hanno provocato la morte di 20 combattenti dello Ypg e di 5 – per errore – peshmerga .
Non è peraltro un segreto che la Turchia desideri creare una zona cuscinetto al confine, “ripulita” della presenza curda o quantomeno dell'attività politica e militare delle formazioni legate al Pkk e alla sua ideologia.
Poco conta, agli occhi di Ankara, che le Ypg rappresentino la spina dorsale (circa il 40%) delle Forze democratiche siriane (Sdf), la coalizione (che include anche milizie arabo siriane e piccole milizie tra cui turcomanni e assiri) alleata con gli Stati Uniti che da molti mesi combatte con successo contro lo Stato Islamico in Siria.

Possiblle riavvicinamento con Putin
Ankara adesso valuterà delle contromosse. Non è escluso un ulteriore riavvicinamento al presidente Putin. Come non è escluso che vogliano restare con gli stivali sul terreno in Siria. D'altronde l'operazione scudo dell'Eufrate, ufficialmente dichiarata terminata il 30 marzo, di fatto è ancora in corso. E nel contempo Erdogan ne ha annunciata un'altra –l'”Operazione scudo del Tigri”- che punta anche a colpire le milizie del Pkk che si stanno nascondendo nel Kurdistan iracheno.
Vincere la guerra contro l'Isis non riappacificherà la tormentata Siria. Nell'eventuale “dopo Stato Islamico” si rischia di aprire un vaso di Pandora. A meno che gli Stati Uniti e la comunità internazionale riescano a dare il via ad un complicatissimo negoziato con tutte le parti in causa. Non solo quelle siriane.

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