Mercato dell'arte

Armory Show: tra qualità e attenzione alle biennali

di Sara Dolfi Agostini


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3' di lettura

Un appuntamento del panorama fieristico newyorkese dal 1994, l'Armory Show aveva perso lustro negli ultimi anni, concedendo maggiore attenzione a concorrenti come Independent e Frieze. Tuttavia, dall'arrivo del nuovo direttore Benjamin Genocchio alla fine del 2015 la fiera è tornata a crescere. Quest'anno è in scena dal 2 al 5 marzo, le gallerie sono 210, con 71 nuovi espositori, e se da una parte non c'è più la separazione tra moderno e contemporaneo, dall'altra ad Armory Show debutta Platform, una nuova sezione sparsa per i Piers 92 e 94 e dedicata a progetti fuori scala, dove la galleria danese Susanne Ottensen ha subito venduto un'installazione di Lawrence Weiner da 250mila dollari.

Per il resto, è subito chiaro che a guidare le scelte e l'attenzione dei collezionisti è la Biennale di Venezia: quest'anno, per la seconda volta, la più istituzionale delle manifestazioni internazionali ha scelto di inaugurare a inizio maggio, e ciò rende la settimana fieristica newyorkese il palcoscenico adatto per promuovere le scelte artistiche della Biennale in un conteso commerciale, a poche settimane dall'annuncio della direttrice Christine Macel. Come i dipinti esistenziali di Irma Blank, che mettono in dialogo la tradizione della pittura con i rituali della scrittura: un'opera dell'artista è stata venduta a 60mila euro dalla galleria P420 di Bologna a pochi minuti dall'apertura della fiera. Stessa sorte per il giovane Julian Charrière, da Dittrich & Schlechtriem, con fotografie e installazioni da 13-43mila euro che esprimono il conflitto tra uomo e natura e rendono visibili gli effetti di una civiltà più celebrativa che critica.

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Il mondo naturale è protagonista nel lavoro di Kiki Smith, anche lei alla Biennale di Venezia, che nello stand di Lorcan O'Neill presenta una serie di disegni iconici da 20mila dollari e un arazzo da 95mila dollari. Accanto c'è Rachel Whiteread, che vedremo a maggio in galleria e a settembre alla Tate Britain, in un confronto delicato nell'estetica ma opposto nei contenuti: le sue cartoline bucate e dipinte, a 15mila dollari, e un trittico in resina dove ribalta delle tapparelle, a 180mila dollari, traducono in scultura lo spazio negativo dell'abitare attraverso strategie che inducono trasparenza e opacità.

Nella sezione Presents, dedicata a gallerie con meno di dieci anni di attività e artisti emergenti, spicca lo stand della parigina Gaudel de Stampa con le opere di Jessica Warboys, che vedremo a fine marzo nella sale rinnovate della Tate St Ives con una nuova edizione dei sea paintings, in mostra a New York insieme ai vetri e alle solarizzazioni a prezzi da 5-15mila dollari. Molto apprezzata anche la sezione Focus, con presentazione monografiche scelte dalla curatrice del Lacma Jarrett Gregory, dove Fons Welters di Amsterdam e KOW di Berlino sono arrivate con due sculture in cioccolato e un video a 6-12mila euro di Renzo Martens, l'artista che più di tutti ha messo in discussione la questione postcoloniale e il rapporto di forza tra Africa e mondo occidentale, ancora intrappolato in un circolo vizioso di comunicazione, produzione e sfruttamento.

Degno di nota, infine, lo stand di Jonathan Boos di New York nella sezione Insights, dove emergono le pratiche moderniste del XX secolo. Per celebrare il centenario dalla nascita dell'artista afro-americano Jacob Lawrence, adesso in mostra al Seattle Art Museum, la galleria ha organizzato una personale in fiera con 17 opere dal 1937 al 1962, di cui solo tre in vendita e in particolare Naples – 1944, un dipinto del 1947 ispirato dall'esperienza diretta della guerra e probabilmente legato alla celebre War Series, di proprietà del Whitney Museum of American Art. Il dipinto è in vendita per una cifra superiore ai 2 milioni di dollari, in linea con i dati d'asta: il top lot è The Builders, un dipinto del 1947 venduto nel 2007 da Christie's New York per 2,5 milioni di dollari.

Chiamato a commentare questa sua seconda edizione della fiera, il direttore Benjamin Genocchio ha osservato: “con oltre 300 fiere ogni anno, Armory Show deve mantenere attenzione e focus sulla scena newyorkese, che rappresenta in modo autentico, come un'istituzione culturale”. E tra gli obiettivi per l'anno prossimo, ha espresso il desiderio di “continuare a incoraggiare presentazioni monografiche o doppie personali, che quest'anno sono state 70 in uno spazio di 23mila metri quadri, e spingere nella direzione delle commissioni con Platform, la nuova sezione inaugurata con successo quest'anno”.

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