LA SFIDA

Arredamento, leadership da 7,5 miliardi di fatturato

Veneto e Friuli Venezia Giulia trainano la rincorsa dell’industria del design, si profila il sorpasso sul giro d’affari della Lombardia

di Giovanna Mancini


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Il nuovo sistema Atelier realizzato da Fantoni in collaborazione con lo studio Gensler

4' di lettura

D’accordo: la capitale mondiale del design è Milano, con il suo Salone del Mobile che rappresenta l’evento più importante del settore a livello internazionale. E la maggioranza dei brand più blasonati dell’arredo made in Italy si concentra tra il Comasco e la Brianza.

Ma se la Lombardia detiene un indiscusso primato in termini di notorietà, riconoscibilità e prestigio internazionale delle aziende, i mobilieri del Nordest - in particolare Veneto e Friuli-Venezia Giulia - non hanno nulla da invidiare ai cugini che vivono al di là del lago di Garda. Lo dicono prima di tutto i numeri: secondo l’ultimo Rapporto FederlegnoArredo, la Lombardia è prima in Italia per numero di aziende (oltre 5.200 nel 2017), ma è il Veneto a contare il maggior numero di addetti (33.800 contro i 33.200 lombardi) , mentre sul valore della produzione e delle esportazioni si gioca da sempre un testa a testa, con oltre 5 miliardi di euro di fatturato per le imprese venete e 5,7 per quelle lombarde. Il Friuli non sfigura: è terza regione per fatturato e vendite all’estero. Una piccola provincia come quella di Treviso - con 1.150 aziende e 16.300 lavoratori - è prima in Italia per fatturato nell’industria dell’arredamento, con quasi 3 miliardi di valore generato nel 2017 contro 1,8 miliardi di euro della provincia di Monza e Brianza, seconda in classifica con oltre 1.500 realtà produttive. Al terzo posto è di nuovo una provincia del Nordest, Pordenone, con 1,7 miliardi di euro di produzione generati da appena 400 aziende.

«Nel Nordest le imprese sono forse più muscolari - osserva Claudio Feltrin, presidente di Assarredo e a capo dell’azienda di famiglia, la trevigiana Arper - per tradizione focalizzati soprattutto sulla produzione e meno su aspetti ormai altrettanto importanti, come il brand e la comunicazione». Ma le cose stanno cambiando anche qui: gli anni della crisi, la necessità di distinguersi dai competitor e di aprirsi a nuovi mercati, hanno insegnato che «se vuoi esserci e crescere devi creare una identità riconoscibile e dare un’immagine definita e distintiva al tuo marchio - dice Feltrin -. Cosa che le aziende lombarde fanno da tempo. Noi siamo arrivati in seconda battuta, ma stiamo prendendo coscienza rapidamente dell’importanza di questi fattori».

La storia dell’industria del mobile e del design del Triveneto affonda le radici lontano nel tempo, legata soprattutto alla lavorazione del legno, vista la grande disponibilità di questa materia prima nel territorio interessato, ma anche a tradizioni manifatturiere antiche come la lavorazione del vetro a Venezia. Eppure, a differenza di quella lombarda, è rimasta in qualche modo “anonima” per molti anni, con aziende di successo, e di dimensioni anche importanti, che fondano però il loro business soprattutto sulla fornitura di componenti o di interi mobili per marchi della grande distribuzione o dell’industria, soprattutto estera, da Ikea a Castorama, da Kingfisher ai big tedeschi delle cucine.

È il caso del distretto della componentistica, che si è sviluppato in particolare tra Treviso e Pordenone facendo leva su una presenza radicata di mobilifici che, all’inizio degli anni 80, hanno avviato un percorso di innovazione sfruttando la disponibilità di nuovi materiali e tecnologie, come l’Mdf o la pressa a membrana e i macchinari per il rivestimento dei pannelli truciolari. Lo spiega Paolo Fantoni, quinta generazione alla guida del gruppo friulano di famiglia, specializzato nella produzione di pannelli, pavimenti, arredi e soluzioni per l’ufficio, con un’esperienza di oltre cent’anni nella lavorazione del legno. «Si tratta di un distretto che vale tra i 2,5 e i 3 miliardi di fatturato e che esprime grandi eccellenze, come dimostra proprio l’interesse di grandi società estere che vengono a rifornirsi dalle nostre imprese», aggiunge Fantoni, la cui azienda (oggi 340 milioni di ricavi e oltre mille addetti) è stata tra le prime in Europa a introdurre queste nuove tecnologie.

Friulana - di Manzano in provincia di Udine - è anche Calligaris (141 milioni di fatturato nel 2018), azienda che ben rappresenta un altro importante distretto dell’arredo, quello della sedia, e la sua evoluzione nel tempo. «La produzione di sedie in legno inizia già tra le de guerre mondiali, ma è negli anni 60 che arriva il boom - racconta il presidente, Alessandro Calligaris -. Tra gli anni 70 e 80 la produzione arriva fino a 38 milioni di pezzi l’anno, venduti in tutto il mondo, Stati Uniti compresi». Un’industria “monoprodotto” e “monomateriale” che la crisi del 2008 mette in ginocchio. A sopravvivere, o persino a crescere, sono solo le aziende che scelgono di diversificare. La Calligaris lo aveva fatto per tempo, ricorda il presidente dell’azienda fondata nel 1923. Nel 1990 era arrivata la prima sedia in metallo, seguita da modelli in plastica, abbinati anche a cuoio e tessuto. Il secondo grande passaggio è l’allargamento ad altri pezzi di arredamento, a partire dal tavolo. Ancora oggi Calligaris ha in questi due prodotti il proprio core business, a cui aggiunge però un catalogo ampio e diversificato con cui esporta in tutto il mondo. «La sfida degli ultimi anni è soprattutto sul brand e la comunicazione - aggiunge Calligaris -. Oltre a lavorare bene, dobbiamo imparare anche a vendere bene».

Concorda Claudio Feltrin, anche lui a capo di un’azienda nata, nel 1989, come terzista: «La svolta per noi è stata la volontà di emergere con un nostro marchio e abbiamo cominciato sfruttando la nostra esperienza nella lavorazione del cuoio» dice. Oggi Arper ha raggiunto i 72 milioni di fatturato e cresce a doppia cifra. Per altri la svolta è arrivata con la crisi: «È stato lo stimolo a diventare brand indipendenti e non soltanto fornitori di grandi gruppi - conferma -. Molte aziende si sono trasformate e hanno investito sull’identità e riconoscibilità del marchio, con un’offerta più evoluta, anche se comunque posizionata in maggioranza sul segmento medio del mercato».

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