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Arredi di vetro, così il design sfida le leggi della fisica - Guarda la gallery

Per esaltare lucentezza e trasparenza di un materiale così delicato designer e produttori sono costretti a escogitare complesse tecniche realizzative

di Sara Deganello


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La libreria freestanding Paradigma di De Bona/De Meo per Tonelli Design unisce i piani in vetro a una lamiera sottile a forma di arco o cerchio

3' di lettura

Luce e trasparenza»: è quello che il vetro aggiunge a un tavolo, una console, un coffee table, una libreria o –negli esperimenti più arditi – una sedia. Lo conferma Simone Bonanni, designer trentenne che per Fiam firma Theo, un tavolo capace di ben interpretare le caratteristiche di un materiale non tradizionale per le forme dell’arredo quotidiano.

«Sono partito da una lavorazione caratteristica di Fiam: la colata di vetro texturizzata. Il basamento è una piccola architettura, con due quinte che sembrano quadri e racchiudono in una cornice nera le lastre, nelle due versioni: quella più contemporanea e colorata con texture a buccia d’arancia, che si ottiene lasciando la colata al naturale, e quella più classica con pattern a strisce verticali. In entrambi i casi – racconta Bonanni – girando attorno al tavolo le lastre si sovrappongono in alcuni punti, ottenendo un terzo colore, o un pattern a quadratini». Il piano invece è vetro in lastra retroverniciato; un’esigenza per nascondere il meccanismo del modello allungabile. «È la prima volta che lavoro con il vetro – chiosa il designer– non capita spesso e mi interessava riuscire a intersecare i colori nello spazio, per creare effetti diversi: Fiam mi ha permesso di sperimentare».

La semplicità e la purezza del vetro hanno come contraltare la sua complessità chimica e fisica. Se da una parte riesce a far entrare le variabili di luce, colore e trasparenza nell’equazione della produzione per l’arredo, dall’altra porta con sé anche una gamma di lavorazioni sofisticate: chi lo produce è obbligato a trovare soluzioni tecnologiche all’avanguardia. Ad esempio Fiam nel 1982 ha inventato una macchina che taglia il vetro spingendo acqua e polvere ad una pressione altissima per realizzare il tavolino Hydra di Massimo Morozzi. O ha dovuto creare un impianto per la lavorazione del vetro a mille gradi per creare il tavolo Illusion di Philippe Starck.

L'insostenibile leggerezza del vetro

L'insostenibile leggerezza del vetro

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Tonelli Design ha affinato negli anni la tecnica della saldatura delle lastre di cristallo piano con un collante strutturale per ottenere il massimo di trasparenza e resistenza.Il risultato sono mobili come la libreria da parete o freestanding Paradigma di De Bona/De Meo composta da una griglia centrale in vetro e da una lamiera sottile a forma di arco o cerchio: l’incastro geometrico del vetro qui si fa struttura.

Per la collezione Bisel disegnata da Patricia Urquiola, Glas Italia ha invece stratificato cinque lastre di cristallo da 5 millimetri con pellicole di diversi colori: poi sono state sagomate, molate e sfaccettate in bisellature che fanno emergere in trasparenza le variegate sfumature, per una collezione di tavoli e console da guardare da vicino. Pezzi che rappresentano un’ulteriore evoluzione del rapporto della designer spagnola con il vetro, di cui aveva già dato prova con le sorprendenti iridescenze delle collezioni Shimmer, L.A. Sunset e Liquify.

L’acqua è la superficie riflettente che più si avvicina al vetro e forse non è un caso che proprio Murano sia diventato famoso nel mondo per la sua produzione artistica legata al colore. I tavolini Lunapark di Alessandro Zambelli per la galleria di Roma Secondome ne pagano un tributo giocoso e fresco: sono realizzati con una tecnica particolare di fusione da lastra, che rende il vetro di Murano un elemento strutturale. E sono stati selezionati per l’ultima edizione di Lake Como Design Fair, a settembre, dedicata proprio al lavoro sul colore.

Anche per Germans Ermičs, designer lettone classe 1985, il vetro è il mezzo per indagare la relazione tra forma e tonalità su un oggetto tridimensionale. Il pezzo che l’ha lanciato nel 2017 è quella Ombré Glass Chair tutta sfumature in diverse gradazioni, che è un omaggio dichiarato alla Glass Chair di Shirō Kuramata del 1976: «Mi è sembrata adatta per vedere come cambia quando la luce le passa attraverso», racconta. Quest’anno ha tradotto l’idea ancora più in grande con “Where the Rainbow Ends”, un intero padiglione in vetro cangiante realizzato a Cannes in giugno per Instagram durante il Cannes Lions Festival.

La «sedia di vetro» di Kuramata è anche la capostipite del filone minimalista che si sviluppa dietro lo stendardo della trasparenza: venne realizzata usando un adesivo capace di unire sei fogli di vetro senza viti, montanti o rinforzi. È lo stesso sforzo che un altro giapponese, lo studio Nendo, ha impresso nella collezione Melt per Wonderglass: sedie, sgabelli, tavoli, vasi e un chandelier in vetro colato, progettati stendendo lastre di materiale fuso su stampi in acciaio sollevati. O il coffee table Bagatto di Ilaria Bianchi, dove a sostenere il piano in vetro temperato entrano in campo elementi di ottone torniti a mano che rappresentano «quattro semi e quattro direzioni: quattro elementi alchemici». Forse la vera essenza del vetro, l'alchimia.

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