scenari

Arredo-design nel mirino. La corsa ai marchi made in Italy

di Giovanna Mancini e Lello Naso

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5' di lettura

La chimera è un gruppo da un miliardo di euro di fatturato. Se ne parla da tempo, ma solo negli ultimi tre anni - tra fusioni e acquisizioni, l’interventismo dei fondi, l’ampliamento e il consolidamento di vecchie operazioni – le imprese italiane dell’arredo-design intravedono la possibilità di creare holding con massa critica sufficiente per reggere la sfida dei mercati globali. Da Design Holding a Poltrona Frau Group, da iGuzzini a Calligaris, solo per citare i più recenti protagonisti di operazioni societarie. Obiettivo comune, ma con strategie e natura diverse, controllo in Italia o all’estero, partner finanziari o industriali.

Solo a ottobre due casi, diversi tra loro, ma emblematici della vivacità del settore: iGuzzini passata sotto il controllo di Fagerhult, la padovana Saba Italia acquisita da Italian Design Brands (Idb). Nel caso della marchigiana iGuzzini - 232 milioni di euro di ricavi, in rampa di lancio per la quotazione in Borsa, ma acquisita a sorpresa dal gruppo di Stoccolma Fagerhult, 500 milioni di euro di fatturato - nascerà un colosso dell’illuminotecnica a controllo svedese. Con una spruzzata di italianità nel cda di Fagerhult e l’autonomia gestionale di iGuzzini che resterà all’attuale management. Un caso simile a quello di Poltrona Frau Group che, con il controllo del fondo Charme (famiglia Montezemolo), era il perno per la creazione di una holding italiana dell’arredo-design di alta gamma (con i marchi Poltrona Frau, Cassina e Cappellini), sul modello di quanto creato nella moda dai francesi Lvmh e Kering. Ma nel 2014, nel pieno del processo, il gruppo è stato acquisito dall’americana Haworth, colosso mondiale del settore di mobili per l’ufficio, con un fatturato di 1,8 miliardi di dollari e molte idee di sviluppo, che in quattro anni hanno portato all’acquisizione della statunitense Janus et Cie, del distributore americano Luminaire e, ultima in ordine di tempo, della toscana Ceccotti Collezioni.

Nel caso Idb-Saba Italia, invece, continua il progetto di aggregazione di brand made in Italy di alto standing: il polo nato tre anni fa e arrivato ora oltre i 100 milioni di euro di fatturato aggregato comprendeva già Gervasoni, Meridiani, Cenacchi International e Davide Groppi. Perché anche le conglomerate a controllo italiano hanno accelerato le operazioni. A settembre c’è stata la creazione di Design Holding, il nuovo soggetto partecipato dai gruppi finanziari Investindustrial (che ha già in portafogli B&B Italia, Flos e la danese Louis Poulsen) e Carlyle, che ha per obiettivo la crescita per acquisizioni internazionali e la quotazione a Piazza Affari entro tre anni (si veda l’intervista accanto).

Guarda alla Borsa, sebbene con tempi da precisare, anche la friulana Calligaris, 140 milioni di fatturato, che a inizio agosto ha raggiunto un accordo con il fondo Alpha per la cessione, da parte della famiglia, dell’80% delle quote dell’azienda che controlla anche Ditre Italia. A giugno, il 100% di Battaglia Interior Contractors, specializzata nella realizzazione di progetti di interior design di lusso, è passato alla brianzola Giorgetti, 46 milioni di fatturato, a sua volta rilevata tre anni fa dal fondo Progressio. Un altro fondo, il cinese Nuo Capital, in aprile ha rilevato il 30% del gruppo Sozzi, che produce i marchi di alta gamma Promemoria e Ghianda. Fondo estero anche per Visionnaire, che quattro anni fa ha ceduto il 66% delle azioni al belga Ergon. Il modello del polo aggregatore è quello seguito da Italian Creation Group, che in portafogli ha Valcucine, Driade, Tosco Quattro e FontanaArte. Il modello di aggregazione tra imprese è stato invece scelto ad esempio da Boffi, con De Padova e la danese Ma/U, o da Tecno con Zanotta.

«Sono operazioni sempre più frequenti – dice Claudio Feltrin, presidente di Assarredo e dell’azienda di famiglia, la veneta Arper – motivate dalla necessità di restare competitivi in uno scenario globalizzato. Fino a dieci anni fa un’impresa con 20 milioni di euro di fatturato poteva vivere tranquillamente, ma oggi è necessario crescere e per farlo occorrono grandi risorse». Non solo: in un settore dominato dalle imprese familiari, servono professionalità manageriali che spesso possono arrivare soltanto dall’esterno. Anche per questo, osserva Feltrin, il modello più efficace sembra quello dell’ingresso nel capitale di investitori finanziari e industriali. «Vedo un crescente interesse da parte del mondo della finanza nei confronti dell’industria italiana dell’arredo – aggiunge -. Sia perché la finanza in questo momento è ricca di risorse, sia perché il nostro comparto è rimasto indietro e offre molte opportunità interessanti per i fondi e gli altri investitori».

Se il riconoscimento internazionale del design made in Italy è fuori discussione, l’appettibilità delle aziende produttrici per gli investitori è, tuttavia, tutta da dimostrare. Le dimensioni ridotte sono il primo elemento che frena i fondi internazionali, osserva Stefano Rosa Uliana, da poche settimane amministratore delegato di Calligaris, con alle spalle una lunga esperienza manageriale all’estero e per anni in una multinazionale come Electrolux: «A questo si aggiunge che i fondi cercano realtà ben gestite e con una solida struttura finanziaria, mentre spesso le aziende italiane, pur avendo brand noti e prodotti di grande qualità, non lo sono».

«La debolezza del settore - dice Antonio Catalani, professore di Management del design alla Bocconi e allo Iulm - affonda le radici in una logica vetero-familiare della struttura con poco supporto di capitale e scarsa internazionalizzazione. Il cambio generazionale ha aiutato pochi brand a rifocalizzarsi tornando sui fondamentali dell’impresa. Ma resta la difficoltà a fare massa critica e contrariamente a quello che si crede i brand davvero appetibili sono al massimo una trentina. C’è molto da fare per riorganizzare la gran parte del sistema».
Basta leggere i numeri per capire che la dimensione è il principale nodo da sciogliere. L’arredo-design rimane al bivio tra la crescita dimensionale e il rifugio nella nicchia dell’eccellenza. In Italia, secondo le elaborazioni del Centro studi di FederlegnoArredo, su 29mila aziende della filiera, solo una ventina di gruppi supera i 100 milioni di euro di fatturato (per lo più grazie al consolidamento dei fatturati di diverse realtà all’interno del gruppo stesso), mentre il fatturato medio è attorno ai 2,5 milioni.

Anche limitando l’analisi alle realtà che operano nell’altro di gamma, lo scenario non cambia: secondo il Design Market Monitor di Bain&Company per Altagamma, nel confronto internazionale le imprese italiane di design sono le più numerose (190 contro le 40 dell’area di lingua tedesca, le 30 americane e le dieci francesi), ma il fatturato medio è il più basso: 45 milioni di euro contro i 180 delle americane, i 150 delle tedesche e i 130 delle francesi. Nonostante la frammentazione, l’Italia ha una quota del mercato globale intorno al 30% contro il 22% tedesco e il 19% americano.

La quotazione in Borsa, soprattutto con un mercato non particolarmente favorevole, non è la strada maestra. Non ci sono imprese del settore quotate (eccezion fatta per Natuzzi), anche se lo studio annuale realizzato dalla società di consulenza Pambianco ne individua 15 che per caratteristiche finanziarie potrebbero accedere al listino. L’irrobustimento societario passa piuttosto attraverso fusioni e acquisizioni, con l’attivismo dei fondi d’investimento che intravedono i margini di crescita soprattutto dei campioni del settore e un crescente interesse da oltre confine. Dall’altra parte, le imprese italiane stanno cominciando ad aprirsi a manager e capitali esterni, fino a pochi anni fa visti come fumo negli occhi.

Un trend destinato a crescere secondo Matteo Luoni, principal di Bain&Company: «In Italia ci sono molte aziende ancora sottopotenziate: servono scale adatte per consolidarsi sul mercato americano o asiatico o aggiudicarsi le più grandi commesse contract internazionali. Non mi sembra rilevante se i capitali sono italiani o esteri, anche perché molte di queste realtà in prospettiva guardano a un’Ipo, non a una vendita».

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