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Arresti Juve e solito razzismo, l’irresistibile declino del calcio italiano

Capello dieci anni fa aveva capito tutto: i nostri club sono in balia del tifo violento. Lo dimostrano il blitz nella curva bianconera, i casi Kessié e Lukaku. Eppure potremmo prendere spunto dall’estero. A cominciare dalle parole di Zhang e Commisso

di Francesco Prisco

Arrestati capi ultrà della Juve, ricattavano il club

4' di lettura

Alla fine la verità te la dice sempre il più antipatico di tutti. O forse è il più antipatico di tutti proprio perché dice la verità: «Purtroppo gli ultrà fanno tutto quello che vogliono. Allo stadio si può insultare tutto e tutti. Mi rammarico molto di quanto sta succedendo in Italia, il declino sarà sempre più evidente, basterebbe solo applicare la legge. Bisogna prendere una decisione da parte delle autorità e da parte dei club affinché la gente torni allo stadio e affinché gli stadi siano più accoglienti».

Capello parlò e venne giù il mondo
Era il 2009, l’Italia campione del Mondo in carica avrebbe salutato, da lì a un anno, il Triplete dell’Inter, eppure. Eppure Fabio Capello, tra i nostri maggiori allenatori di sempre, all’epoca alla Nazionale inglese, intuiva la grande crisi che il movimento calcistico italiano avrebbe attraversato e non esitava a individuarne una delle cause nello strapotere dei gruppi ultras. Il suo pensiero in sintesi: gli stadi sono una zona franca all’interno della quale entrano pensieri e parole che sarebbero banditi da qualsiasi altro ambito della società civile, fare l’ultrà è diventato un mestiere, in quella posizione si fa business. Capello disse più o meno queste cose e venne giù il mondo.

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La curva della Juve
Le cronache delle ultime ore è come se riportassero l’eterno dibattito sul tifo violento indietro di dieci anni, fino a quelle famigerate dichiarazioni. Da un lato gli arresti di capi ultrà della Juventus, accusati di ricattare il club: biglietti gratis (da rivendere al mercato secondario) e altri vecchi privilegi in cambio di un comportamento più «mansueto» sugli spalti. Ossia niente striscioni offensivi e cori razzisti che di solito alle società comportano multe salate, per il principio della responsabilità oggettiva.

I «buuu» a Kessié
Poi Verona-Milan con i «buuu» che il pubblico di casa indirizza contro il centrocampista Kessié (ivoriano) e il portiere Donnarumma (napoletano). Niente di troppo nuovo sotto il sole, non fosse per il fatto che la società di casa si è prodotta in un’improbabile difesa d’ufficio via Twitter dei propri supporter. «I “buuu” a Kessie? Gli insulti a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del tifo gialloblù. Cosa abbiamo sentito noi? Fischi, inevitabili, per decisioni arbitrali che lasciano ancora oggi molto perplessi, e poi tanti applausi, ai nostri “gladiatori”, a fine gara. Non scadiamo in luoghi comuni ed etichette ormai scucite. Rispetto per Verona e i veronesi», hanno twittato i social media editor dell’Hellas.

Il caso Lukaku e gli omaggi a Diabolik
La rissa nella Curva Nord dell’Inter, certo. E procedendo a ritroso nelle prime due giornate di campionato troviamo ancora i «buuu» al centravanti nerazzurro Lukaku a Cagliari, «minimizzati» dagli stessi tifosi dell’Inter in una surreale lettera indirizzata al campione belga. Mica era razzismo quello? «In Italia - recitava il comunicato della Curva Nord - usiamo certi “modi” solo per “aiutare la squadra” e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliare». Essorragazzi. O ancora le coreografie che celebravano Diabolik, Fabrizio Piscitelli, ultrà della Lazio con diversi precedenti per droga e non solo freddato a inizio agosto a Roma, ai giardinetti. Ci fermiamo qua, per quanto potremmo risalire ancora più su la corrente, fino a quel maledetto Boxing Day di Santo Stefano, l’umiliazione di Koulibaly a San Siro e gli scontri tra tifosi dell’Inter e quelli del Napoli che portarono alla morte di un supporter del Varese.

Il Paese della volontà d’impotenza
La nostra analisi sul fenomeno resta ferma proprio a quell’Inter-Napoli di otto mesi fa. Di fronte alla violenza negli stadi, lo Stato che fa? «Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità», direbbe il grande Faber. Perché siamo il Paese della volontà d’impotenza. Straparliamo ma quasi mai alle parole fan seguito i fatti. Quando facciamo, poi, sbagliamo. Dovremmo imparare dall’estero, certo, ma non solo dalla Premier League che ha arginato il fenomeno degli hooligan inasprendo le pene e (soprattutto) alzando il prezzo dei biglietti per entrare allo stadio.

La lezione di Zhang e Commisso
Dovremmo imparare anche dall’estero che, in questi anni, ha avuto il coraggio di investire su un prodotto calcio italiano piuttosto bollito. Dal presidente dell’Inter Steven Zhang che, pur essendo nato a Nanchino, evidentemente conosce la storia del suo club meglio di molti italiani: «L’Inter è stata fondata sui principi dell’inclusività e dell’internazionalità, siamo sempre stati aperti a persone di ogni cultura, nazionalità e colore della pelle», ha dichiarato dopo l’affaire Lukaku. O da Vito Commissio, calabrese d’America che ha comprato la Fiorentina: «Non voglio più sentire cori sull’Heysel né sui meridionali. Io sono calabrese, Joe Barone è siciliano, Montella è napoletano, attaccare i meridionali è attaccare noi». E allora evviva il calcio moderno degli zii d’America tanto contestato dagli ultrà: sarà pure uno spettacolo costoso, ma resta uno spettacolo, proprio come dovrebbe essere il calcio. I club chiudano per sempre i rubinetti ai professionisti del tifo violento. Così che debbano cercarsi un lavoro onesto, se sono capaci.

Riproduzione riservata ©
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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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