Emergenza Covid

Arriva il «green pass» per gli spostamenti tra regioni: dalla validità alle sanzioni, ecco come funziona

Il lasciapassare per chi è vaccinato o ha avuto il Covid durerà 6 mesi (solo 48 ore nel caso di tampone negativo). Sarà necessario per chi entra o esce da regioni in fascia arancione e rossa per turismo o per visitare parenti e amici

di Andrea Gagliardi

Aggiornato il 24 aprile 2021, ore 13:09

Coronavirus, arriva il pass per gli spostamenti: ipotesi app con codice a barre

4' di lettura

Si chiama ufficialmente “certificazione verde”. È il pass, introdotto dal nuovo decreto anti-Covid, necessario per potersi spostare in entrata e in uscita dalle Regioni in fascia arancione o rossa dal 26 aprile. Non solo. In futuro potrebbe essere usato anche per consentire l’accesso a eventi speciali, che non rientrano tra gli spettacoli che avranno il via libera dal 26 aprile, come ad esempio concerti straordinari, con più spettatori di quelli indicati nel protocollo del ministero della Cultura.

Quando è necessario il green pass

Prima di entrare nel dettaglio, un chiarimento importante. Per entrare e uscire dalle regioni in fascia arancione e rossa per motivi di lavoro, necessità, salute o per fare rientro nella residenza, domicilio o abitazione (seconda casa, per esempio) continua a essere sufficiente l’autocertificazione. Il certificato verde serve solo negli altri casi: ossia a chi si muove per turismo o semplicemente per andare a trovare parenti o amici.

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Tre tipologie e diverse durate

Il “green pass” potrà essere in formato cartaceo o digitale. Ma all’inizio sarà cartacea. Avrà una durata di sei mesi per i vaccinati e i guariti dal Covid e di 48 ore per chi si sottoporrà a test antigenico o molecolare con esito negativo. Chi lo falsifica rischia anche il carcere.

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Il certificato per i vaccinati

La certificazione sarà compilata dalla struttura presso la quale è stato effettuato il vaccino. Il documento, che confluirà poi nel fascicolo sanitario elettronico dell'interessato, deve essere rilasciato quando il ciclo è completo, cioè quando è stata fatta la seconda dose, oppure anche solo la prima se il vaccino è quello di Johnson&Johnson. Chi ha completato il ciclo di vaccinazione prima dell'entrata in vigore del nuovo provvedimento e non ha ricevuto alcuna certificazione, può farne espressa richiesta alla struttura sanitaria o alla Regione o la Provincia.

Il green pass per chi è guarito dal Covid

Per le persone guarite, il certificato sarà rilasciato dalla struttura presso la quale è avvenuto il ricovero del paziente o, per i non ricoverati, dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta. Il pass, però, cessa di avere validità qualora l'interessato risulti successivamente di nuovo positivo al Covid. Le certificazioni di guarigione rilasciate prima dell'entrata in vigore del decreto avranno una validità di sei mesi dalla data indicata sulla certificazione.

Il lasciapassare per chi ha fatto il tampone

Chi si sottoporrà a tampone antigenico rapido o molecolare con esito negativo avrà una certificazione verde della durata di 48 ore che sarà rilasciata dalla struttura stessa che ha effettuato il tampone: strutture sanitarie pubbliche, private e accreditate, farmacie, medici di medicina generale o pediatri.

A fine giugno il green pass europeo

Le disposizioni italiane saranno valide finché non entrerà in vigore l'atteso “green pass” europeo, un documento informatico, che dovrebbe essere pronto a fine giugno, nel quale saranno convogliati anche i certificati nazionali.

Certificato verde rilasciato in Ue vale in Italia

Intanto le certificazioni verdi rilasciate dagli Stati membri dell'Unione sono riconosciute valide in Italia. Quelle di uno Stato terzo se la vaccinazione è riconosciuta come equivalente a quella valida sul territorio nazionale. Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ha annunciato poi che il governo sta «pensando a un “green pass” che permetta anche l'ingresso in Italia degli stranieri».

Carcere per chi falsifica

Quando sono cartacei, i certificati possono essere più facilmente contraffatti. Il decreto rinvia perciò alle sanzioni previste dagli articoli del codice penale sulle varie tipologie di falso del pubblico ufficiale o del privato che producono documenti contraffatti o alterati. Le pene di reclusione indicate dal codice sono aumentate di un terzo. Non solo. Se la certificazione verde Covid-19 contraffatta o alterata è utilizzata per svolgere attività o compiere spostamenti vietati ai sensi del presente decreto, «si applicano anche le relative sanzioni amministrative», da 400 a 3mila euro.

Le soluzioni digitali allo studio

La soluzione disegnata per ora è abbastanza semplice e si spera di farla partire già il 26 di aprile. Si basa di fatto sui documenti cartacei normalmente rilasciati a chi fa il vaccino o il tampone, o anche a chi ha avuto il Covid, da piegare e portare sempre con sè. Ma è allo studio anche un pass digitale. Su questo fronte, tra le ipotesi allo studio c'è quella di una app per smartphone con un codice Qr (ossia un codice a barre bidimensionale) da scansionare. Si tratterebbe però di un sistema fruibile soprattutto dai più giovani dotati di smartphone. Altra ipotesi è ricorrere al tesserino sanitario, sul quale verrebbero caricati i dati. La terza alternativa è realizzare una tessera digitale ad hoc con il possibile coinvolgimento di Poste italiane, ministero della Salute e ministero dell’Innovazione tecnologica e Transizione digitale. Da valutare anche la possibilità di avvalersi dell'app IO, già usata per il cashback e attivata da dieci milioni di italiani.

Accelerazione di Valle d’Aosta e Bolzano, ma il governo frena

Intanto alcune regioni stanno provando a giocare d’anticipo. In primis l’Alto Adige, dove il governatore Arno Kompatscher ha annunciato l’introduzione di un green pass in Provincia di Bolzano. Anche la Valle d'Aosta intende accelerare sull'istituzione di un green pass regionale, che, come riferito dal presidente della Regione Erik Lavevaz, «dovrebbe essere gestito da una applicazione legata al sistema informatico dell'Azienda Usl». Ma la ministra per gli Affari regionali Mariastella Gelmini frena e invita alla prudenza: «Servono regole nazionali, non regionali».

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