Quotazioni Artisti

Arte Concreta per raffinati

di Marina Mojana

Mauro Reggiani. «Composizione», 1954, olio su tela, cm 65 x 54, Stima 25.000 €

3' di lettura

Tre anni fa Gian Enzo Sperone mette gli occhi sul Mac – Movimento Arte Concreta – e inizia a comprare prima Gianni Monnet e poi Ettore Sottsass jr. Oggi i prezzi del Mac sono saliti del 30% e il merito è l'internalizzazione degli scambi generati dalle sue mostre a Lugano, Londra e nel 2015 alla Sperone Westwater di New York con «Painting in Italy 1910s-1950s: Futurism, Abstraction, Concrete Art». Eppure l'Arte Concreta rimane poco rappresentata nei musei pubblici italiani, quota da 10.000 a 120.000 euro a opera (quelle di media qualità da 5.000 a 8.000 euro) ed è pressoché sconosciuta a galleristi e collezionisti privati. Gli unici ad avere fatto un lavoro pionieristico sono stati il collezionista Luciano Berni Canani tra il 1985 e il 2005 e il gallerista Cesare Cardelli di Sarzana a partire dal 2010 (vedi interviste in pagina).

Nato da un'idea di Bruno Munari, Atanasio Soldati, Gillo Dorfles e Gianni Monnet (i quattro fondatori) con la prima mostra pubblica nel 1948 alla Libreria Salto di Milano – a cui partecipano anche Lucio Fontana, Sottsass e il Gruppo Forma 1 (Piero Dorazio, Mino Guerrini e Achille Perilli) – il Mac esplose negli anni ‘50 come movimento di rottura, sia nei confronti della figurazione di matrice surrealista, che delle novità informali. L'aggettivo “concreto”, coniato nel 1930 da Van Doesburg, ribadiva che gli astrattisti concretizzano la forma che inventano. Il movimento si sciolse nel 1958, pochi mesi dopo la morte del suo presidente, l'architetto e designer Monnet.

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Sebbene fosse strutturato come un partito, con tanto di comitati esecutivi e consiglieri regionali su tutto il territorio italiano (una cinquantina di artisti coinvolti tra Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli e Catania) e sebbene la grande mostra «Arte astratta e concreta in ltalia» alla Gnam di Roma lo avesse consacrato nel 1951 come nuova espressione d'arte «non oggettiva», geometrica e astratta, il Mac finisce nell'oblio.

Quali sono le ragioni?
Non si può darne colpa alla critica d'arte, che inizia a riscoprirlo 35 anni fa (si veda il libro di Marco Meneguzzo uscito nel 1981; l'importante rassegna alla Gam di Gallarate del 1984 a cura di Luciano Caramel; un libro e una mostra alla Galleria Fonte d'Abisso di Modena nel 1987); eppure le quotazioni non decollano. Perché?

«Il Mac non è mai stato un vero movimento» commenta il gallerista Matteo Lorenzelli di Milano. In galleria tratta – tra gli altri - tre artisti che tra il ‘48 e il ‘58 aderirono al Concretismo: Alberto Magnelli, Mario Nigro e Dorazio. «L'intento iniziale era buono – continua Lorenzelli – ma non vi fu mai uno scambio di idee proficuo, né un'azione comune. È difficile trovare affinità poetiche tra Magnelli (che a Parigi conosce Kandinsky e nel 1934 aderisce ad Abstraction-Création) e il professore di design industriale Nino Di Salvatore. Con una battuta il Mac fu come l'Aci, un club al quale si iscrivono tutti gli automobilisti, ma non è detto che si conoscano o si frequentino».

Fin dall'inizio il gruppo accoglie intellettuali, teorici dell'architettura, designer, grafici, ma le opere sono rare e ancora oggi il mercato cresce piano. «A comprarli sono collezionisti sofisticati, quelli che non cercano Scheggi e Bonalumi – aggiunge Sperone – e non fanno speculazione». I prezzi sottostimati sono dovuti anche a fattori storici e anagrafici: gli artisti produssero poco e il movimento ebbe vita breve. Non solo, alcuni dei protagonisti morirono giovani (Manlio Rho; Soldati), mentre chi visse più a lungo dopo il 1958 abbandonò il Concretismo per virare verso l'Informale.

Ai primi partecipanti si affiancarono i toscani Nigro, Gianni Bertini e Ferdinando Chevrier; i piemontesi Albino Galvano, Adriano Parisot, Filippo Scroppo, Angelo Bozzola; gli astrattisti Mario Radice, Mauro Reggiani, Luigi Veronesi. Le opere Mac più quotate sono di Enrico Prampolini, Nigro, Sottsass e Soldati, ma nessuno di loro supera in asta il top price di Magnelli, aggiudicato nel 1990 a Parigi da Cornette de Saint Cyr a 192.000 euro per «Signification retracée» del 1952.

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