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Brera, non dimenticate i libri

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Brera, non dimenticate i libri

di Dante Isella
Nominato presidente degli «Amici di Brera», Aldo Bassetti il 5 agosto ha rilasciato al «Sole-24 Ore» un'intervista in cui delinea il suo programma virtuale per il futuro della celebre Pinacoteca milanese. Il brillante capitano d'industria, con sensibilità e interessi di collezionista, è stato intervistato dal critico d'arte Marco Carminati che ne sottolinea sùbito il forte piglio decisionistico. Ma si sa che dote essenziale di ogni capitano (d'industria o di battaglie sul campo) è proprio il decisionismo. Non sfugge però nell'intervistatore certa garbata ironia nel chiamare in causa Napoleone Bonaparte, il decisionista per eccellenza, presente nel supplemento domenicale anche in effigie e in chiusura dell'articolo acclamato con ripetuti evviva. Se però bonapartismo significa la "grandeur" di un sogno ("ma non tanto", soggiunge l'intervistato), mi permetterei di osservare nel programma dell'amico Bassetti proprio il contrario, cioè una certa angustia di vedute per carenza degli indispensabile supporti storici.
I Gesuiti, cioè la Compagnia dei Servi di Gesù, l'ordine fondato in Spagna da Ignazio di Loyola, arrivarono a Milano per iniziativa di Carlo Borromeo nel 1563. Creatori di un loro teatro, quale mezzo di efficace propaganda (dove andarono in scena le commedie e gli intermezzi di Carlo Maria Maggi), dapprima ebbero sede a San Fedele; in un secondo tempo se ne procurarono un'altra, più adeguata alla loro potenza in crescita continua, nel Palazzo che fu l'ultima opera progettata alla fine del Seicento dal grande architetto Ricchino. I milanesi e i forestieri che oggi percorrono la centralissima via Brera si trovano a un tratto davanti alla sua solida facciata nobilmente severa. Il grande portale aggiunto nel Settecento dal Piermarini si spalanca sull'ampio cortile d'ingresso che ospita al centro l'alta statua bronzea a cui il Canova volle dare le fattezze di Napoleone e gli attributi di Ercole vittorioso. Dal fondo, si dipartono due solenni scaloni, con i grandi monumenti del Beccaria da un lato e del Parini dall'altro, che danno accesso al primo piano, rispettivamente alla Biblioteca e alla Pinacoteca. Ma non fu sempre così. Quando la potente Compagnia dei Gesuiti nel 1773 venne dovunque soppressa, il Palazzo milanese continuò a ospitare la loro Biblioteca, divenuta istituzione pubblica e accresciuta via via da numerose, importanti accessioni librarie, specie in séguito alla soppressione imposta dall'assolutismo illuminato dell'Imperatrice Maria Teresa e del figlio Giuseppe II, dei molti conventi maschili e femminili. Continuarono pure a svolgervi la loro attività la specola astronomica e, sul retro, l'orto botanico. Quando nel 1776 vi si istituì l'Accademia di Belle Arti (nella quale insegnarono i maggiori artisti del tempo, Traballesi, Albertolli, Aspar, Franchi eccetera), si può dire che Milano realizzasse un eccezionale Beaubourg ante litteram. La Pinacoteca sarebbe sopraggiunta solo con i Comizi di Lione convocati nel 1801 dal Bonaparte, ambizioso di presentarsi sul teatro europeo nel ruolo di protettore di tutti gli intellettuali dell'Impero; di fatto, mentre mostrava di aprire liberalmente una mano, con entrambe, avvalendosi per espertissimo consigliere artistico di Dominque Vivant Denon, andava spogliando l'Italia della maggior parte del suo patrimonio asportabile. Numerosi gli intellettuali milanesi che parteciparono ai Comizi; tra loro Giuseppe Bossi che al ritorno fu il principale animatore dell'Accademia e soprattutto l'artefice della neonata Pinacoteca. Gli allievi dell'Accademia non erano sul principio, che qualche diecina: dopo due ore di lezione in ore antelucane, ciascuno andava a un suo proprio lavoro. Non mi è stato possibile, per le chiusure ferragostane, di conoscere i dati relativi alla crescita del loro numero nel corso dell'Otto e poi del Novecento, fino all'ultima guerra quando a Brera insegnavano Marino Marini, Giacomo Manzù, Francesco Messina, Aldo Carpi, con Italo Valenti per assistente eccetera; e tanto meno quelli relativi all'esplosione degli ultimi decenni, quando gli allievi di Brera sono diventati circa tremila. Non vi mancheranno, senza dubbio, giovani di sicuro talento, ma i più di loro sono soliti bivaccarvi, in straccionesche mascherature "en artiste", sdraiati dovunque, nel cortile d'accesso e sugli scaloni, da dover chiedere, chi salga alla Biblioteca o alla Pinacoteca, un varco esiguo tra i loro corpi e i bicchieri di cocacola abbandonati vuoti, quando non rovesciati sulla pietra dei gradini. Un numero, si dovrà convenire, plurireggimentale: sicché a Milano come altrove, nelle Accademie sparse dovunque in Italia come nei Conservatori, una tale massa di pressione, abilmente manovrata, ha potuto conseguire un esito trionfale: i capi, promossi al grado di professori universitari, senza nessun concorso corrispondente; il diploma dei loro allievi equiparato a una laurea
Perché dolersi allora dell'angustia di spazi di cui dispone la Pinacoteca? E perché non domandarsi per quali ragioni la grande Biblioteca, dove si conserva un patrimonio librario dei maggiori di ogni tempo e luogo, sia costretta a gestire interi fondi in depositi periferici o extraurbani, così che per avere quei libri in lettura è necessaria un'attesa di almeno una settimana? (Nel 1983 a Los Angeles il prestito di un'edizione presente in un'altra biblioteca degli Stati richiedeva due giorni). Ma se Atene piange Sparta non ride. Sono sicuramente pochi i duecentomila visitatori della Pinacoteca, in rapporto ai suoi inestimabili tesori, ma si entri nella Biblioteca. L'ampia sala di lettura è chiusa da tempo al pubblico, la Sala Riservata, non molti anni fa accessibile ai soli studiosi muniti di tessera d'ingresso, spartita tra qualche sparuto frequentatore dell'una e dell'altra, con libero passo per tutti e un uso incontrollato (donde il maggior rischio di furti) dell'invecchiata strumentazione bibliografica; gremita invece la piccola Sala dove si conservano i libri postillati e le preziose carte autografe del Manzoni, tanto da non trovarvi posto talora neppure chi sta attendendo all'impresa dell'edizione critica del romanzo. L'acquisizione dei materiali musicologici della Ricordi che oggi vi si conservano, comporta maneggio di ingombranti spartiti da squadernare tra gomito e gomito. Molte, certo, le cause di questo lamentevole stato di abbandono: principali l'avvento dell'informatica che ha posto problemi di riorganizzazione tecnica radicale, la carenza di bibliotecari qualificati, e così via, ma quali che ne siano le altre cagioni il problema degli spazi disponibili non è affatto il minore. La direzione dell'Accademia potrà continuare ovviamente a gestirvi i suoi uffici centrali; ma non potrà opporsi che gli insegnamenti siano trasferiti in una sede commisurata al numero straripante degli allievi: augurabilmente in un campus dotato di ogni necessaria attrezzatura, con verdi prati tra l'uno e l'altro blocco della nuova costruzione, come, per un eccellente esempio, ci è avvenuto di ammirare alla Bovisa, dove il Politecnico ha dislocato da tempo la seconda Facoltà di architettura. Non è per nulla necessario suonare le trombe e, «Avanti, carica!», comandare a spada sguainata l'assalto a Palazzo Cusani. Non vi svolazzano più le mantelle azzurro polvere di Radetzky e del suo Stato Maggiore (con i "croati" in libera uscita che razziano l'adiacente casa Mussi, come appunta una surreale, divertentissima "nota azzurra" di Carlo Dossi); ma i rappresentanti del Terzo Corpo d'Armata lo attendono a piè fermo e non mancherebbero di fare quadrato per respingere gli assaltatori delle loro posizioni di privilegio. L'annosissima resistenza, ancora non del tutto vinta, incontrata a Roma per snidare il Circolo Ufficiali da Palazzo Barberini dovrebbe servire da deterrente, altro che come esempio da seguire. Accontentiamoci, dunque, che il Presidente neoeletto degli «Amici di Brera» possa, con sano decisionismo, far rinascere la «Grande Brera» di Franco Russoli, che nel dopoguerra seppe trovare i capitali necessari per acquistare Palazzo Citterio. Venuto egli a mancare prematuramente (e morto ormai anche James Stirling, l'architetto inglese che doveva progettarne la trasformazione museale), il palazzo fu aperto due volte, nel 1984, per accogliervi eccezionalmente due mostre fantasma, una di Alberto Burri e un'altra con gli «Ori di Taranto». Da oltre vent'anni, il grigio portone d'ingresso si è richiuso, custodendo dietro la sua ottusa facciata di legno i misteri di una vicenda oscura che molti amerebbero conoscere. Il «Sole-24 Ore» potrebbe aiutare a farla venire alla luce?

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