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Villa Vescovi che delizia!

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Villa Vescovi che delizia!

Nella storia del libro, chiamiamo incunaboli i prodotti dei primi decenni dell'età della stampa, quando i volumi hanno tutta la fragilità e il fascino primitivo di qualcosa che è nato ma non è ancora completamente definito nella propria identità. La villa dei Vescovi di Luvigliano è l'incunabolo della lunga storia della villa veneta. È un edificio unico e apre una stagione nuova che dal Veneto, nei secoli a venire, raggiungerà i prati inglesi e le piantagioni della Virginia.
Di questo libro, in realtà, esiste addirittura il manoscritto, ed è la casa sui colli di Arquà, vicino a Padova, dove si trasferisce Francesco Petrarca dagli anni Settanta del Trecento, per sfuggire il caos e i miasmi della città. La campagna, per l'uomo del Medioevo è la selva oscura dove si perde Dante, un luogo selvaggio e pericoloso. Petrarca la elegge invece a luogo di produzione intellettuale, la vive e la canta come avevano fatto Cicerone e Virgilio, cambiandone la percezione. Quasi un secolo dopo, Polizano e i suoi amici imitano Petrarca nel costruirsi dimore nella quiete della campagna toscana dove il loro signore, Lorenzo il Magnifico, si farà costruire la prima villa umanistica, a Poggio a Caiano. Esistevano il termine e la volontà di risiedere in campagna, ma non ancora una forma: noi la chiamiamo villa, ma la residenza medicea di Poggio a Caiano assomiglia a un palazzo di città, trasferito fra i campi.
Il testimone ritorna nel Veneto perché poco lontano da Arquà, nel 1535 Gianmaria Falconetto e Alvise Cornaro inventano una nuova specie di edificio per il vescovo di Padova, Francesco Pisani. Falconetto è un geniale architetto attaccabrighe, rosso di capelli, svelto con la penna come con il coltello (lo dice Vasari), da cui Palladio eredita gli studi sui teatri romani antichi. Cornaro è un aristocratico veneziano decaduto, appassionato di teatro, tanto da farsene costruire uno in cortile a Padova, e di architettura. I due vivono in simbiosi e quando Cornaro ha l'incarico di ristrutturare la residenza campestre del vescovo di Padova, di cui è amministratore, lavorano insieme al progetto. L'antica proprietà vescovile sorgeva sui resti di un piccolo castello medievale. Il luogo è cruciale perché il nome della località, Luvigliano, era creduto discendere da Livianum, e identificare il sito dell'antica villa di Tito Livio, lo storico romano di cui Padova rivendicava i natali. In più era simile a quello dove sorgeva la leggendaria villa Laurentina di Plinio il giovane, posta su un poggio e con un anfiteatro di colli intorno. Cornaro e Falconetto riusano l'impianto quadrato dell'edificio medievale, creando un solido e asciutto basamento in cui inseriscono gli ambienti di servizio. Sopra di esso costruiscono un solo piano nobile, con una novità assoluta: tre lati su quattro sono aperti da una teoria ininterrotta di arcate, che rendono la villa un vero e proprio belvedere, da cui guardare il paesaggio inquadrato come un dipinto vivente. Le arcate sono incorniciate da lesene di ordine dorico, con un fregio raffinatissimo a triglifi e metope, ispirato ai templi antichi. Al centro della villa è scavato un piccolo cortile quadrato, che funziona da impluvium. Sorge così, per la prima volta nel Veneto, un nuovo tipo di residenza di campagna, ispirata alle ville degli antichi romani, diversa sia dalle fattorie che dalle dimore fortificate tradizionali.
Fin qui l'ho fatta semplice, ma in realtà ci è voluto molto lavoro per venire a capo di questa storia. La villa come la vediamo oggi è frutto di trasformazioni che è stato necessario individuare, lavorando come i filologi fanno su un testo a cui i copisti hanno aggiunto commenti o cancellato parti. Per poter ritrovare la "edizione" originaria di villa dei Vescovi, è stato necessario lavorare molto in archivio, e il restauro promosso dal Fai ha costituito una occasione inestimabile di conoscenza, perché ha consentito di interrogare l'edificio stesso con rilievi, stratigrafie, indagini archeologiche mai eseguite prima. Non sono mancati i colpi di scena. Guardando la facciata sud della villa, quella da cui in origine si accedeva all'edificio, due grandi finestre sono accecate da muri interni. Mi sembrava difficile che Falconetto e Cornaro avessero fatto un errore simile, e infatti dall'archivio di Mantova è emersa la verità. Siamo nel 1542, la villa è quasi finita, ma il vescovo Pisani litiga con Cornaro e lo caccia dal cantiere. A sostituirlo chiama una archistar, Giulio Romano, allora al servizio dei Gonzaga a Mantova. Giulio impone delle modifiche nella distribuzione interna che portano alla chiusura di uno dei tre lati di arcate, come hanno dimostrato le stratigrafie. Inoltre applica al basamento della villa un rivestimento che simula grandi blocchi di pietra. Ma non basta perché, quindici anni dopo, al nuovo vescovo non piace entrare in villa da sud, e fa costruire sul fianco ovest una corte d'onore, con grandi scalinate. Dieci anni più tardi il vescovo successivo fa costruire a Vincenzo Scamozzi un maestoso sistema di accesso anche sul lato orientale. Ma la villa ha un peccato originario: costruito da un sognatore come Cornaro, l'impluvium è certo una raffinata citazione della domus romana, ma è un disastro nell'uso quotidiano degli spazi e nel Settecento viene eliminato.
A Luvigliano nasce la civiltà della villa, non solo per l'architettura, ma anche per la splendida decorazione ad affresco a opera di Lambert Sustris. Nei decenni successivi Palladio svilupperà l'"incunabolo" di villa dei Vescovi. Alla casa dominicale integrerà le barchesse, l'aia e le colombare, dando vita alle ville-azienda per gli aristocratici imprenditori del proto Nord-est, che vendevano i propri filati di seta in tutta Europa. Ma per ideare la sua villa più famosa, la Rotonda di Vicenza, Palladio tornerà con la mente sui colli Euganei, all'edificio modernamente antico rinato sul sito della villa di Livio.
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