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In Primo Piano

Flaccidi, sovrappeso, toracicamente insufficienti, eppure eccoli in divisa per tentare di anticipare il "decreto Nerone", che condannava le migliaia di opere d'arte razziate da Adolf Hitler a non sopravvivergli.
George Clooney, che ha sbagliato poco nella sua carriera di attore (anche nelle parti lievi), regista, produttore (conquistò l'Oscar con Argo nel 2013), è piombato su una vicenda cinematograficamente molto attraente, Monuments men (sugli schermi da giovedì e in concorso alla Berlinale, vedi Andrea Martini, pag. 43). È la storia vera, che Marco Carminati racconta sotto, di un manipolo di direttori e curatori di museo, artisti, architetti infilatisi nell'Europa incendiata dal nazismo per cercare di recuperare e restituire libri e capolavori d'arte, frodati a chiese, musei e privati, molti dei quali ebrei, come la famiglia Rothschild. Con l'approvazione del presidente Roosevelt, rafforzata dal maldestro bombardamento degli alleati a Milano che aveva compromesso L'ultima cena di Leonardo.
Ad anticipare quasi le immagini sono le martellate con cui i tedeschi suggellano le casse in cui viene riposto il polittico quattrocentesco dell'Agnello Mistico di Jan van Eyck, di cui era stata privata la cattedrale di San Bavone a Gand e oggi al suo posto grazie all'architetto Robert Posey (nel film Bill Murray), che lo scovò nella miniera di sale di Altaussee assieme alla Madonna di Bruges di Michelangelo e L'astronomo di Vermeer. Sarebbero tutti finiti, assieme ad altri sei milioni di pezzi, nel Führermuseum di Linz di cui Hitler accarezzava il modellino con il rinfrescante senso di rivincita dell'allievo rifiutato dall'accademia delle arti.
Tutti in cerca dei Rodin, dei Raffaello, dei Renoir, capitanati dallo stesso Clooney nei panni di Frank Stokes, figura ispirata a George Stout, storico dell'arte, leader dei Monuments. Accanto a lui Matt Damon è James Granger, nella realtà James Rorimer, futuro direttore del Metropolitan museum di New York, legato a Rose Valland, curatrice del Jeu de Paume di Parigi, che grazie al doppiogioco con i nazisti era riuscita a stilare un catalogo delle opere rubate, che permise le restituzioni. Nel film Valland è Claire Simone, raffinatissima Cate Blanchett. Il più giovane e meno consapevole della missione era il 18enne ebreo Sam Epstein, Harry Ettlinger nella realtà, che è ancora in grado di raccontare quando rinvenne l'autoritratto di Rembrandt, rapinato dal museo di Karlsruhe. Per ironia della sorte proprio da quella città Ettlinger era scappato non molti anni prima con la sua famiglia verso l'America per sfuggire alle leggi razziali. L'intento dichiarato da Clooney era di abbandonare il cinismo e la disillusione, fondo amaro delle belle pellicole precedenti, che mettono a nudo le interiora della politica e dei media americani, da Le idi di marzo (2011), a Good night, and good luck (2005) a Confessioni di una mente pericolosa (2003). Sicuramente c'è riuscito con un polpettone gigionesco, che rispolvera perfino il patriottismo americano in chiave antisovietica, ma che vanta i tempi giusti della commedia e della commozione, grazie anche all'eccellente cast. Basta la mimica facciale di John Goodman e il fisico antieroico di Bob Balaban ripresi nelle esercitazioni, o durante il trionfo del generale Eisenhower, mentre si accaparra il merito della scoperta, fatta dai Monuments, della riserva aurea nazista. Non mancano i momenti di pathos, quando Clooney si accomiata dal figlio o durante la commemorazione dei Monuments caduti, interpretati dal premio Oscar Jean Dujardin e Hugh Bonneville. Al netto di tutto, due orette di Storia, Arte e buona morale che passano con piacevolezza.
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