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In Primo Piano

Dopo la cacciata di Ludovico il Moro, i re di Francia Luigi XII e Francesco I, venendo a Milano, si fecero portare davanti all'Ultima Cena di Leonardo. Uno di loro (ma non è chiaro chi) chiese: «Possiamo staccarlo e portarlo in Francia?».
La richiesta, per fortuna, fu lasciata cadere, tuttavia sarebbe stato possibile farlo, perché già i romani sapevano come strappare le pitture dai muri. Vitruvio e Plinio ci raccontano che usavano il sistema del massello, cioè segavano le pitture a blocchi con tanto d'intonaco e porzione di muro retrostante. Tale (traumatica) prassi serviva soprattutto per razziare opere d'arte altrimenti inamovibili.
A quanto si sa non fu una pratica diffusa, per evidenti difficoltà tecniche e per le complicazioni dei successivi trasporti. Tuttavia, nel Rinascimento, lo stacco del massello conobbe una rinnovata fortuna, inaugurando una lunga stagione di "estrazioni" di dipinti dai muri che segnò soprattutto il Settecento, l'Ottocento e il Novecento, e che si è conclusa, di fatto, solo pochi decenni fa.
A questa storia avventurosa e affascinante è dedicata la rassegna allestita fino al 15 giugno al MAR di Ravenna, a cura Claudio Spadoni e Luca Ciancabilla (con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna). Frutto di lunghe ricerche e di capillari ricognizioni in musei e collezioni (ben documentate nel catalogo edito da Silvana Editoriale), questa rassegna – disposta su tre piani – soddisfa davvero ogni sorta di curiosità.
Dimostra, innanzitutto, che le "vittime" degli strappi non furono solo i pittori minori ma gli stessi grandi protagonisti dell'arte italiana, dai maestri di Ercolano e Pompei, a Giotto, Pisanello, Andrea del Castagno, Melozzo, Bramante, Signorelli, Perugino, Pinturicchio, Raffaello, Correggio, Pontormo, Veronese, i Carracci, Reni, Domenichino, Guercino e Tiepolo, tutti molto ben rappresentati in mostra.
Ma perché si strappavano le pitture dai muri? E con che tecniche? E ancora: chi furono gli esperti di quest'arte singolare che, dal Settecento in poi, vennero chiamati «estrattisti»? La mostra risponde disponendo la materia in sei sezioni tematico-cronologiche.
Nonostante la bizzarra idea di segare dal muro l'Ultima Cena di Leonardo per portarsela in Francia, il motore della prima stagione "estrattista" non fu quello della rapina ma della salvaguardia. Tra Cinquecento e Seicento gli affreschi venivano staccati a massello per essere salvati dalle distruzioni degli ambienti originali, a seguito di rinnovamenti architettonici e stilistici. Principalmente venivano salvate le pitture oggetto di culto o devozione, e anche le opere di mano dei maestri più celebri.
Al principio del Settecento, il pittore ferrarese Antonio Contri sperimentò «un meraviglioso artifizio» che gli permetteva di strappare gli affreschi senza segare il muro ma staccando semplicemente l'intonaco e ricollocandolo su una tela. L'«artifizio» rappresentò un'autentica rivoluzione perché rese più semplice e sicura l'estrazione dei dipinti e permise di trasformare gli affreschi staccati in quadri da galleria, aprendo così la strada a un fiorente collezionismo, a un lussurreggiante mercato e alla inevitabile produzione di falsi «dipinti strappati» ad uso degli ingenui.
L'«artifizio» di Contri venne perfezionato da Giacomo Succi, che grazie alla sua abilità venne chiamato a Roma da Pio VI e nominato «Estrattista delle pitture del Sacro Palazzo Apostolico». L'abate Luigi Lanzi riconobbe i meriti di questa pratica, soprattutto perché avrebbe consentito di salvare dalla rovina le «opere antiche».
Ma nobili intenti e realtà di fatto non si trovarono a coincidere. Nell'Ottocento l'azione dei «rilevatori di pitture dai muri» divenne inarrestabile, e più che alla salvaguardia delle opere si ancorò alle logiche del commercio e del collezionismo. In Italia il mestiere di estrattista si trasformò in un lavoro autonomo e assai redditizio. E vi si cimentarono non solo pittori o restauratori, ma anche aristocratici, farmacisti, chimici e studiosi di meccanica. Contro la "moda estrattista" si levarono poche voci di dissenso, tra cui quella di Leopoldo Cicognara che denunciò la prassi come nefasta per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano. L'elenco delle "dipartite" ottocentesche dai luoghi originari è, in effetti, assai corposo, e alcuni casi sono illustrati in mostra.
Per evitare che gli antichi affreschi subissero ulteriori dispersioni, nel 1839 lo Stato Pontificio vietò agli estrattisti «di eseguire distacchi senza le necessarie autorizzazioni». Fu un bene, perché intanto le tecniche di strappo si erano ulteriomente perfezionate, permettendo lo stacco non più dell'intonaco ma della sola e sottile pellicola del colore. C'è da dire che, dall'Unità al primo Dopoguerra, il trasporto delle pitture murali cominciò a mettersi al servizio dei «Musei patri e civici» e venne finalizzato alla salvaguardia delle antiche memorie delle città prenunitarie.
Nel Novecento uno dei grandi sostenitori delle estrazioni fu Roberto Longhi, e nel secondo Dopoguerra il suo pensiero fu determinante per avviare l'ultima, fiorentissima «stagione degli stacchi» (1950-1984). Longhi e altri storici dell'arte si convinsero che lo stacco preventivo fosse l'unico metodo per preservare ai posteri gli affreschi dei grandi maestri italiani. La convinzione scaturì dallo sconcerto suscitato dalla perdita degli affreschi nel Camposanto di Pisa o del Mantegna della Cappella Ovetari a Padova, periti sotto le bombe della Seconda guerra mondiale. E venne alimentata dal clima della Guerra fredda e dai danni provocati agli affreschi non staccati dall'alluvione di Firenze nel 1966.
La «stagione degli stacchi» venne caratterizza anche dalla «caccia alle sinopie», ovvero dall'appassionata ricerca dei disegni preparatori lasciati dai maestri sotto gli intonaci, che riemergevano splendidamente al momento della rimozione dalla pellicola pittorica.
A un certo punto, però, ci si accorse di aver davvero staccato troppo. Dopo gli anni Ottanta, la «stagione estrattista» finì. Oggi le norme di tutela non permettono più di rimuovere gli affreschi; tecniche e tecnologie d'avanguardia consentono di curarli, restaurarli e valorizzarli sui loro muri originari. Stante, ovviamente, l'assenza di calamità e una pace a oltranza.
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L'incanto dell'affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto, da Correggio a Tiepolo, Ravenna, MAR, fino al 15 giugno. Catalogo Silvana Editoriale

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