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In Primo Piano

I paragoni raramente spiegano la natura delle cose soprattutto quando si confrontano fatti o persone di epoche diverse. Non sono appropriati benché spesso rendano l'idea di quel che si vuol dire in termini comprensibili seppur non corretti. Venezia ebbe nel Cinquecento tre grandi pittori: Tiziano, Tintoretto e Veronese. Se dovessi evocare tre musicisti che possono avvicinarsi a loro penserei rispettivamente Beethoven, Brahms e a Mozart. È un'operazione sciocca ma forse aiuterà a capire perché Veronese sia sempre stato amato da tutti come lo fu Mozart.
Carlo Ridolfi, il più amabile biografo di Paolo Veronese, scrisse come il suo pittore fosse stato parco nelle spese e avesse vissuto lontano dal lusso. Parlava dell'uomo non dell'artista: Veronese condusse una vita piuttosto grigia eppure, se socchiudo gli occhi e penso alle sue opere, mi sfiora un bagliore suntuoso, uno scoppio di colori, una brezza profumata. Potrei credere che sia stato lui ad inventare il cielo, la trasparenza dell'aria, l'ondeggiare delle nuvole: mai atmosfera fu più nitida di quella su cui si stagliano i protagonisti (più personaggi che persone) delle sue azioni teatrali. Persino Cristo sembra aver trascorso una vita sempre elegante: lo si deve imitare percorrendo l'età dell'oro e partecipando a banchetti fastosi? Un giorno Veronese si vide costretto a spiegare all'inquisizione quel lusso poco cristiano; ammise di aver dipinto un elisio forse pagano ma non contrario alla bontà; i poeti, i pittori e i lunatici possono prendersi qualche licenza. L'arte non offende Dio anche se può apparire ad alcuni irriverente. Paolo non fu un ribelle ma un artista felice di vivere nel migliore dei mondi possibili. Sarebbe lecito credere che buona parte della sua esistenza trascorse in una eterna giovinezza seguita da un paradiso ornato di portici e di marmi e abitato con grande dignità da uomini pii.
Uno dei suoi conoscitori più acuti, Bernard Berenson, lo considerava un pittore insuperabile, forse quello a lui più congeniale pur non ritenendolo uno dei più grandi artisti di ogni tempo (not one of the very greatest artists). Alla sua formazione, aggiungeva, mancava forse una solida tradizione intellettuale. Sono sempre stato certo di questa definizione ma ora, rivedendo la cinquantina di capolavori esposti alla National Gallery nella più bella mostra degli ultimi anni, ho cambiato avviso. Quanto Berenson scrive è vero: il Veronese forse non raggiunse la suprema sottigliezza di un Velázquez ma riuscì a trasmettere un senso di felicità insuperabile e mi dico che questa gioiosa serenità è così schietta da essere più vera di qualunque pensiero astratto. Non si rimpiange l'inverno in un giardino incantato – c'è altrettanta profondità nella perfezione di un fiore che nel mistero della morte.
La mostra di Londra si tiene in varie sale del piano nobile della National Gallery. Vedere al lume del giorno questi quadri fatti di luce e di colore è tutt'altra cosa che vederli con lampade elettriche. Per l'occasione si è scelto quel che era possibile scegliere: sono giocoforza assenti gli affreschi di Maser, diverse immense composizioni pressoché inamovibili, alcune meraviglie che appartengono ad istituti a cui non sono consentiti prestiti. È una esposizione concepita da due uomini intelligenti e, quindi, lo ripeto, una esposizione bellissima. Per l'occasione si è ideata una nuova formula editoriale: non si propone un vero e proprio catalogo ma una biografia che segue passo per passo l'intero percorso di Paolo Veronese, riassumendo quel che si sa senza inventare quel che non si sa e non confondendo ciò che è possibile con ciò che è certo. Questo compito è assolto da un italiano ancora molto giovane, formatosi fra Roma e Londra, e ora curatore capo della Frick Collection di New York, Xavier Salomon, il cui nome è destinato ad essere più famoso di quanto già lo sia. La pubblicazione, voluta dal direttore del museo Nicholas Penny, presenta molti punti a suo favore. Diventa una monografia seguita da un elenco dei dipinti esposti. Un elenco, a mio vedere, troppo succinto: basterebbe aggiungere una cartella ad ognuna delle voci per avere ancora qualche cenno sullo stato di conservazione delle singole opere e sulla loro iconografia (bibliografia, dimensioni e provenienza sono già esaurienti). Non vorremmo, sia chiaro, una scheda esaustiva su ogni lavoro esposto come usa troppo spesso fare appesantendo la lettura e intorbidendo la comprensione. Del resto, nel caso specifico dei dipinti della National Gallery stessa (e si tratta di dieci quadri capitali del Veronese) esiste già un formidabile catalogo di Penny (The Sixteenth Century Italian Paintings, II, Londra, 2008).
Non sono un grande ammiratore della grafica del Veronese: Longhi, il mio vecchio maestro, affermava che via via che dipingeva, Paolo sembrava dimenticare i suoi disegni, cancellandoli finché tutte le torsioni manieristiche si calmavano in una sublime "invenzione tonale". I suoi fogli sono importanti per capire il suo modo di pensare ma non i suoi sentimenti. Non è questo un giudizio artistico ma devo confessare che non ho sentito la mancanza di questi schizzi nervosi che quasi mai comunicano la calma olimpica del grande artista pur restando necessari per intendere la sua grammatica.
Fra i quadri che amo incondizionatamente vorrei citare per primo la grande tela con La famiglia di Dario ai piedi di Alessandro. Quest'opera nobilissima mi innamorò fin dal primo giorno in cui la vidi. Lunga quasi cinque metri, è concepita come un bassorilievo antico al quale si sia infuso miracolosamente sangue e colore. Voglio qui ricordare quel che scrisse Goethe nel 1786 quando era ancora a Palazzo Pisani, a Venezia: «rivela tutto il valore dell'artefice, la sua grande arte di esprimere la più deliziosa armonia evitando di diffondere su tutta la tela un tono uniforme, distribuendo i chiari oscuri con gran discernimento, non altrimenti degli altri colori che si avvicendano, risalta qui, nel modo più evidente, perché il quadro è perfettamente conservato». Goethe sottolinea quanto fosse importante che un'opera come quella fosse in buono stato, altrimenti il piacere risulterebbe alterato «senza che noi stessi riuscissimo a saperne la ragione». Confessa per finire come egli vedesse il mondo «con gli occhi di quel pittore». Se devo seguire le mie inclinazioni personali non posso non ricordare le opere studiate nel capitolo centrale del presente catalogo, una serie di allegorie delle passioni degli dei o, meglio, dell'ambiguità dell'amore. Alcuni di questi dipinti, fra i più poetici del mondo, si trovano nella National Gallery stessa e sono esposti accanto al Marte e Venere congiunti da Cupido del Metropolitan Museum. Il loro senso iconografico è controverso così come la loro provenienza. Per quanto Paolo sia uno degli artisti più sereni mai esistiti alcune di queste immagini sono segnate da un sentimento ossessivo e ambivalente. Mi riferisco soprattutto al cosiddetto Disprezzo (o Disinganno) dove vedi la figura di un uomo disteso e seminudo, con le braccia alzate in atto di difesa o di supplica, colpito da un erote sotto gli occhi sprezzanti di una donna bella e impudica a braccio di una compagna ammantata raffigurante la castità. Altri dipinti nello stesso gusto sono alla Frick Collection e al Museo del Prado ma nessuno appare ai miei occhi così inquietante quanto il Disprezzo. A questo gruppo risulta affine un piccolo quadro in superbo stato di conservazione con Marte e Venere. Veronese vi si presenta nella sua vena più squisita con un senso dello humour quasi unico nella storia dell'arte italiana: il piede di Marte rattrappito in uno spasmo amoroso, la gamba indiscreta di Venere, il cupido bambino che fa scendere dalla scala un cavallo sornione come un cane mansueto, fanno sorridere da questo bizzarro coitus interruptus. Mi auguro che la Pinacoteca Sabauda a cui appartiene questo olio senza pari (dono di uno straordinario personaggio che ebbi la ventura di conoscere molti anni fa, Riccardo Gualino) trovi qualche benefattore che sostituisca la imbarazzante cornice che lo racchiude male e non rappresenta il gusto e la cultura italiana in un momento di crisi e di indifferenza.
Veronese fu anche un ritrattista fuori dal comune e a Londra vediamo oggi due o tre capolavori di questo genere (il Gentiluomo in pelliccia di Palazzo Pitti, La Bella Nani del Louvre e il singolare Ritratto maschile della Galleria Colonna) tutti in buono stato di conservazione. Lo è anche il magnifico Iseppo Da Porto col figlio, degli Uffizi, mentre il suo pendant con la moglie e la figlioletta, oggi a Baltimore, è stato assai maltrattato (mi domando se la fotografia in Berenson, Italian Painters of the Renaissance, Londra, 1959, tav. 81, sia anteriore, come pare, alla deplorevole condizione in cui oggi si trova questa tela). Purtroppo anche altri due ritratti esposti, quello di Harewood House e quello del Museo Getty, non sono del tutto in ordine.
L'aspetto devozionale del nostro artista è assai ben esaminato. Isolo due opere strabilianti: Il martirio di San Giorgio della omonima chiesa di Verona e La conversione di San Pantalon della chiesa di quel Santo a Venezia. Nella prima, Paolo costruisce una sorprendente macchina cattolica attorno ad una statua antica drappeggiata come un cavaliere cristiano (oso troppo a dire che quel torso nudo, quasi di marmo, ricordi Laocoonte?). La seconda, il San Pantalon, data al 1587, l'anno prima della morte del Veronese. E qui sembra iniziare la pittura del Seicento.
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«Veronese», Londra, The National Gallery, fino al 15 giugno. Catalogo National Gallery. La mostra è stata sponsorizzata da Credit Suisse

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