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In Italia le biografie non hanno mai riscosso molto successo: diari, memorie, epistolari e racconti autobiografici non sembrano accendere la fantasia nazionale, a meno che diventino scritti più astratti, teorici o filosofici. Il gusto per la storia, quando esiste, nel nostro Paese non sembra curarsi del condimento indispensabile delle biografie, quella forma sublimata del pettegolezzo chiamata l'aneddoto. Anche nei grandi testi pittorici le raffigurazioni dal vero di interni, di mobili e di arredi non sono frequenti contrariamente a quanto fanno i pittori fiamminghi. Siamo infatti più portati alla teoria che alla pratica.
Sarebbe stato lecito pensare che, tenuto conto del protagonismo degli italiani, almeno le autobiografie fossero frequenti. Ma non è così: esistono alcuni libri in cui si raccontano i fatti della propria esistenza come la Vita di Vittorio Alfieri o Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Ma restano fatti isolati e forse non a caso due autori famosi, i veneziani Giacomo Casanova e Carlo Goldoni, dettarono le proprie memorie in lingua francese.
Gli storici dell'arte e gli archeologi non fanno eccezione a questa inclinazione nonostante Giorgio Vasari abbia scritto vari volumi che restano non solo eccellenti biografie ma anche testi fondamentali per la storia dell'arte italiana. Vasari però resta uno storico intento a stabilire una cronaca dettagliata del suo assunto, il più completa possibile. In certi casi fantasia e immaginazione suppliscono ai fatti quando essi sono ignoti. Dai tempi del Vasari ogni regione italiana vanta molteplici Vite degli artisti locali ma non si parla tanto degli uomini quanto delle vicende artistiche e della supremazia del campanile. Inutile attendere molti testi scritti in prima persona (Benvenuto Cellini è una gloriosa eccezione) o biografie scritte da altri (dico biografie, non monografie). Lo fa Goethe, in tedesco, parlando di Philipp Hackert, che fu al servizio della corte di Napoli ai tempi di Ferdinando IV: e Goethe parla non solo di arte ma anche del l'uomo e di fatti di altro tipo, di osservazioni dal vero.
Gli storici dell'arte italiani restano perlopiù muti sui fatti personali fino ai giorni nostri. Se si tiene conto che molti loro colleghi tedeschi e inglesi hanno redatto le proprie memorie (cito a colpo di penna i nomi di Wilhem Bode, di Bernard Berenson, di John Pope-Hennessy e di Kenneth Clark) riesce quasi imbarazzante poter soltanto ricordare da noi le Memorie autobiografiche di Adolfo Venturi (del 1927) e quelle di Federico Zeri, Confesso che ho sbagliato (del 1995). Non saprei citare altri titoli di particolare significato se non i ricordi poetici di Mario Praz (La casa della vita, 1958) che riguardano più gli oggetti del suo appartamento che le circostanze del suo passaggio su questo pianeta. Forse per il grande saggista era più naturale commuoversi per le curve perfette di un mobile che per un paio di occhi azzurri destinati a ingrigire col passare degli anni.
A ogni modo un paio di smilzi volumi sulla propria vita sono davvero pochi in un contesto così vasto come quello italiano. Venturi, padre della moderna storia dell'arte, riesce comunque a raccontare molti fatti sul tempo suo ed è anche in grado di formulare le proprie idee in modo molto efficace. Egli nota ad esempio come la fotografia e i libri restino preziosi per chi abbia osservato de visu le cose con attenzione altrimenti «la memoria prende il dominio sull'intelligenza». Un altro suo pensiero non è meno acuto: «il documento è lettera morta se non s'avviva della luce delle cose alle quali si riferisce: esse portan con sé, nel loro aspetto, il documento primo, più chiaro e più vero, per chi sappia leggere». Infine non posso non ricordare un'idea apparentemente cinica che è purtroppo vera: «solo i poveri conservano, solo essi che non hanno i mezzi sufficienti a distruggere». Tutt'altro tono ha lo scritto di Zeri (il titolo ricorda quello all'autobiografia di Pablo Neruda, Confieso que he vivido) che non è tanto la storia della sua vita quanto un carnet de doléances sui mali del Paese e persino sulla propria opera come conoscitore della pittura italiana – anche di questo trova da lagnarsi –. Negli ultimi anni, rileggendo le imprecazioni di Zeri e di altri profeti di sventura, ho finito mio malgrado per rimpiangere persino le meditazioni estetiche e i commenti trasognati di altri critici d'arte che mi sono molto meno cari di lui. Quel genere di storia dell'arte, concepito come un dossier medico su mali incurabili, ha finito per annoiarmi nella sua totale inutilità pratica. Si impara di più dall'ammirazione che dal vituperio e, arrivato alla fine della vita, sono grato a chi propone nuovi fatti o aiuta ad apprezzare le cose d'arte a occhi bene aperti. Per quel che riguarda Zeri sono più riconoscente ai suoi Mani quando penso ai suoi scritti filologici, alle investigazioni su pittori dimenticati, resi vivi dall'entusiasmo che allora aveva e dal suo occhio vivificatore. Le condanne al l'ergastolo portano solo alla morte.
Forse in questa vocazione autodenigratoria risiede uno dei motivi per cui mentre nei Paesi anglosassoni, in Francia e persino in Spagna si è generosi col proprio passato intellettuale (a Londra si è commemorato Kenneth Clark alla Tate Britain fino al 10 agosto) in Italia (con l'eccezione di una attenta biografia su R. Bianchi Bandinelli scritta da Marcello Barbanera del 2003) non si commemora mai nessuno: si detestano gli antenati, e qui non vale la frase inglese Elders and Betters.
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