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Firenze, Londra e Montecarlo: quando gli artisti rinnovano la tradizione

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Firenze, Londra e Montecarlo: quando gli artisti rinnovano la tradizione

Provate a immaginare una gigantesca natura morta dipinta con una bomboletta spray: ci riuscite? L’opera esiste ed è dell’artista svizzero Nicolas Party (1980), che trasforma la storia dell’arte - i suoi generi, le tecniche e i rituali - in materiale di lavoro per un’arte che è familiare e sconosciuta al contempo. Prodotta dalla Marchesi Antinori per la mostra collettiva Still-life Remix nel 2015, l’opera entra oggi ufficialmente nella collezione di arte contemporanea della famiglia, un’iniziativa di Antinori Art project per la cantina del Chianti, opera architettonica aperta al pubblico nel 2012. In occasione dell’annuncio, Marchesi Antinori ha organizzato una mostra personale a Party nello storico palazzo fiorentino della casata, che sarà straordinariamente visitabile fino al 14 gennaio. “L’artista si appropria con ironia di un’iconografia classica, nella convinzione che ci siano immagini talmente inflazionate che diventano quasi 'object trouvè', mettondo in discussione il limite tra arte e decorazione” ha spiegato la curatrice di Antinori Art Project e neodirettrice di Artissima, Ilaria Bonacossa. Un approccio “per rinnovare senza dimenticare”, apprezzato dalla critica e anche dal mercato: la galleria Kaufmann Repetto vende le opere di Party in un range che va da 1.500 euro per le ceramiche a 60mila euro per i wallpaintings

Ma Nicolas Party non è il solo artista a inserirsi nel solco della tradizione, sfruttando un camouflage tecnico per costruire un dialogo con il contemporaneo: l’italiana Linda Fregni Nagler (1976), rappresentata dalla galleria milanese Monica de Cardenas con prezzi da 4mila a 20mila euro, offre un simile intento in fotografia, appropriando immaginari visivi del XIX secolo. Nel 2013, ad esempio, si era distinta alla Biennale di Venezia con The Hidden Mother, un’installazione di quasi mille fotografie – tra cui dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi, albumine – di madri nascoste sotto tende e tessuti per tener fermi i propri neonati durante la realizzazione del loro primo ritratto fotografico. Un progetto di grande impatto visivo ed emotivo, metafora di un’era che vede le immagini trasformarsi al punto da diventare fonte di turbamento, e dove non cambia invece il ruolo della donna, deus ex machina e pilastro invisibile della società. Il 17 marzo prossimo, Fregni Nagler inaugura la sua prima collettiva in veste di curatrice, Hercule Florence. Le Nouveau Robinson, al Nouveau Musée National de Monaco con la partecipazione di artisti contemporanei tra cui Lucia Koch, Jochen Lempert e Leticia Ramos. La mostra, curata con Cristiano Raimondi, ruota intorno alla figura di Hercule Florence, artista di origini monegasche naturalizzato in Brasile, il primo a coniare il termine “fotografia” per un processo di riproduzione della realtà da lui ideato. Un’occasione, di nuovo, per guardare al passato e investigare il presente dell’arte e della società.

Dovremo, invece, aspettare la seconda metà del 2017 per visitare la nuova mostra personale dell’argentino Pablo Bronstein (1977) alla Galleria Franco Noero di Torino, che vende i suoi disegni a prezzi da 5mila a 50mila sterline a seconda di dimensioni e numero. L’opera di Bronstein appare anacronistica, perché l’artista si appropria dell’estetica pre-novecentesca, e lo fa esibendo una straordinaria competenza grafica, elegante e a tratti manierista, capace di trarre in inganno, con ironia, anche il pubblico più erudito. Protagonista l’anno scorso di una personale a cura di Alberto Salvadori e Leonardo Bigazzi al Museo Marino Marini, dove si era confrontato con lo straordinario Tempietto del Santo Sepolcro di Leon Battista Alberti, l’artista ha prodotto di recente una performance per la Tate Britain in cui univa elementi di danza barocca e contemporanea in uno scenario ispirato ad architetture possibili del XVII-XIX secolo. Rivelata nel miscuglio di riferimenti la sua finta vocazione storica, l’opera indagava il nostro rapporto con la storia e con la società, senza omettere che ogni tuffo nel passato non è mai un intervento neutrale, a somma zero.

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