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Un nuovo lessico per le nuove forme di lavoro culturale

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economia e beni culturali

Un nuovo lessico per le nuove forme di lavoro culturale

Sostenibilità, engagement, audience, community sono solo alcune delle parole ricorrenti di chi svolge un lavoro culturale. Indicheranno qualcosa comprensibile a molti, se non a tutti? Sono sempre necessari gli anglicismi? L’analfabetismo di ritorno, anch’esso definizione ricorrente, rappresenta una barriera nel lavoro culturale? La comprensione e l’uso delle nuove parole è una sfida che possiamo superare? Ci metterà d’accordo? Tante le domande sul vocabolario usato da chi lavora nella progettazione culturale.

Oggi 14 giugno presso il Polo del ‘900 a a Torino si svolge la prima tappa offline del progetto Nube di Parole, una riflessione sulla necessità di un nuovo vocabolario per il settore culturale ideato da da CheFare, WeMake, Centro Studi del Presente e Polo ‘900su un nuovo vocabolario per il settore culturale.
Il progetto Nubi di Parole è stato selezionato lo scorso dicembre tra i 15 vincitori del Bando Polo del ‘900 di Compagnia di San Paolo, una call dedicata all'innovazione civica con un focus sulla progettazione e ricerca partecipata. Scopo del progetto definire il significato di alcuni termini della progettazione culturale, spesso utilizzati in maniera ambigua o impropria, e costruire un vocabolario puntuale e al passo con i cambiamenti che stanno caratterizzando il settore nell'ultimo decennio. La pienezza del significato è solo il punto di partenza di Nube di parole, che vuole tracciare un cammino condiviso con i principali stakeholder del settore.

I capofila del progetto hanno selezionato 40 espressioni ricorrenti, raggruppandole in quattro aree tematiche: i concetti, le professioni, gli strumenti e gli spazi del lavoro culturale. Grazie a quattro sondaggi online, sono state individuate le parole più votate dei quattro gruppi tematici che entro settembre 2018 saranno trasformate in voci d'enciclopedia con l'aiuto di linguisti, semiologi, filosofi e attivisti culturali, ma anche attraverso un processo di scrittura partecipata.

Il cambiamento linguistico. In ambito culturale stiamo assistendo a una vera e propria trasformazione delle modalità di fruizione e di accesso alla cultura, ma anche una rivoluzione tecnologica che sta riscrivendo il modo in cui attiviamo relazioni e processi. Questi cambiamenti sono al contempo causa ed effetto delle trasformazioni delle professioni della cultura: dare a queste nuove pratiche un senso accessibile, rendendole parte del nostro quotidiano, è una partita politica necessaria per puntualizzare le competenze e i ruoli di un settore che, troppo spesso, risulta di difficile comprensione. Ne abbiamo parlato con Bertram Niessen e Valeria Verdolini di CheFare.

Da quale riflessione nasce Nube di Parole?
Dall'urgenza di riflettere sulle parole usate per parlare di lavoro, di cultura e di innovazione. Nella grande confusione dei tempi che viviamo è sempre più difficile scegliere le parole e questa difficoltà non è neutra, nei modi e negli effetti: nasconde conflitti, posiziona disuguaglianze, chiama strategie. Il percorso che abbiamo costruito vuole far emergere - tra l'online e l'offline – strutture di senso dalla complessità delle esperienze, delle competenze e delle prospettive di lavoratori, esperti e appassionati.

Cosa indicano le parole scelte dal pubblico riguardo il settore culturale?
Individuano urgenze assolutamente pratiche. Sono professioni, temi concreti, questioni che connettono le idee al quotidiano e ai pubblici. Non a caso una delle prime scelte è stata “sostenibilità”. Ma ci sono anche “audience engagement”, “community manager” e “analfabetismo digitale”: se da un lato limitano, imbrigliano e - perché no - imbrogliano, dall'altro le parole scelte delineano linee di sviluppo per le politiche civiche e culturali di oggi e di domani.

A cosa serve e che cosa significa definire un vocabolario del settore culturale?
Intanto tentare di fotografare l'esistente, di nominare il contemporaneo e di provare a prendere del tempo per riflettere. Quel tempo che solitamente manca e che ci spinge sempre più vorticosamente ad usare parole delle quali ci siamo dimenticati il senso. La costruzione di un lessico comune, inoltre, è un modo per riconnettere lavori, professioni ed economie con “il culturale”, alla ricerca di quei nuovi paradigmi del valore che sono indispensabili per poter pensare ad una cultura realmente sostenibile. Le parole servono per muoverci nel mondo, metterci d'accordo e per articolare la varietà di relazioni e forme di collaborazione che chiamiamo società. Quando siamo d'accordo sul loro significato, le parole funzionano; quando riusciamo a nominarli nel senso e nelle mansioni i lavori esistono.

Qual è il legame tra il cambiamento di paradigma nel settore e la necessità di avere un nuovo vocabolario?
Con la contrazione delle risorse economiche nei settori pubblici connessi a cultura, arte, istruzione, ricerca e welfare, sempre più soggetti e progettualità hanno iniziato - consapevolmente o meno - ad usare le stesse parole per indicare cose molto diverse nel tentativo di massimizzare le possibilità di fundraising. Termini-ombrello come “open”, “free”, “innovazione”, “community”, “social” o “smart” sono divenuti sempre più presenti anche per la loro apparente facilità d'uso nella comunicazione digitale: “apparente” perché se l'uso ossessivo di questi termini sembra promettere molto, finisce per anestetizzare i pubblici e inibire le possibilità d'azione. C'è bisogno di rimettere in discussione tutto questo.

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