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Mercato dell’arte

Art Basel, artisti alla ricerca dell’identità collettiva nella sezione Unlimited

Yu Hong, galleria Long March Space, © Art Basel
Yu Hong, galleria Long March Space, © Art Basel

La scala mobile di accesso ad Art Unlimited 2018 è già di per sé un'opera d'arte: “Passage de la Couleur, 26 secondes et 14 centièmes” di Daniel Buren. Una scultura in movimento realizzata dal maestro francese per l'edizione 2007 di Unlimited, allora acquistata dalla fiera e quest'anno utilizzata come porta di ingresso alla sezione, per la prima volta allestita al piano superiore della Hall 1 di Art Basel. L'invito a salire da parte dell'artista francese prosegue all'interno di Unlimited su un'impalcatura - un formato che l'artista utilizza da circa 40 anni - che offre al visitatore una panoramica delle 72 opere di grandi dimensioni presentate quest'anno dalle gallerie. Un osservatorio privilegiato che, come scrive il curatore della sezione Gianni Jetzer, ci invita ad un allenamento collettivo e ad un momento di riflessione su quello che siamo (l'introduzione al catalogo si intitola proprio “This Is Us”, questi siamo noi). Infatti, pur non essendo una mostra curata, Unlimited è percorsa da alcune tematiche che ritornano anche tra gli stand delle gallerie. Uno di questi è certamente il tema politico e sociale. “Nel complesso gli artisti si sono interrogati sull'identità collettiva” scrive Jetzer. “Con il cambiamento della politica mondiale, Unlimited è una mostra fortemente internazionale, ci mostra la complessità delle identità di oggi e mette l'arte al centro di questo cambiamento significativo”.

Il tema politico. A fissarci mentre camminiamo sulla piattaforma di Buren ci sono gli occhi del grande fratello dell'era sovietica dell'artista bulgaro Nedko Solakov, che nell'opera “I miss Socialism, maybe...” (presentata da Galleria Continua) evoca con nostalgia la dittatura comunista perché allora lui, trentenne, ancora poteva sperare in un futuro migliore. Oggi quegli occhi indiscreti sono stati sotituiti da molti più numerosi piccoli occhi che ci seguono costantemente e ai quali siamo noi stessi a consegnarci volontariamente su tracce digitali.
Il cileno Alfredo Jaar, invece, affronta il tema caldo dei rifugiati nell'opera “A Hundred Times Nguyen” (1994), nella quale cerca di scuotere le coscienze risvegliando un senso di empatia nei confronti di una bambina vietnamita nata in un campo di detenzione per vietnamiti richiedenti asilo a Hong Kong. D'altro canto ciò che distingue l'umanità è la capacità di leggere un'immagine e identificarci con un altro essere umano. Proposta da Goodman Gallery, Lelong, Kamel Mennour, Thomas Schulte, in collaborazione con Lia Rumma, l'opera aveva un prezzo pari a 750.000 $ (ed. di 3).
Tra le opere vendute il giorno dell'anteprima c'è “Death Star II” di Robert Longo, acquistata da un museo europeo per 1,5 milioni di dollari: una sfera composta da 40.000 proiettili, uno per ogni morto da ferita da arma da fuoco negli Stati Uniti nel 2017. Una prima versione dell'opera era stata già realizzata nel 1993, ma allora i proiettili erano “solo” 18.000, dimostrando l'escalation di violenza nel paese. Rirkrit Tiravanija, invece, ha ricordato attraverso le immagini di copertoni in fiamme gli scontri a Bangkok nel 2010 con l'opera “untitled 2015 (bangkok boogie woogie, no.1)”, presentata da Gavin Brown. Il sudafricano Mikhael Subotzky e l'inglese Patrick Waterhouse si sono addentrati nel complesso abitativo di Ponte City a Johannesburg, costruito negli anni 70, all'apice dell'apartheid, per i bianchi ricchi e poi occupato, negli anni '80, dalle classi più povere, documentandone in modo molto completo la vita all'interno.

Un continente in rapido cambiamento. L'eredità culturale cinese travolta dalla rapidissima evoluzione dell'Asia contemporanea è al centro delle opere di diversi artisti. Yu Hong, membro della “New Generation” di pittori emersi nella Pechino degli anni '90, ha raffigurato in un dipinto di 5 x 9 metri un'antica fiaba cinese in cui la volontà umana trionfa sulla natura, citata sia nella storia dell'arte della Cina moderna che comunista. Presentato dalla galleria Long March Space, è stato venduto a 1,75 milioni di dollari. Il noto artista e dissidente Ai Weiwei, invece, ha raccolto letteralmente i cocci dell'eredità culturale cinese collezionando nell'arco di vent'anni 3.020 cocci di porcellane della dinastia Ming rappresentanti la tigre, simbolo di coraggio. Ognuno di essi è stato modellato e dipinto da un artista ora dimenticato. Insieme rappresentano la persistenza dell'eredità culturale cinese, ma al contempo anche la sua fragilità.

Le vendite. Pur trattandosi di opere di dimensioni monumentali e, quindi, più difficili da vendere, la sezione Unlimited è nata nel 2000 per rispondere da un lato ad artisti sempre più ambiziosi e dall'altra al proliferare dei musei privati. Durante l'anteprima di lunedì, nella prima ora riservata ai collezionisti, David Zwirner ha venduto tutte e tre le opere che presentava: “Egg” (2018) della svizzera Carol Bove a 1,5 milioni di $, una rara scultura di Fred Sandback da 475.000 $ e il video “Tornado” (2000-2010) di Francis Alÿs, realizzato in collaborazione con Julien Devaux, a 450.000 $. La parigina Applicat-Prazan ha ceduto per 2 milioni di euro l'olio su tela “Hommage au Connetable de Bourbon” (2,5 x 6 metri) di Georges Mathieu, realizzato sul palco del Fleischmarkt Theater di Vienna nel 1959 in 40 minuti di performance con le musiche di Pierre Henry. Successo anche per l'artista italiana Lara Favaretto, la cui installazione “Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)” (2018), composta da dieci cubi di coriandoli colorati che simbolizzano la transitorietà e la vulnerabilità, è stata venduta dalla galleria torinese Franco Noero a 220.000 euro. Presso la galleria bolognese P420, invece, il Centre Pompidou ha opzionato fino alla prossima riunione del comitato di acquisizione un'opera della rumena Ana Lupas, per anni rimasta al di fuori del mondo delle gallerie, recentemente definita “l'equivalente est-europeo di Joseph Beuys”. Si tratta della sua grande installazione “Christmas Trees for the Years to come” del 1993, che analizza il tema dell'identità attraverso materiali legati alla tradizione locale e alla quotidianità della vita rurale. Segno che un mercato per questo genere di opere, anche se più ristretto, c'è.

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