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PMA: raccolti 380 milioni di dollari per aggiornare il museo

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musei e biennali

PMA: raccolti 380 milioni di dollari per aggiornare il museo

“Il Philadelphia Museum of Art è l'ultimo grande museo americano del XX secolo a non essere stato ancora aggiornato, ma ci stiamo lavorando”. A parlare è Jonathan Peterson, ex manager J.P. Morgan che ha abbandonato la finanza per occuparsi di filantropia in alcune tra le maggiori istituzioni culturali americane, dall'opera di San Francisco alle orchestre di Miami, Chicago e Indianapolis. Nel 2015 ha lasciato il SFMoMA – per cui ha raccolto 610 milioni di dollari e gestito 40mila soci per quattro anni – e dirige il dipartimento sviluppo del PMA.
“L'edificio che accoglie la preziosa collezione del museo è stato pensato all'inizio degli anni venti e necessita un'infrastruttura al passo con i tempi” spiega Peterson. Il nuovo progetto, che vede incaricato l'architetto di fama mondiale

Frank O. Gehry, estenderà la superficie del museo e al contempo risponderà alle sfide di mostrare arte contemporanea sempre più monumentale. Tra le ultime acquisizioni, infatti, ci sono opere di Andreas Gursky, Sigmar Polke e Mark Bradford – che ha rappresentato gli Stati Uniti alla ultima Biennale di Venezia - e tutte richiedono spazi espositivi che il museo non può offrire.

“In passato, per esporre la nostra collezione, siamo dovuti ricorrere a prestiti ad altri musei, come l'imponenteMass MoCAin Massachussets, un museo recuperato in uno spazio industriale” ammette Peterson. Il PMA, inoltre, è nato come un museo enciclopedico di stampo ottocentesco, ma negli anni la sua collezione è cresciuta soprattutto grazie alle donazioni, spesso relative a opere di arte contemporanea. È del 2015, ad esempio, la notizia che 97 lavori di artisti del calibro di Jasper Johns ed Ellsworth Kelly per un valore stimato di 70 milioni di dollari saranno donati al museo dai coniugi Sachs, e nel 2016 il PMA ha ricevuto 50 lavori di artisti come Edward Hopper e Philip Guston, oltre a 10 milioni di dollari da Daniel W. Dietrich II.

“La nostra collezione conta più del 50% di opere provenienti da privati, ma ciò non ha intaccato la qualità del museo” dichiara Peterson e aggiunge: “reputazione e posizionamento contano moltissimo, sono ciò che permette a me di raggiungere gli obiettivi finanziari”. Stupisce, invece, il valore relativo percentuale dei mecenati corporate, mai oltre il 20% dei contributi annuali del museo. “Tra le motivazioni principali di una donazione c'è spesso un forte senso di appartenenza verso la città e il desiderio di partecipare personalmente alla sua crescita culturale e artistica” afferma il direttore.

Per la campagna di aggiornamento del museo – che oltre all'edificio riguarda tutte le sue attività principali, dalla didattica alle mostre - il PMA ha raccolto già 380 milioni di dollari su un di fabbisogno totale di 525 milioni stimato cinque anni fa, ma si tratta “solo” di circa 400 offerte oltre i 100mila dollari ciascuna, e per il 73% provenienti dallo Stato della Pennsylvania.

“Le donazioni sono esenti da imposta, eppure per la mia esperienza l'esenzione fiscale non è così importante: ciò che conta davvero per questi mecenati è la qualità della relazione con il museo” riconosce Peterson. Da qui, la necessità di un team di 50 persone dedicate allo sviluppo del PMA, il 10% dell'organico. Un numero che dovrebbe far riflettere le istituzioni italiane, che rivendicano giustamente una migliore fiscalità per le donazioni, ma non investono abbastanza nella produzione di valore per i mecenati.

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