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Gwangju, la Biennale riflette sulla possibile svolta delle due Coree

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musei e biennali

Gwangju, la Biennale riflette sulla possibile svolta delle due Coree

Yoshitomo Nara Tobiu  2018 Sculture e disegni Installazione alla Biennale di Gwangju
Yoshitomo Nara Tobiu 2018 Sculture e disegni Installazione alla Biennale di Gwangju

La Biennale di Gwangju è l'evento di riferimento per il mondo dell'arte asiatico e la sua 12ª edizione - appena inaugurata e visibile fino all'11 novembre - ne ribadisce le ambizioni, con 165 artisti e sette sezioni curate da 11 curatori, come Clara Kim curatrice della Tate Modern, Gridthiya Gaweewong del Jim Thompson Art Centerdi Bangkok, più una serie di collaborazioni istituzionali - tra cui il Palais de Tokyo di Parigi - e le nuove commissioni agli artisti Adrián Villar Rojas, Mike Nelson, Kader Attia e Apichatpong Weerasethakul nell'ex ospedale militare. La mostra, dal titolo «Imagined Borders», echeggia la prima Biennale del 1995, «Beyond The Borders», ideata per commemorare il massacro del Movimento Democratico del 18 maggio 1980 a opera del dittatore Chun Doo-hwan, e riflettere sulla Guerra di Corea. Il nesso tra le due mostre trova giustificazione nei recenti summit tra i leader di Seul e Pyongyang, il terzo in programma pochi giorni fa. Eppure, nonostante il progetto fosse indirizzato – almeno inizialmente – a fare il punto sulla Biennale in occasione di un possibile appuntamento cruciale nella storia delle due Coree, l'impressione è che la cornice concettuale della mostra sia un commento amaro e spesso risentito, più che una celebrazione o l'annuncio di una svolta.

La mostra. I temi affrontati dagli artisti vanno dalla globalizzazione al fenomeno migratorio, dalle modalità in cui l'architettura riflette le barriere imposte dalla società, agli effetti tangibili delle imposizioni di tipo politico sulla vita dell'individuo. Byron Kim, artista americano di origini sudcoreane, presenta i «Bruise Paintings» (2016-18), dipinti astratti che espongono il trauma nella forma di ematomi e lividi cutanei, e «Synecdoche» (1991 – 2018), una serie di monocromi che riproducono il colore della pelle dei soggetti ritratti, disposti in una griglia modernista come un ritratto collettivo. Quest'ultima, esposta per la prima volta alla Biennale del Whitney del 1993, fece scalpore e offrì successo immediato all'artista, che oggi è rappresentato da Kukje Gallery di Seul, a prezzi di 16-56mila dollari per le opere di Gwangju. Shilpa Gupta, artista indiana rinomata e alla sua seconda partecipazione alla Biennale di Gwangju, è presente in ben due sezioni, ma un'opera in particolare colpisce, «100 Hand drawn maps of my country», un work in progress di ricostruzione mnemonica dei confini geografici del proprio paese, che poeticamente restituisce speranze e incertezze attraverso le esitazioni della penna a inchiostro usata dai partecipanti. Ogni mappa, disegnata da cento persone, è unica e in vendita per 7.500 dollari dalla Galleria Continuache rappresenta l'artista. Tra gli autori in mostra, e anche nella nuova sezione delle commissioni, c'è l'artista francese di origine algerina Kader Attia, anche lui rappresentato dalla Galleria Continua a prezzi da 30mila euro in su. In «Shifting Borders» (2018), un'opera video e scultorea, prosegue la sua indagine sul potere dell'arte di affrontare le ferite – psicologiche e materiali - dell'individuo in eventi storici drammatici, e il bisogno di ricorrere a sciamani e spiritisti. Accanto ai video che riportano le testimonianze di uomini e donne sudcoreani, vi sono anonime sedie di legno su cui giacciono protesi degli arti inferiori appaiate come per errore.

Luke Ching, di base a Hong Kong, intercetta un'altra realtà, tra censura, importazione di beni e immigrazione. Nell'opera «Region of Failed Flags» (2018), ad esempio, recupera centinaia di disegni per una bandiera di Hong Kong, presentati a un concorso indetto all'epoca del passaggio della città-nazione dall'Inghilterra alla Cina, tutti rigettati. Alla Biennale di Gwangju, li ritroviamo sospesi come dei festoni, accanto a un video che esamina differenze e similitudini con le bandiere di altri paesi. L'artista lavora conExit Gallery a Hong Kong.

Più intimo, ma non meno politico, è il lavoro di Yoshitomo Nara, che in asta ha raggiunto con «Over the Rainbow» il record di 12.348.375 sterline lo scorso 26 settembre da Christie's Online. L'opera in Biennale comprende numerosi disegni e sculture e prende il nome di «Tobiu» (2018), un villaggio semi-abbandonato al confine con una frattura di origine vulcanica che l'artista sceglie a soggetto per riflettere su passato e futuro di una comunità mitologica. Censura, videogiochi e una visione non ottimistica né democratica di internet riverberano nella mostra a cura di Christine Y. Kim e Rita Gonzalez del LACMA. Qui, «The Founder's Paradox» di Simon Denny intreccia colonialismo e imprenditoria high-tech con un gioco da tavola che ottiene così nuova rilevanza. L'artista, di origini neozelandesi e rappresentato dalla galleria T293di Roma a prezzi da 10mila euro in su, indaga così sulla storia del proprio paese ma guarda anche alle sfide del presente in una dimensione globale. Risulta, invece, totalmente inattuale la mostra di arte nordcoreana dedicata alla tecnica Chosonhwa e curata da BG Muhn, professore di pittura e disegno a Georgetown University a Washington DC. Il progetto espositivo è annunciato come un necessario tassello della storia dell'arte delle due Coree in vista di una possibile riunificazione – o almeno di un avvicinamento. Eppure stride con il resto della Biennale, che per definizione e formato guarda al presente dell'arte e della società che rappresenta. Così, in un ribaltamento delle intenzioni dichiarate dal curatore, l'attenzione alla tradizione e agli ideali del realismo socialista spingono il visitatore a riflettere sulla censura e sul desiderio di emancipazione degli artisti nordcoreani.

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