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La Biennale di Busan guarda la storia

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Musei e biennali

La Biennale di Busan guarda la storia

Il nuovo museo di arte contemporanea, sede della Biennale. Courtesy la Biennale di Busan
Il nuovo museo di arte contemporanea, sede della Biennale. Courtesy la Biennale di Busan

La Biennale di Busan, aperta al pubblico l'8 settembre scorso in concomitanza con la Biennale di Gwangju, è piena di novità. La prima riguarda il team curatoriale, formato dalla direttrice artistica Cristina Ricupero e dal curatore Jörg Heiser, scelti tramite un bando pubblico lanciato esattamente un anno fa. Il duo di curatori, di base rispettivamente a Parigi e a Berlino, ha curato insieme la Notte Bianca a Montecarlo nel 2016, e ha una solida reputazione internazionale coltivata negli anni.

Per Ricupero, Busan è la terza collaborazione biennale in Corea del Sud, dopo la Biennale di Gwangju (2006) e Seoul Mediacity(2016), Heiser invece è stato nel gruppo editoriale Friezeper quasi vent'anni, dal 1998 al 2016, come direttore e co-editore. Entrambi i curatori hanno portato a Busan competenze e conoscenze della scena internazionale in una mostra potente, politica, e mai banale, che il presidente del comitato organizzativo, Choi Tae Man, non ha esitato a definire “la mostra più seria e dolorosa che abbiamo mai ospitato”. La seconda novità riguarda il nuovo museo di arte contemporanea di Busan, MoCA Busan, aperto pochi mesi fa ed eletto a sede della mostra insieme alla vecchia Banca di Corea.

Busan. Le due sedi scelte per questa edizione della Biennale determinano uno spostamento di focus nella scena culturale di Busan, da sempre concentrata a est della città e adesso virata a ovest, con il MoCA Busan situato sull'isola Eulsukdo, nota ai cittadini come parco naturale e habitat di uccelli migratori. La città, infatti, si è storicamente sviluppata a est, dove il porto – tra i più trafficati del mondo - la collega in poche ore al Giappone e definisce chiaramente una distanza politica oltre che geografica da Pyongyang. Busan, infatti, è tra le poche aree della Corea del Sud ad aver scongiurato la dominazione nordcoreana durante la guerra, ed è stata brevemente capitale e uno dei campi profughi più importanti del paese. Oggi è la seconda città sudcoreana per numero di abitanti, e dal punto di vista culturale ospita uno dei più importanti film festival in Asia, oltre naturalmente alla Biennale di Busan, un'evoluzione di un progetto diffuso di mostre dedicate ai giovani artisti nella città vecchia nato nel 1981.

La mostra. Intitolata «Divided We Stand», la biennale di Ricupero e Heiser echeggia una favola moralistica dello scrittore greco Esopo, ma anche la retorica di stampo politico che da sempre enfatizza unità e solidarietà alla base del successo di una comunità. Il titolo naturalmente sostituisce l'ideale di unità con la divisione e spinge ad affrontare la storia nonché i traumi psicologici e sociali insiti in un passato che accomuna la Corea con la Germania, il Sudan, Cipro e numerosi altri paesi nel mondo. A ciò si aggiunge la questione della migrazione, in una città come Busan che accoglie profughi nordcoreani ma non riesce a garantire un processo di integrazione di fronte ai profondi gap di tipo sanitario, educativo e culturale. In mostra ci sono 66 partecipanti provenienti da 34 paesi – inclusi registi come il danese Lars von Trier, che apre la Biennale all'insegna della distopia con «Europa» (1991) e la keniota Wanuri Kahiu con «Pumzi» (2010), riferimento del movimento afrofuturista. Il numero, però, è ridotto alla metà rispetto all'edizione del 2016, una decisione discussa in conferenza stampa. “Riteniamo che la stagione delle megamostre sia finita” hanno annunciato i curatori, riferendosi ad altri progetti di Biennale che hanno inaugurato questa tendenza, da Istanbul a Berlino.

Gli artisti e il mercato. Per Busan, i curatori hanno scelto due macro-temi, uno per ciascuna sede espositiva. Al MoCA Busan il focus è sul ritorno della Guerra Fredda nell'attualità, ed è qui che la potenza evocativa di storie anche distanti nel tempo e nello spazio suggerisce una società intrappolata in un processo di amnesia collettiva, o di strumentalizzazione della storia. L'artista angolano Kiluanji Kia Henda partecipa con «Homen Novo» (2010-ongoing), un progetto fotografico e performativo che affronta l'eredità del colonialismo guardando ai monumenti disseminati nello spazio pubblico, e per la nuova commissione multimediale Ilha de Vènus espone una struttura in blocchi di cemento che fa da piedistallo alle miniature di celebri statue occidentali provocatoriamente rivestite in preservativi multicolore. L'artista, rappresentato dalla Galleria Fonti di Napoli a prezzi tra 7-90mila euro per singole fotografie e installazioni complesse, quest'anno partecipa anche alla Biennale di Gwangju. Anche il francese Bruno Serralongue, da Air de Paris di Parigi e Francesca Pia a Zurigo a prezzi tra 8-25 mila euro, espone due progetti, le serie fotografiche «Carnival of Independence» (2011) e «Calais» (2006- ongoing), scattate tra il Sudan del Sud e la città francese icona della crisi migratoria in Europa. Il sudcoreano Hayoun Kwon, attualmente in mostra anche presso la galleria Sator di Parigi che lo rappresenta a prezzi tra 5-20 mila euro per video 2D, presenta infine «489 years» (2018), un'opera che porta il visitatore nella DMZ - zona demilitarizzata creata nel 1953 dalle Nazioni Unite al confine tra le due coree – attraverso la narrazione a tratti intimistica ed epica di un ex soldato e il fascino di una natura misteriosa ma gremita di mine antiuomo. Nella ex Banca di Corea, invece, l'attenzione si sposta sul futuro attraverso la lente della fantascienza. Qui, l'artista svizzero Fabian Marti – in collaborazione con gli architetti Truwant + Rodet e la nail artist coreana Eun Kyung Park – crea «Art & Nails» (2018) un'installazione verde psichedelico che coniuga salone per la manicure e opera d'arte. Le opere di Marti, da Galleria Fonti a 5-100mila euro, sono spesso irriverenti e interrogano estetica e usi dell'arte di oggi, spesso associata a design, architettura e pratiche sociali. L'artista kosovara Flaka Haliti, invece, partecipa con «Its Urgency got lost in reverse (while being in constant delay) #2» (2018), un'opera che prova a intercettare e proiettare nel futuro i cimeli e le speranze disilluse del passato. Così, le ali degli angeli della storia dell'arte occidentale ritornano come oggetto di scena in uno spazio optical abitato da un robot turchese, sdraiato a terra e perso nei suoi pensieri come un'adolescente. Haliti ha usato anonimi kit dei militari della Nato per comporne il corpo, oggetti che evocano il concetto novecentesco della missione di pace internazionale. Haliti, che ha rappresentato il proprio paese alla Biennale di Venezia del 2015, lavora con Deborah Schamoni di Monaco di Baviera e i prezzi per le sue opere oscillano tra 4.000 e 35mila euro.

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