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Le artiste in Italia: un gap che rappresenta un’opportunità

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Le artiste in Italia: un gap che rappresenta un’opportunità

Paola Agosti, “Salvador Gilli con la figlia Gloria”, Las Varillas, 1980 (Courtesy l'artista e Collezione Donata Pizzi)
Paola Agosti, “Salvador Gilli con la figlia Gloria”, Las Varillas, 1980 (Courtesy l'artista e Collezione Donata Pizzi)

Sono trascorsi 47 anni dall'articolo a firma di Linda Nochlin “Perché non ci sono state grandi artiste” (ARTnews, 1971) e oggi le donne, sebbene siano riconosciute tra i protagonisti dell'arte contemporanea, spesso rimangono un fenomeno da tematizzare e presentare in forma separata, e solo alcuni grandi nomi spiccano autonomamente. Parte da questo assunto la ricerca condotta tra il 2016 e il 2018 da tre docenti Naba Silvia Simoncelli, Caterina Iaquinta ed Elvira Vannini – nell'ambito del Master in Contemporary Art Markets, che si è posta l'obiettivo di colmare la mancanza di informazioni aggiornate relative al sistema italiano, in un momento in cui il lavoro delle artiste è sempre più richiesto e c'è un'attenzione crescente da parte di musei e grandi collezioni verso lavori di artiste “storiche”, come Ketty La Rocca, che negli ultimi tre anni ha visto incrementare il suo prezzo di mercato del 40%, o Lucia Marcucci, che è arrivata al doppio, entrambe acquisite l'anno scorso dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, come ci racconta il gallerista Simone Frittelli. Nata come progetto didattico, la ricerca “Donne Artiste in Italia. Presenza e Rappresentazione”, avviata con seminari interdisciplinari su genere e arte che integrano la ricerca quantitativa e i dati di mercato con le discipline della storia e della critica d'arte, è disponibile online da oggi e verrà presentata questa sera in un incontro pubblico presso la NABA. Il report che dà corpo alla pubblicazione fornisce dati relativi al 2016 sulla presenza delle artiste e lo sviluppo dei loro percorsi professionali, sia nella sfera della produzione culturale sia in quella commerciale.

Le differenze di genere aumentano ai vertici della piramide. La sociologa dell'arte tedesca Katrin Hassler nel saggio che apre la sezione “Sistema e mercato dell'arte. Le donne in cifre”, a cura di Silvia Simoncelli, afferma che il tema genere e arte viene spesso discusso senza fare affidamento su una chiara idea dei dati concreti, “una situazione quasi inconcepibile se si pensa ad altri campi sociali come quello economico o scientifico, dove si ha a disposizione un'enorme quantità di dati che fornisce una visione sulla situazione di genere a diversi livelli professionali”. Tra i risultati più interessanti della ricerca che Hassler ha pubblicato lo scorso anno, condotta su dati forniti da ArtFacts, emerge che nella classifica dei Top 100 artisti a livello globale la disparità di genere tocca la percentuale più alta (solo il 12,6% degli artisti elencati sono donne), mentre diminuisce man mano che la piramide allarga la sua base.

Lisetta Carmi, “I travestiti”, 1965 (Courtesy l'artista, Martini & Ronchetti e Collezione Donata Pizzi)

L'evidenza del gap di genere nei numeri. La situazione italiana non racconta nulla di meglio rispetto all'andamento internazionale. Nella ricerca, la mappatura del sistema italiano è avvenuta attraverso agenti in campo culturale e commerciale che delineano un ideale percorso di carriera: si è partiti dal conteggio del numero di artiste nelle accademie e si è giunti alla loro presenza nelle aste, passando per le gallerie, le istituzioni pubbliche e private, la Biennale di Venezia. Ne è emerso che più si sale di grado, minore è il numero di artiste presenti. Se le donne che frequentano l'accademia di belle arti sono il 66% contro il 33% dei colleghi uomini, nelle gallerie la loro presenza cala al 25%, dato che scende al 19% in relazione alle mostre personali nelle istituzioni e arriva alla punta minima del 13% di presenze al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. A ciascun livello avviene dunque una nuova selezione che si basa sul livello precedente e che taglia ulteriormente la presenza femminile. Per quanto riguarda l'analisi della presenza di artiste nelle aste, sono state prese in esami due situazioni: le asta d'arte moderna e contemporanea a Milano, dove le donne si posizionano al 5%, e l'Italian Sale a Londra – che propone una selezione altissima del mercato italiano – che registra un 3% di presenza femminile. Anche i valori di mercato sono molto diversi: il record d'asta del 2016 riferito ad un artista uomo è stato ottenuto da “Sofa”(1968) di Domenico Gnoli per la cifra di 2.576.250 €, battuto da Sotheby's; il record per un'artista donna è di 76.800 €, ottenuto da “Oggetto ottico dinamico” (1962) di Dadamaino, battuto da Christie's. A Londra, per Italian Sale, la proporzione è pressoché la stessa: 4.685.000 £ per “Rosso Plastica 5” (1962) di Alberto Burri battuto da Sotheby's; 179.000 £ per “Presagi di Birman” (1994) di Carol Rama, battuto da Christie's. Tali cifre, insieme agli altri dati emersi nella ricerca, rendono evidente come la sproporzione di genere nell'arte sia ancora molto accentuata.

Maria Mulas, “Autoritratto allo specchio”, 1981 (Courtesy Archivio Maria Mulas, Milano; © Maria Mulas)

Donne artiste e lavoro. La pubblicazione presenta inoltre l'inchiesta “Donne artiste e lavoro”, sulle relazioni tra artista e lavoro, inteso come produzione artistica e come lavoro parallelo a quello artistico. Le interviste ad artiste professioniste sono state condotte nel 2018, prevalentemente d'età compresa tra i 30 e i 50 anni (30-40, 38%; 40-50, 46%). Il 68% afferma di avere un lavoro parallelo, pur avendo il 54% di esse una galleria che le rappresenta. In relazione alla vendita delle proprie opere, numerose gestiscono autonomamente la transazione: dichiara di avvalersi di un professionista (gallerista, agente, art advisor) solo il 32% delle artiste intervistate (il 42% dichiara “talvolta”; il 24% “mai”). Il dato più allarmante riguarda il fattore dell'esclusione: il 58% del campione dichiara di aver riscontrato episodi di esclusione sociale e/o professionale nel sistema dell'arte italiano e indica lo status economico come il fattore di esclusione più rilevante, prima ancora del genere.

Dibattito. La questione del gap di genere nell'arte contemporanea è stata presa in considerazione per la prima volta anche dal Forum dell'Arte Contemporanea Italiana, che nella sua quinta edizione svoltasi sabato scorso al Mambo di Bologna ha istituito un tavolo di lavoro dal titolo “Osservatorio attivo (diversità di genere)”, coordinato dalle artiste Annalisa Cattani e Stefania Galegati. La necessità di un'indagine strutturata della situazione italiana è, oggi, improrogabile. La ricerca proposta da Naba può dunque essere un primo inizio per estendere anche al nostro Paese – posizionato all'82° posto, subito dopo il Messico, nel Global Gender Gap Report 2017 sulla base di indicatori quali partecipazione politica, scolarizzazione, welfare, empowerment – analisi più strutturate in merito alla disparità di genere in questo campo e può costituire un passo importante per una riflessione internazionale sulle donne nel sistema dell'arte.


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