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musei e biennali

La Francia s’impegna a restituire all’Africa la sua memoria artistica

Il rinnovato Museo Reale del Centro Africadi Tervuren, nei pressi di Bruxelles, è una grande apologia con fondamenta e tetto. Nei wall text che descrivono più di 180.000 oggetti di provenienza africana, in mostra, si leggono parole di scuse verso i paesi vittima della furia colonizzatrice belga. Il secondo piano, dove sono rimaste al loro posto (per motivi di tutela) le opere che rappresentano “il Belgio che porta la civiltà in Congo” o “il Belgio che porta benessere in Congo”, è ancora motivo di grande imbarazzo tra i curatori. Dopo l'inaugurazione del museo, alla quale peraltro il re Filippo non ha partecipato, non si è fatta attendere la richiesta di Joseph Kabila, presidente della Repubblica Democratica del Congo, che cavalcando l'apertura del governo francese verso la restituzione, ha dichiarato che il suo Paese sta preparando una richiesta ufficiale per il ritorno dei beni della collezione del museo belga.

Nel 1960, subito dopo la sua indipendenza, il Congo chiese al Belgio di trasferire a Kinshasa, la capitale, i beni culturali trasferiti in Europa, ottenendo, dopo 15 anni di lunghe trattative, solo cento pezzi contro i 180.000 di Tervuren.
“L'era del post-Ouagadougou è iniziata” con queste parole l'avvocato senegalese Kwame Opoku ha inaugurato l'epoca delle restituzioni ai paesi africani degli oggetti sottratti durante il periodo coloniale, annunciata, lo scorso anno dal presidente francese, Emmanuel Macron, proprio ad Ouagadougou, Burkina Faso. E sarà forse il gran finale del fuoco incrociato, che va avanti da sempre, tra paesi africani e stati europei per la restituzione delle opere che sono state oggetto di bottino durante il periodo coloniale (l'80% delle opere africane è in Europa).

L’analisi. Il “Rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale africano” , pubblicato a fine novembre 2018 e redatto dallo storico francese Bénédicte Savoy e dall'economista e scrittore senegalese Felwine Sarr, affronta il tema del ritorno da vari punti di vista, in particolare quello giuridico, storiografico e sociologico. Nell'incipit si legge come la restituzione “progressiva” di alcune, non tutte, le opere africane (perché: personne ne veut «vider» les musées des uns pour «remplir» ceux des autres, p. 37) è una scelta circoscritta al contesto francese che non costituirà un precedente di diritto per altri paesi. I redattori, discutendo la ri-semantizzazione e ri-contestualizzazione del patrimonio africano, si dimostrano aperti a qualsiasi scelta sarà intrapresa sul futuro dei beni, anche quella di farli morire o seppellirli: “in molti paesi africani […] anche le statue muoiono. Hanno una durata di vita limitata e sono parte di un ciclo di economia rigenerativa che si basa su una concezione aperta della materialità e dell'identità ontologica. […] Le maschere vengono sepolte dopo alcuni anni e ricreate per rinnovare l'afflusso di energia che conferisce loro una potenza operativa”.
Altre problematiche connesse con la vicenda riguardano come giustificare la restituzione sotto un profilo prettamente giuridico che, allo stesso tempo, non destabilizzi l'ordine internazionale (si veda la vicenda del Belgio). Infatti, in punta di diritto, la Francia non ha nessuno obbligo cogente di restituire. La pretesa dei paesi africani-richiedenti, giustissima sul piano etico e morale, non trova un fondamento nel diritto internazionale che non sia la semplice “cortesia” dello stato richiesto, salve le ipotesi di reato non prescritto (che paiono del tutto assenti). Neppure si potrà far valere l'illegalità dei saccheggi perché il diritto di bottino, il cosiddetto ius praedae, fu abolito ufficialmente nel 1899 dalla prima Convenzione dell'Aia sul diritto della guerra e dalla successiva Convenzione dell'Aia del 1954 per la protezione del patrimonio culturale in tempo di guerra.
Al tramonto dell'epoca coloniale, nessun paese africano ha avuto sufficientemente “voce” per imporsi nei tavoli internazionali affinché si avesse una sorta di Congresso di Vienna o Tribunale di Norimberga per punire i crimini commessi, anche in via retroattiva, prevedendo, tra le altre cose, la restituzione dei beni razziati.

Le ragioni storiche. La domanda che a questo punto sorge spontanea è: possiamo rimediare ad un errore di un secolo fa applicando gli strumenti di oggi?
Gli strumenti disponibili sul piano internazionale per il ritorno dei beni d'arte sono laConvenzione UNESCO del 1970 e la sorella Convenzione UNIDROIT del 1995 (che la Francia non ha ratificato), ma in base al principio di non-retroattività questi accordi possono solo disporre per il futuro e mai guardare indietro e regolare situazioni passate. Tuttavia, in buona parte di questi trattati si trovano delle clausole che aprono alla generosità del paese che volesse, in via del tutto spontanea, attuare gli obblighi internazionali in senso più favorevole. Per fare un esempio, l'Italia, che ha ratificato entrambe le convenzioni, è libera di restituire tutte le opere d'arte che i romani hanno portato sul suolo patrio, ma non sussiste nessun obbligo internazionale che imponga che questo sia fatto. Questa “generosità” tratteggiata da UNESCO ed UNIDROIT può vestire i panni della cosiddetta diplomazia culturale, tanto cara a Francesco Rutelli, o può trasformarsi in accordi bilaterali, tra due stati, per la restituzione di opere. Questi ultimi sono legge soltanto per le parti contraenti. Ed è proprio sull'idea dell'accordo bilaterale che spinge la Francia.

MUSEO QUAI BRANLY-JACQUES CHIRAC (PARIGI, FRANCIA)

Le proposte. Nei nove articoli della proposta di trattato che addenda il rapporto viene prevista l'istituzione di un comitato congiunto per la restituzione che si riunirà una volta all'anno per sei anni. Le azioni di restituzione riguardano quattro tipologie di oggetti: beni culturali sequestrati nei contesti militari prima dell'adozione della convenzione dell'Aia del 1899; beni raccolti in Africa durante campagne di esplorazione o scientifiche, salva la prova del consenso dei proprietari o possessori dei beni; beni donati ai musei francesi dall'amministrazione coloniale a meno che non sia attestato il consenso del venditore ed, infine, il ritorno delle monete acquistate dopo il 1960 in condizioni di comprovato traffico illecito.

Un cronogramma serrato. La procedura di restituzione si divide in tre fasi per totale di sei anni, rinnovabili, a partire dalla consegna del rapporto. La prima fase (dal 2018 al 2019) include la presentazione agli stati africani interessati degli inventari delle opere risultanti sul territorio (secondo i confini attuali) e attualmente detenute in collezioni pubbliche e l'immediata restituzione delle monete. Allo stesso tempo si cercherà di sviluppare una legislazione di supporto che renderà le riconsegne definitive. Nonostante il rapporto guardi al patrimonio come un bene “aperto e fluido”; questo cosmopolitismo incontra l'ostacolo della legislazione patrimoniale nazionale. La Francia dovrà creare eccezioni nella legislazione museale per permettere dismissioni di beni di proprietà dello stato ed eccezioni al Code du Patrimoine per l'esportazione dei beni già dichiarati patrimonio nazionale. Dalla primavera del 2019 al novembre 2022, nella seconda fase, si prevede la condivisione digitale degli inventari dei musei francesi per permettere agli stati africani di prendere coscienza degli oggetti conservati. In questa fase verranno organizzati workshop e verrà istituita la commissione bilaterale per l'esame delle richieste di restituzione ed emissione di pareri. La commissione si occuperà anche della partenza e dell'arrivo delle opere sul territorio africano che determinerà l'apertura della terza fase non conclusiva, ma di consolidamento (dal 2022). Dal rapporto si evince che la tempistica rapida dell'agenda politica francese sarà piegata alle necessità degli stati d'origine affinché sviluppino sufficiente “know-how” per permettere l'accoglimento e l'adeguata ricollocazione delle opere.

Le difficoltà. Alcune macroscopiche difficoltà che emergono dal testo, oltre all'insufficienza del quadro giuridico di riferimento, sono la delimitazione temporale del periodo coloniale, la ri-contestualizzazione degli oggetti e primo fra tutti l'inevitabile creazione di un precedente, non vincolante, ma politicamente rilevante sul piano internazionale.
Sulla scia dell'esempio francese, il direttore del museo belga, Guido Gryseels, ha dichiarato di essere aperto alle richieste del Congo. È ipotizzabile che se anche il Belgio procederà al simbolico baratto “arte per perdono” a catena tutta l'Europa finirà per fare ammenda per le violenze culturali commesse durante il capitolo coloniale. Sorgeranno problemi, però, quando ci si sposterà dai bottini verso altri atroci crimini e l'arte non sarà più una valida moneta di scambio.
Fa da cornice alle vicende europee la Risoluzione sulla restituzione e il ritorno dei beni culturali ai paesi di origine, adottata dall'Assemblea Generale dell'ONUlo scorso 13 dicembre 2018. Tra gli obiettivi dell'Agenda 2030 figura “l'impegno a promuovere la comprensione interculturale, la tolleranza, il rispetto reciproco, la cittadinanza globale…” nonché a riconoscere come “tutte le culture e le civiltà possano contribuire allo sviluppo sostenibile… alla protezione, restituzione e ritorno dei beni culturali”.

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