Reportage

Articolo di TEST: Piccola Brooklyn sul Tevere

Qualche anno fa, intervistata per un documentario sulla sua vita, Zaha Hadid spiegava che quello che ancora non è stato creato, innovato, è un nuovo modello di città. Le città che noi abitiamo non sono diverse, per concezione, da quelle dei nostri nonni, o dei nostri antenati. Questo vuol dire che la città si compone, oggi come un tempo, di cellule e queste cellule sono i quartieri. Che si trasformano o restano immutati. Che si degradano o che vengono recuperati. Che mantengono identità ed anima o che perdono entrambe.

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Qualche anno fa, intervistata per un documentario sulla sua vita, Zaha Hadid spiegava che quello che ancora non è stato creato, innovato, è un nuovo modello di città. Le città che noi abitiamo non sono diverse, per concezione, da quelle dei nostri nonni, o dei nostri antenati. Questo vuol dire che la città si compone, oggi come un tempo, di cellule e queste cellule sono i quartieri. Che si trasformano o restano immutati. Che si degradano o che vengono recuperati. Che mantengono identità ed anima o che perdono entrambe.


2' di lettura

A Roma un quartiere che questa anima l'ha ancora ben salda è il Pigneto, ora cuore del progetto fotografico curato da Matteo Casilli e dal titolo Roma, Pigneto (L'Erudita pp. 158, 25 euro). Casilli, che è un ritrattista, sceglie di raccontare attraverso i volti, «anche se nei miei ritratti il quartiere è sempre molto presente, si vede molto». E così i volti incarnano il quartiere, ma il quartiere non è solo cornice, l'identità è espressa dagli occhi di chi lo abita e abitarlo definisce l'identità dei suoi abitanti.


Scrive Davide Enia nella prefazione al volume: «Si possono fotografare le cose, scegliendo di narrare ciò che è inorganico eppure presente. Oppure, si possono fotografare le persone che quelle cose le abitano e le vivificano. Raccontare un quartiere diventa così un'indagine su chi lo abita, su chi ci lavora, su chi lo anima. Le linee dei volti diventano coordinate urbane. Il racconto dello spazio non può prescindere dal reportage dei corpi che lo attraversano. Alla fine, la storia di una città coincide sempre con la storia dei suoi abitanti e per comprendere un luogo, per capirne possibilità e aspirazioni, sono proprio le logiche economiche a risultare fallimentari, perché ciò che anima una piazza, un quartiere, una città non si può sottoporre a parametrazione e sfugge di continuo all'ossessione dei numeri e delle tabelle, perché ha a che fare con l'impalpabilità delle relazioni, con la vivacità degli sguardi, con il calore dei corpi e con la potenza rivoluzionaria del desiderio».

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In questo modo, i volti di Casilli diventano frammenti del Pigneto: il futuro attraverso le facce delle nuove generazioni; il passato con il racconto delle sue botteghe storiche; chi nel quartiere ci abita o chi solo ci lavora, secondo una stratificazione che rifugge dalle semplici classificazioni e che cerca invece di restituire il tratto dell'inclusività. «Qualche anno fa mi è capitato di vivere per un breve periodo a New York. Quando sono dovuto tornare, mi sono detto che dovevo ricrearmi la mia porzione di New York qui. Ho vissuto a Brooklyn e questo quartiere me lo ricordo molto, con le sue case che sono quelle di una volta, con le sue botteghe, con la sua vivacità. Ecco, se Trastevere ormai è sempre meno dei romani e sempre di più dei turisti, qui no». Anziani artigiani e giovani creativi, vecchie botteghe e studi professionali, trasferiscono, attraverso 147 volti in bianco e nero, il senso di una modernità che non è sovversione. Nel lavoro di Casilli la tradizione diventa volano e si rigenera con le energia di chi arriva. Le nuove energie si mescolano al passato senza barriere «con un'apertura alla mescolanza che qui è ancora integro», conclude.

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