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Artiste alla Corte Suprema: così fan tutte (politica)

il 2 maggio, il Politico ha condiviso una bozza dell'opinione redatta dal giudice John Roberts che ribalta lo storico precedente su cui si fonda il diritto di aborto negli States: le artiste-attiviste e il mercato si infiammano

di Giuditta Giardini

5' di lettura

Nella notte del 2 maggio, la rivista Politico ha condiviso una bozza dell'opinione (di maggioranza) di 98 pagine redatta dal presidente John G. Roberts, uno dei giudici conservatori della Corte Suprema statunitense nominato da George W. Bush, in cui si ribalta il precedente storico Roe v. Wade che dal 1973 sancisce il diritto d'aborto. Nello specifico la sentenza Roe v. Wade stabilisce che l'aborto è possible per qualsiasi ragione la donna lo voglia fin quando il feto diventa in grado di sopravvivere fuori dall'utero materno (circa a 28 settimane), espressione resa con il termine inglese “viable”, o comunque, in caso di pericolo per la salute della donna. Pertanto, il ribaltamento del precedente potrà rendere in alcuni Stati più conservatori (Texas, Alabama, ecc.) illegale l’aborto.

L'arte politica è universale

La fuga di notizie, come era prevedibile, ha immediatamente mobilitato la popolazione statunitense. Cortei di protesta hanno invaso le principali città della federazione con slogan e manifesti, i più belli sono quelli delle artiste-attiviste. Le opere politiche si muovono su più piani, esse non sono soltanto esteticamente belle, non contengono esclusivamente le cifre stilistiche dell'artista, ma sono intrise di forte attivismo che le rende necessarie per il momento storico in cui vengono consegnate al pubblico. Se si volesse fare un ardito parallelismo con un'artista italiana, si dovrà ricordare la «Nota “Giuditta e Oloferne”» in cui il linguista francese Roland Barthes, analizzando l'opera di Artemisia Gentileschi (1593-1656) evidenziò l'urgenza e la compiutezza del gesto, ma anche la complicità che cela sorellanza tra padrona e serva; la stessa urgenza si ritrova in altre tele (“Salomè” o “Susanna e i vecchioni”). Quando, nella tela, Artemisia uccide Oloferne, che ha i tratti del suo stupratore, il pittore Agostino Tassi, uccide tutti coloro che abusano delle donne perché il suo messaggio diventa universale. Così come fece Artemisia, oggi fanno tutte le artiste-attiviste statunitensi: partono da esperienze personali per invocare un diritto universale.

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“Abortion = Normal”, 2019 di Betty Tompkins. Courtesy the artist, P.P.O.W. Gallery, and Downtown for democracy

Nel 2019, per protestare contro l'approvando Human Life Protection Act con cui lo stato dell'Alabama tentava di criminalizzare parzialmente l'aborto, Jasmine Wahi e Rebecca Pauline Jampol, direttrice del Project for Empty Space avevano co-curato la mostra “Abortion is Normal”. Ad essere rappresentate erano le artiste attiviste Marilyn Minter (30.000-40.000 $), Gina Nanni, Laurie Simmons (6.000-9.000 $) e la storica dell'arte Sandy Tait. Lo scorso gennaio, l'artista Alicia Eggert ha creato una scritta al neon “Our Bodies” e l'ha posizionata fuori dalla Corte Suprema di Washington D.C.. L’installazione è ispirata dall'appello lanciato nel 2019 dell'artista cubana Tania Bruguera: “make art for the not yet and the yet to come”.

L’Installazione di Alicia Eggert davanti a lla Corte Suprema a Washington (2021)

Tra le artiste che si sono mobilitate contro la bozza della SCOTUS (acronimo con cui è indicata la Suprema Corte) c'è Barbara Kruger, una delle più influenti negli Usa. Nel marzo 2022, “Face It! (Blue) II. Face It! (Green)” ha realizzato in asta 176.400 $ da Sotheby's. Kruger ha dichiarato ad ARTnews che: “il sovvertimento di Roe [v. Wade] non la sorprende affatto e che coloro che sono sorpresi non prestano abbastanza attenzione a quello che accade”. Secondo l'artista è da biasimare anche l'inattività dei moderati e della sinistra statunitense. Sul tema del diritto all'aborto, Kruger ha realizzato un collage in bianco e nero “Your Body Is a Battleground” per la marcia delle donne di Washington del marzo 1989. Nel dicembre del 2020, durante simili proteste in Polonia, la Kruger ha concesso gratuita licenza della sua opera alle manifestanti.

Andrzej Golc /Cortesia dell'artista e Spruth Magers, Berlin/Trafo

Non poteva farsi attendere il messaggio delle Guerrilla Girls che, con maschere da gorilla e modi punk, hanno criticato la deriva verso cui – a giudizio delle artiste - la Corte Suprema sta andando. Secondo le Guerrilla Girls: “il 77% dei cittadini statunitensi ritiene che la sentenza Roe v. Wade debba essere confermata”, mentre la Suprema Corte si starebbe facendo portavoce di una visione “minoritaria” della realtà. Eppure, la cicatrice della vittoria di Trump, nel 2016, ha insegnato che l'ottimismo delle stime progressiste è spesso viziato dalla miopia di chi non sa vedere l'ingente massa di conservatori votanti, nascosti. Le Guerrilla Girls sono il collettivo femminista che dalla metà degli anni ’80 si fa beffe dei musei che discriminano la presenza femminile nelle loro compagne acquisti. Celebre è la domanda retorica che campeggia nella loro opera più celebre: “dobbiamo essere nude per entrare al Metropolitan Museum?”. Su Instagram hanno fatto circolare un'immagine recante la scritta “SCOTUSora è ECOTUS—The Extreme Court of the United States”.

Anche l'artista Marilyn Minter ha definito l’opinione trapelata sul Politico un perfetto esempio di idee impopolari di minoranza, accompagnando le sue dichiarazioni con un post su instagram in cui è evidenziata la parola “control”. Come la Minter anche Laurie Simmons, Jenny Hozler (valori 400.000-600.000 $) e N an Goldin (quotazioni 7.000-10.0000 $) e le curatrici Legacy Russell e Jasmine Wahi si sono apertamente schierate a favore della causa.

Sebbene molti si aspettavano una risposta lenta del mercato, il peso delle nuove generazioni si fa sentire e lo fa rapidamente. Se una piccola stampa della Minter qualche mese fa si batteva a 3.000 $ da Phillips, qualche mese dopo è salita a 8.000 $ da Sotheby's, dimostrando un reale interesse per questo genere di arte legata alla politica. Questo sta succedendo anche in Italia con Ketty La Rocca, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, per citarne solo alcune (Maria Lai ha già visto crescere le sue valutazioni). Oltre all'interesse acceso del mercato verso le artiste portavoce della “rivolta”, i media hanno cominciato anche osservare la posizione sullo spinoso tema di musei e artisti ancora molto indecisi.

Courtesy of Guerrilla Girls

Courtesy of Guerrilla Girls

Se il mercato guarda alle attiviste?

A questo punto chi potrebbe farsi portavoce della questione femminile. Per certi aspetti, negli Stati Uniti, vige ancora l'idea — sbagliata o non, questa non è la sede opportuna per discuterne — che soltanto membri della minoranza (oppressa) possano farsi portavoce della causa delle vittime. Il transfemminismo moderno ha cercato di superare l'ottica del “recinto chiuso” proponendo un modello in cui sia coloro che hanno un privilegio e coloro che non lo hanno possano lottare assieme. Ma la profezia enunciata da Chimamanda Ngozi Adichie nel suo saggio “We should all be feminist” non si è ancora realizzata. Se si guarda la questione femminile è palese: gli artisti-attivisti uomini non sono tanti quante le artiste donne (poi, la stessa cosa vale per artisti/e neri/e o Lgbtq+). Il silenzio di buona parte degli artisti, in concomitanza con l'interesse del mercato verso questo genere di rappresentazioni finirà con, se non è già successo, polarizzare l'attenzione verso le artiste donne, uniche portabandiera della causa.

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