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Ascolto, adattabilità e comunicazione, nei corsi aziendali è l’ora delle power skills

Una survey di Cegos tra 230 aziende rileva che il 49% ritiene la formazione sempre più strategica (+18% sul 2020). Scende invece dal 10 al 7% la quota di chi la sospende

di Cristina Casadei

(EkaterinaKiseleva - stock.adobe.com)

3' di lettura

Una volta si chiamavano soft skills. Adesso, nel linguaggio dei formatori, si chiamano power skills. Sono, per esempio, l’adattabilità, la creatività, la comunicazione, l’ascolto e tutti quegli aspetti che le macchine non possono duplicare, ma che hanno l’effetto di migliorare la produttività, sorpattutto in un contesto caratterizzato da continui e forti cambiamenti. «Per affrontarli, possedere competenze trasversali è imprescindibile», dice Emanuele Castellani, ceo di Cegos Italia & Cegos Apac. La multinazionale francese della formazione, ha chiuso il 2021 con un fatturato consolidato di 195 milioni di euro, in crescita del 37% rispetto al 2020 e ha generato un Ebitda di 27 milioni di euro. Lo slancio continua anche a inizio 2022 con le attività che registrano una crescita del 13% che trova una spiegazione nel crescente valore che le imprese attribuiscono alla formazione. «La pandemia ha reso le organizzazioni più consapevoli dei rischi e dei danni che alcuni gap formativi possono generare, tanto che, rispetto al 2020, il 18% in più delle imprese di dimensioni medie e grandi ritiene la formazione ancora più strategica. Inoltre, sono in calo le aziende che hanno deciso di sospenderla rispetto alla rilevazione precedente: sono il 7% contro il 10% del 2020», dice Castellani, citando i dati di una ricerca che la stessa Cegos ha condotto tra gli hr manager di 230 aziende. Dalle interviste emerge che la quota di chi ritiene la formazione ancora più strategica è salita al 49%, dal 31% dell’anno precedente.

La via scelta dalle imprese è quella dell’apprendimento ibrido, con alternanza e mescolanza di metodologie. «La crisi sanitaria ha rafforzato l’importanza di formare le persone e la convinzione che lavorare in emergenza non sia una soluzione sostenibile per incrementare le performance. Al tempo stesso il lavoratore assume un ruolo sempre più centrale nel proprio processo di crescita professionale», osserva Castellani. Gli strumenti digitali si sono rivelati utili, al punto che gli intervistati si dichiarano piuttosto soddisfatti della formazione digitale utilizzata dal 2021 rispetto agli obiettivi perseguiti, con una preferenza importante nella scelta di soluzioni sincrone, webinar (88%) e virtual classroom (78%), per garantire scambi e interazioni. Il face to face rimane la modalità più utilizzata (81%) e apprezzata (55%), con la più alta soddisfazione per le aziende. Quasi 3 imprese su 4 hanno usufruito di video e moduli e-learning, mentre il 60% non ha mai utilizzato, invece, podcast o sessioni di micro-learning.

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La soft skill si confermano un bagaglio di competenze essenziali e trasversali per top management e collaboratori (4,19 punti in media in una scala da 1 a 5 di importanza), ma c’è un rinnovato interesse anche per le hard skill (4,17), messe in stand-by dalla crisi sanitaria e probabilmente non più aggiornate per i cambiamenti sopraggiunti. Seguono le e-skill e le green skill su cui c’è un crescente interesse. New management skill (57%), Personal development (54%) e Diffusione della leadership (47%) sono i contenuti ritenuti più urgenti, seguiti da Sostenibilità e inclusione al 36%. Sul remote working continua a investire un terzo delle aziende. Parlando degli aspetti più gestionali della formazione in azienda, il 30% dei manager hr dice di non riuscire a gestire le proprie priorità e anche chi ci riesce ammette di non farlo sempre in maniera ottimale, spesso a causa di sovraccarico di attività, ma anche sottodimensionamento.

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