dopo gli stati generali

«Asili, congedi, investimenti in sanità. Senza il lavoro delle donne l’Italia non riparte»

Parità precondizione per il rilancio: l’appello dall’incontro alla Camera promosso dalla vicepresidente Maria Edera Spadoni con le esperte della task force Colao Linda Laura Sabbadini ed Emanuela Camussi

di Manuela Perrone

Conte: progettiamo il rilancio investendo su bellezza dell'Italia

Parità precondizione per il rilancio: l’appello dall’incontro alla Camera promosso dalla vicepresidente Maria Edera Spadoni con le esperte della task force Colao Linda Laura Sabbadini ed Emanuela Camussi


4' di lettura

La parità di genere e il sostegno all’occupazione femminile sono l’asset strategico per il rilancio del Paese, la precondizione per la ripartenza: dimenticarli significherebbe non soltanto perdere un treno fondamentale per lo sviluppo, ma condannare l’Italia alla regressione, economica e culturale. Il monito, accorato, è arrivato forte e chiaro dall’incontro promosso martedì 7 luglio alla Camera dei deputati dalla vicepresidente Maria Edera Spadoni (M5S) con Linda Laura Sabbadini (Istat) ed Elisabetta Camussi (Università di Milano Bicocca), entrambe componenti della task force Colao.

Spadoni: Italia lontana dal 5° Obiettivo Onu

Spadoni ha esordito ringraziando l’intergruppo parlamentare che ha invocato il riequilibrio della presenza femminile nei gruppi di lavoro che hanno coadiuvato il governo nell’emergenza Covid-19 e ricordando la lettera in cui le deputate e le senatrici di tutti gli schieramenti hanno rappresentato al premier Giuseppe Conte «tutta l’apprensione che desta la condizione femminile nel nostro Paese». La vicepresidente della Camera ha messo in fila i fatti, inequivocabili: siamo «molto lontani» dal raggiungimento del quinto dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu che l’Italia dovrebbe centrare entro il 2030, quello sulla parità di genere. A febbraio eravamo al 76° posto su 153 per gender gap occupazionale, secondo la classifica del World Economic Forum.

L’allarme lavoro

Il Consiglio d’Europa ha appena richiamato l’Italia per violazione della parità di retribuzione tra uomini e donne. L’Ispettorato del lavoro ha certificato che nel 2019 oltre 37mila mamme lavoratrici hanno presentato le dimissioni, adducendo proprio la difficoltà a conciliare lavoro e accudimento dei figli come principale motivazione. Per il 2020 l’aspettativa è di un crollo verticale, considerata la chiusura delle scuole. E la fascia d’età in cui le donne abbandonano di più il mondo del lavoro è proprio quella centrale: tra i 29 e i 44 anni. «Se il prezzo di un figlio, per una donna, è ancora oggi quello di dover rinunciare alla propria autonomia - ha osservato Spadoni - il futuro demografico non appare roseo».

Assegno unico e Family Act “spinte” positive

La deputata pentastellata ha citato tra le misure positive all’orizzonte i cantieri aperti tra Palazzo Chigi e il ministero del Lavoro guidato da Nunzia Catalfo «per scongiurare l’espulsione dei lavoratori e in special modo delle lavoratrici al termine della Cig», l’assegno unico e il Family Act della ministra Elena Bonetti, con l’innalzamento del congedo di paternità a 10 giorni rispetto ai 7 attuali. Ma è chiaro che nulla di tutto questo sarà risolutivo.

Sabbadini (Istat): «Serve una svolta»

«Nel piano Colao - ha ricordato Sabbadini, direttrice centrale Istat, per la prima volta la parità di genere viene esplicitamente inserita tra i tre pilastri fondamentali del rilancio del nostro Paese, insieme a rivoluzione verde e digitalizzazione. Per la prima volta si sottolinea che deve essere un asset strategico per la ripresa. Finora non abbiamo mai investito seriamente su questo tema: abbiamo avuto molte innovazioni dal punto di vista legislativo, ma mai alcun grande finanziamento che permettesse di garantire la svolta». Questo è il momento, secondo Sabbadini. E la rivoluzione deve partire dal lavoro delle donne.

Potenziare gli ingressi, limitare le uscite

«Il filone centrale - ha spiegato l’esperta - è il sostegno all’occupazione femminile. Siamo un Paese in fondo alla graduatoria, poco prima la Grecia. Siamo tornati sotto al 50% con la crisi post-Covid e servono azioni politiche da una parte per limitare le uscite delle donne costrette a interrompere il lavoro, soprattutto per il sovraccarico di lavoro di cura, e dall’altra per aumentare gli ingressie garantire un maggiore accesso».

Investire in sanità per aumentare l’occupazione femminile

Come? Sabbadini cita tre leve: investimenti in sanità e assistenza sociale, asili nido e congedi. Sul primo fronte prende a riferimento il confronto tra Italia e Germania nel rapporto tra occupati e popolazione: «Se mantenessimo quel livello arriveremmo a 1,7 milioni di occupati in più. E se investissimo in sanità avremmo un ingresso massiccio di donne, che sono già quasi il 70% del settore. In sintesi: investire in ambiti vitali per la qualità della vita, e il Covid ha messo in luce quanto siano rilevanti, diventa indirettamente un investimento in forte crescita di occupazione femminile». Finora l’Italia ha fatto il contrario: «O non si è investito o si è diminuito il personale. Rispetto alla Germania abbiamo meno della metà degli infermieri».

Asili e congedi difendono il lavoro delle donne

Se la destinazione strategica e mirata degli investimenti - un messaggio in vista dei fondi che arriveranno dall’Ue - è il motore per creare posti di lavoro per le donne, asili e congedi sono gli strumenti indispensabili per mantenerli. «Arrivare in tre anni al 60% dei bambini coperti dai nidi, oggi che viaggiamo su punte vicine al 30% al Nord e con aree del Sud dove non tocchiamo neanche il 10%, porterebbe 100mila posti, al 95% femminili , e innescherebbe un effetto positivo di condivisione e percorsi virtuosi di eliminazioni delle interruzioni dei rapporti di lavoro». Allo stesso modo, i congedi parentali, secondo Sabbadini, vanno potenziati in termini di indennizzo, e quelli di paternità anche in termini di giorni: «Sarebbe importante che una parte, magari aggiuntiva ai 10 giorni, sia usata dai padri non in sovrapposizione al congedo maternità».

La battaglia culturale

Ma c’è un altro aspetto che deve correre di pari passo con gli altri. Lo ha ricordato Camussi: «Il cambiamento sociale si accompagna sempre a una dimensione culturale. Gli stereotipi di genere sono un metodo di funzionamento del nostro sistema cognitivo, che ha bisogno di semplificare le informazioni. Non possiamo eliminarli, ma possiamo aumentare il livello di consapevolezza della rappresentazione stereotipata». Per la professoressa, ridurre la stereotipia è cruciale per avvicinare le bambine alle materie Stem e per avvicinare i bambini alle attività di cura di sé, degli altri e dell’ambiente. «Nessuno scambio o sostituzione dei ruoli di genere, ma una integrazione e un allargamento delle possibilità di definizione di sé». Parità è anche questo.


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