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Asili nido: solo 5 regioni in linea con l’Europa. Forti ritardi al Sud

di Eugenio Bruno e Valentina Melis


Manovra: il bonus asilo nido sale a 1.500 euro l’anno

2' di lettura

L’Italia non è un paese baby-friendly. Come confermano le ultime statistiche sui posti negli asili nido. Con appena 5 regioni su 21 (Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Provincia autonoma di Trento) che superano la barriera psicologica (e non solo) del 33% di copertura. Un obiettivo peraltro vecchio di 17 anni, visto che l’Unione europea l’ha lanciato come target a Barcellona nel lontano 2002. Con una doppia segmentazione territoriale, che rende ancora più complicato invertire la rotta nell’immediato: il Sud presenta percentuali di due-tre volte inferiori rispetto al Centro-Nord; i piccoli comuni scontano anche le diseconomie di scala rispetto ai centri maggiori.

La fotografia dell’Istat
L’ultimo monitoraggio dell’Istat lascia pochi dubbi. Alla fine dell’anno scolastico 2016/2017 sono stati censiti 13.147 servizi socio-educativi per l’infanzia. Per un totale di 354mila posti autorizzati, metà dei quali pubblici. Con un tasso di copertura del 24% dei bambini nella fascia 0-3 anni. A fronte del 33% fissato dalla Ue. Con una distribuzione peraltro squilibrata lungo la penisola: si va dal 7,6% della Campania al 44,7% della Valle d’Aosta. Una sproporzione che si riverbera anche sui costi per Comuni e famiglie. In una “forbice” che per gli utenti varia dai 400 euro del Molise ai 2.826 di Bolzano.

I bonus non bastano
In media, la quota del costo del nido pagata dagli utenti, è di 1.575 euro. La detrazione Irpef che si può sfruttare nel modello 730 vale appena 120 euro per figlio. In alternativa, a partire dal 2017 e fino al 2021, si può fruire del bonus nido, che da quest’anno vale 1.500 euro all’anno (parametrati su base mensile). Lo stanziamento per il 2019 è di 300 milioni. Da gennaio è uscito di scena, invece, il voucher da 600 euro all’anno per pagare baby sitter o asilo nido, che era stato introdotto nel 2012 per le madri lavoratrici che volessero fruirne in alternativa al congedo parentale: in sostanza, un aiuto per tornare prima al lavoro.

L’incognita fabbisogni standard
Considerando lo stato in cui versano le casse erariali, oltre che le finanze locali, è difficile immaginare una svolta in tempi brevi. Con un ostacolo in più all’orizzonte: il passaggio ai fabbisogni standard. Che dovrebbero fotografare la spesa efficiente dei comuni, servizio per servizio. Inclusi gli asili nido. Ma che non modificherebbero di molto il quadro. Specialmente in mancanza - come spieghiamo anche a pagina 3 - di scelte politiche chiare. E di «livelli essenziali delle prestazioni» realmente tali.

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