Diritto di famiglia

Assegno all’ex coniuge: ricalcolo con il Covid solo per gravi perdite

Attraverso una serie di domande e risposte i nodi concreti e ricorrenti del “separarsi ai tempi del virus”

di Selene Pascasi

Il Covid fa crollare nozze, unioni, separazioni e divorzi

6' di lettura

L’effetto Covid si è abbattuto anche sulle relazioni, comprese quelle finite con separazioni o divorzi, quelle che avevano trovato - spesso faticosamente - un loro equilibrio attraverso un accordo economico che, proprio per i riflessi sociali dell’emergenza pandemica, in molti casi si è rivelato difficile da rispettare. Vediamo, ad esempio con un primo quesito, se - e quando - è possibile chiedere di rinegoziare l’assegno all’ex coniuge. Poi, attraverso una serie di domande e risposte, vengono affrontati gli altri nodi concreti e ricorrenti del “separarsi ai tempi del virus”.

Vorrei sapere: quali sono le circostanze per le quali si può chiedere di rivedere le condizioni di separazione o divorzio? La crisi economica innescata dalla pandemia può giustificare una riduzione o l’eliminazione dell’assegno all’ex?

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Il giudice, su domanda, può modificare i provvedimenti emessi in sede di separazione o di divorzio solo per sopravvenuti giustificati motivi. A prevederlo sono, rispettivamente, gli articoli 156 del Codice civile e 9, comma 1, della legge 898/70. Del resto, statuizioni ed accordi omologati fanno riferimento alla situazione esistente al momento della divisione coniugale per cui, se cambia sensibilmente, se ne potrà chiedere il riesame per adeguare – secondo un vaglio comparativo delle condizioni delle parti (Cassazione 1119/2020) – l’importo o lo stesso obbligo contributivo al quadro attuale. Non si procederà, pertanto, ad una nuova ponderazione di fatti già esaminati ma si accerterà se, ed in che misura, gli eventi sopravvenuti abbiano alterato gli equilibri così da bilanciare gli impegni economici con il mutato assetto (Cassazione 22269/2020).

È chiaro, perciò, che anche la flessione delle entrate causata dal rispetto delle misure di contenimento dettate dall’emergenza sanitaria potrà aprire il varco al ricalcolo dell’assegno che, tuttavia, “peserà” – come ogni circostanza – solo se abbia stravolto le dinamiche. Indicazioni preziose arrivano dai giudici che, per esempio, sollecitano il riesame delle condizioni di divorzio se la beneficiaria dell’assegno acquisisca un’eredità e l’obbligato, risposatosi, debba affrontare maggiori spese familiari (Cassazione 10647/2020). Assegno revocato, invece, per la divorziata capace di mantenersi se l’ex marito sia andato in pensione (Cassazione 6386/2019) o per chi abbia instaurato una convivenza stabile che lasci presumere un reciproco sostegno finanziario fra partners (Cassazione 16982/2018, Tribunale di Savona 150/2019). Ma l’assegno viene confermato per la sessantenne nullatenente e mai impiegatasi, viste le astratte e remote chances di ripartire da zero (Cassazione 4523/2019), per la madre occupatasi di un faticoso ménage domestico e della cura del figlio autistico (Cassazione 1882/2019) e per l’ex dell’avvocato di cui, nonostante i pochissimi clienti e il modesto reddito, possa dedursi una certa ricchezza (Cassazione 975/2021). Va da sé come nette variazioni – quali un licenziamento o gravi patologie che riducano o azzerino le capacità lavorative – legittimino un riconteggio, per ripianare gli scompensi ed evitare l’ingiusto arricchimento di chi fruisce del sostegno. Ad incidere, altresì le sorti del godimento dell’abitazione coniugale o la nascita di altri figli da nuove relazioni se siano eventi tanto significativi da rendere impossibile o troppo onerosa la prestazione. Ovviamente, si terrà conto della condotta di chi voglia liberarsi dall’assegno o ne chieda la riduzione. Si pensi all’ipotesi in cui lamenti un crollo dei redditi.

È intuibile che il giudice darà più rilievo ai casi in cui il declino derivi dall’insorgere di una grave malattia che a quelli in cui sia dipeso da scelte scellerate. Comunque, non sarà sufficiente attestare la perdita di un cespite o la chiusura di un’attività se non si provi che da ciò sia derivata la concreta ed irrecuperabile riduzione delle proprie risorse. Così, all’esercente, al cassaintegrato o al professionista messi in stand-by dalle regole anti Covid-19 non basterà schermarsi dietro lo stallo pandemico per sfuggire agli obblighi ma si esigerà una prova rigorosa della irreversibilità e totalità del deficit. Ad ogni modo, spetterà sempre al giudice ritoccare o eliminare l’assegno di mantenimento o divorzile poiché ridurlo o sospenderlo arbitrariamente può costare una condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare (articolo 570 del Codice penale) ed inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità (articolo 650 del Codice penale).

Accordo o conflitto dettano la procedura di revisione

Quale è la procedura per chiedere la revisione dei provvedimenti sanciti con la separazione o con il divorzio?

La domanda di modifica delle condizioni fissate con la separazione o con il divorzio, sempre revisionabili qualora intervengano circostanze che stravolgano l’assetto economico patrimoniale delle parti, segue vie differenti a seconda che gli ex abbiano raggiunto o meno un accordo sul come regolare i futuri rapporti.

Nel primo caso, potranno presentare un ricorso congiunto al giudice, avvalersi della convenzione di negoziazione assistita dai rispettivi avvocati o accedere alla soluzione semplificata dell’iter davanti al sindaco purché non abbiano in comune figli minorenni, incapaci, portatori di handicap gravi o economicamente non autonomi e non inseriscano nell’intesa dei patti di trasferimento patrimoniale produttivi di effetti traslativi di diritti reali.

In caso di conflitto, invece, si dovranno rivolgere al Tribunale competente che resta quello della separazione anche ove penda la causa di divorzio. Ciò, salvo che il Presidente non abbia adottato misure provvisorie ed urgenti in fase presidenziale o istruttoria che prevarrebbero sulle precedenti statuizioni (Cassazione 7547/2020). Seguirà – come prevedono gli articoli 710 del Codice di procedura civile per la separazione e 9 della legge 898/70 per il divorzio – un processo snello che si svolgerà in camera di consiglio. Poche, le tappe: una volta fissata l’udienza verrà concesso al richiedente un termine per poter notificare il ricorso e il provvedimento di fissazione di udienza alla controparte, la quale si costituirà mediante il deposito di una memoria. Per prassi si allegheranno le ultime tre dichiarazioni dei redditi e altri documenti (visure del Pra, immobiliari, estratti conto bancari o postali, attestazioni di partecipazioni societarie e altro). Sentiti i consorti, il giudice potrà disporre l’assunzione di mezzi di prova per accertare se, e soprattutto con quale incidenza, le circostanze sopraggiunte abbiano mutato l’assetto.

A chiudere l’iter, è un decreto avente natura di sentenza, non immediatamente esecutivo se non per urgenze e reclamabile entro 10 giorni in Corte di appello.

È chiaro che fino a quando non si formalizzi la revisione e non si dettino le nuove condizioni, varranno quelle fissate.

Pigrizia e lavori rifiutati possono far perdere l’assegno

Se l’ex rifiuta, per inerzia o perché le reputi inadeguate al suo titolo di studio o alla sua professionalità, delle opportunità di lavoro che potrebbero renderlo autonomo rischia di perdere l’assegno?

La situazione va valutata caso per caso. La Cassazione, con ordinanza 289/2021, ha per esempio affermato che spetta l’assegno alla divorziata over 50 che non si rechi ai colloqui di lavoro né ad un centro per l’impiego vista la difficoltà di collocarsi.

Assegno revocato, invece, alla 46enne pigra ma in condizioni di salute non ostative all’attività di addetta alle pulizie già svolta occasionalmente (Cassazione 2653/2021). E alla separata che rifiuti le proposte lavorative ricevute non basterà addurne l’inadeguatezza alla laurea conseguita e alle sue aspirazioni per godere del mantenimento (Cassazione 5932/2021).

Tuttavia, non meriterà la riduzione dell’assegno l’ex moglie che abbia sacrificato la propria carriera privilegiando quella del marito e contribuendo così alla formazione del patrimonio familiare (Cassazione 3852/2021). L’assegno divorzile, infatti, ha natura perequativo-compensativa per cui nel confrontare le situazioni economiche delle parti, andrà valorizzato pure l’apporto concreto fornito alla vita matrimoniale dal consorte economicamente debole (Cassazione 5603/2020).

Tenore di vita sotto la lente se il divorziato va a convivere

Il divorziato che instauri una convivenza di fatto con un’altra persona perde automaticamente l’assegno o il giudice potrebbe decidere di conservargliene il diritto?

Secondo la tesi prevalente l’avvio di una convivenza, quindi la nascita di un’altra famiglia, spezzerebbe per sempre ogni legame matrimoniale inclusa la solidarietà post coniugale con estinzione automatica del diritto all’assegno (Tribunale di Savona 150/2019).

Assegno che non rivivrà ove cessi la coabitazione. A maggor ragione, rischierà il mantenimento il separato che intraprenda una convivenza duratura e connotata da progettualità di vita presumendosi che i partners si aiutino con le rispettive risorse (Cassazione 16982/2018).

Tuttavia, almeno sul versante divorzio, l’ordinanza 28995/2020 ha sollecitato l’intervento delle Sezioni unite per stabilire se, instaurata una stabile convivenza, l’ex economicamente debole perda il mensile automaticamente o se – visto il contributo dato al patrimonio familiare e dell’altro coniuge e stante la funzione retributivo-compensativa dell’assegno – possa conservarlo. Si tende, così, a subordinare la revoca ad un’indagine tesa ad accertare se la convivenza abbia davvero migliorato le condizioni del beneficiario.

Ok al diritto della quota di Tfr anche col pagamento revocato

Se l’assegno divorzile viene revocato, l’ex perde anche il diritto già maturato alla quota di Tfr del coniuge?

No, perché è un diritto collegato all’assegno ma ormai acquisito e quindi entrato a far parte del patrimonio dell’ex coniuge. E comunque la revoca, come tutti i provvedimenti successivi che modifichino le condizioni di divorzio, non è retroattiva ed inizierà ad operare dalla proposizione della relativa domanda. Lo ricorda la pronuncia della Corte di cassazione 4499/2021 che si allinea ai principi costantemente affermati dai giudici più volte intervenuti a puntualizzare come il diritto di un consorte ad incassare l’assegno e l’obbligo per l’altro di corrisponderlo – nell’importo e nei modi fissati dalla sentenza di divorzio – restano validi fino alla formale revisione.

Questo a prescindere dal momento in cui si siano verificati i presupposti per ottenere il ricalcolo dell’importo o l’abolizione del mensile.

In estrema sintesi, il diritto alla quota del Tfr spetta al divorziato che sia titolare dell’assegno (essendone il presupposto) qualora il trattamento sia stato corrisposto all’ex dopo la proposizione della domanda di divorzio. E non potrà cadere nel nulla per la sopravvenuta revoca dell’assegno, efficace soltanto dall’istanza di revisione.

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