Cassazione

Assegno, no alla condanna se l’imprenditore finisce alla Caritas per «colpa» della moglie

L’azienda dell’imputato era fallita e l’imprenditore chiedeva l’elemosina dopo aver speso tutti i suoi soldi per ristrutturare la casa familiare

di Patrizia Maciocchi

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(korisbo - stock.adobe.com)

L’azienda dell’imputato era fallita e l’imprenditore chiedeva l’elemosina dopo aver speso tutti i suoi soldi per ristrutturare la casa familiare


2' di lettura

Il giudice non può condannare, per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio, l’imprenditore se questo finisce in bancarotta perchè la moglie ha usato tutto il suo denaro per ristrutturare la casa familiare, fino a ridurlo all’accattonaggio. La Corte di cassazione, con la sentenza 11364, annulla la condanna inflitta ad un imprenditore, classe ’64, per il reato previsto dall’articolo 570 comma 2, e dispone un nuovo dibattimento.

LA SENTENZA

L’indigenza e l’aiuto della Caritas
L’errore commesso dalla Corte d’Appello era stato di non dare un peso alla storia del ricorrente come illustrata dalla difesa, con l’avallo delle dichiarazioni rese dal curatore fallimentare, nel corso del processo per bancarotta. Il ricorrente, era stato citato in giudizio dalla ex moglie, per il mancato mantenimento del figlio. Una violazione “giustificata”, secondo quanto prospettato nel ricorso, con il supporto dagli atti, dalla condizione di assoluta indigenza in cui viveva l’imputato, costretto «a chiedere l’elemosina» e a sopravvivere grazie all’aiuto della Caritas e di altre associazioni benefiche.

La bancarotta
Una condizione nella quale si sarebbe trovato dopo che la ex moglie aveva speso tutti i suoi soldi per ristrutturare la casa familiare secondo i suoi “desiderata”, senza partecipare alle spese malgrado, secondo la difesa disponesse, all’epoca, di un reddito di circa 3 mila euro al mese. Il ”cantiere” era andato avanti fino al tracollo economico del ricorrente, che aveva perso l’azienda e anche la sua signora, che si sarebbe allontanata in vista della “cattiva sorte”. Circostanze considerate non rilevanti dalla Corte d’Appello perché riguardanti il denaro speso per la casa familiare e dunque non attinenti all’assegno di mantenimento. Diverso il parere della Suprema corte, che vede il nesso e annulla la condanna, chiedendo un nuovo dibattimento nel quale dare spazio alle testimonianze a favore del ricorrente, condannato in primo grado in contumacia.

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