politiche per il lavoro

Assegno di ricollocazione e Reddito di cittadinanza finora a impatto ridotto

L’assegno di ricollocazione è stato sperimentato dal 2017 per meno di 3mila percettori di Naspi, e ne sono stati rilasciati appena 430 ai percettori del reddito di cittadinanza

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L’assegno di ricollocazione è stato sperimentato dal 2017 per meno di 3mila percettori di Naspi, e ne sono stati rilasciati appena 430 ai percettori del reddito di cittadinanza


2' di lettura

Alle politiche per il lavoro dovrebbero essere destinati oltre 12 miliardi di fondi europei, tra i 6,7 del Piano nazionale di ripresa e resilienza e i sei del programma React Eu. Stanziamenti cospicui, per far fronte alla perdita di posti di lavoro determinata dalla pandemia (a novembre c’erano quasi 400mila occupati in meno rispetto allo stesso mese del 2019, nonostante il blocco dei licenziamenti), ma anche per superare ritardi e inefficienze storici sul fronte delle politiche attive.

Per chi perde il lavoro

La manovra 2021 “recupera” l’assegno di ricollocazione, anche per i percettori della Naspi, e destina a questa finalità 267 milioni di euro, a valere sui fondi europei React Eu.

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Già introdotto dal Dlgs 150/2015 di riforma delle politiche attive (nel contesto del Jobs act), l’assegno è una dote da 250 a 5mila euro, in base al risultato occupazionale ottenuto, da spendere presso i centri per l’impiego e le agenzie private per il lavoro, per remunerare un servizio di assistenza alla ricerca dell’occupazione: affiancamento da parte di un tutor, eventuali percorsi di riqualificazione, aiuto nella ricerca intensiva di un lavoro in una determinata area. Questo strumento era destinato a coloro che percepivano la Naspi, l’indennità di disoccupazione, da più di quattro mesi. La sperimentazione avviata dal 16 marzo 2017, però, non ha dato risultati eclatanti. L’assegno è stato proposto, tramite lettere, avvisi sms e email a 28.122 giovani percettori di Naspi da più di 120 giorni: essendo l’adesione su base volontaria, e non vincolante per mantenere l’ammortizzatore, hanno aderito in 2.778 (il 9,9% degli aventi diritto contattati).

A un anno dall’avvio della sperimentazione, il 29,2% di chi ha ricevuto l’assegno di ricollocazione risultava occupato con un lavoro dipendente, contro il 25,9% di coloro che non avevano ricevuto l’assegno (fonte Anpal, Rapporto di valutazione della sperimentazione dell’assegno di ricollocazione). La differenza nel tasso di inserimento occupazionale fra i due gruppi è stata dunque di 3,3 punti percentuali.

I nodi irrisolti

Dal 2019, l’assegno di ricollocazione è stato sospeso per i percettori di Naspi e riservato, oltre che ai percettori di cassa integrazione per crisi aziendale, solo ai beneficiari del Reddito di cittadinanza. Sempre secondo Anpal, dal 3 marzo 2020 sino alla fine di novembre, risultavano attivati appena 430 assegni di ricollocazione relativi a Rdc, anche se l’avvio è stato condizionato dal periodo di lockdown.

Resta il fatto che neanche il reddito di cittadinanza si è rivelato una misura di politica attiva efficace: al 31 ottobre, fra gli 1,3 milioni di beneficiari del sussidio tenuti a sottoscrivere il patto per il lavoro, avevano avuto almeno un contratto il 25%,7 per cento. I rapporti ancora attivi, però, erano 192.851, cioè per il 14% dei beneficiari.

«Le risorse destinate alle politiche attive - nota Alessandro Ramazza, presidente di Assolavoro, l’associazione delle agenzie per il lavoro - sono ancora molto limitate rispetto a quelle destinate alle politiche passive. Premesso che non è ancora chiaro in che cosa consista il programma Gol finanziato con la manovra, è auspicabile che nella riforma degli ammortizzatori sociali sia previsto un legame forte tra politiche attive e passive: chi perde il lavoro va aiutato subito a ritrovarlo. Servono interventi universali, tempestivi e con un quadro normativo unico».

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