Governance

Assemblee e cda a distanza tra opportunità digitali e rischi da considerare

Atti di gestione, simmetria, informativa, collegialità consiliare non possono essere sminuiti

di Mario Cera

(Adobe Stock)

3' di lettura

La seconda stagione assembleare a distanza delle società quotate si sta avviando a conclusione, senza scosse e con esiti normalmente positivi. Lo scenario pandemico ha costituito un pur necessario ma utile stress di tenuta del sistema di intervento a distanza, in particolare attraverso l’istituto del rappresentante designato dalla società (introdotto nel 2010 nel t.u.f. con l’art. 135-undecies), in origine visto con disfavore dalle società stesse (poche, infatti, lo avevano prima del 2019 valorizzato) e freddamente dagli operatori.

In realtà, molti sono risultati i vantaggi, al di là della obbligatorietà imposta dalle giuste misure di sicurezza anti-covid; vantaggi che dovrebbero essere tenuti presenti anche nell’auspicato post-pandemia.

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Di fatto, è proprio il meccanismo assembleare di società con diffuso azionariato che impone regole stringenti di svolgimento della riunione (come dimostrano i vari regolamenti assembleari ormai necessari), dai limiti temporali agli interventi e alla discussione, alle possibilità date da una fase preassembleare con domande, richieste, precisazioni: così appare anacronistico e costoso il sistema di riunione in presenza, giacché, al di là di vanità, egoismi e personalismi (e talvolta peggio), ben difficilmente per non dire mai la riunione di massa porta i soci a migliori o diverse ponderazioni circa le materie all’o.d.g. ovvero a un utile esercizio del diritto di intervento e di voto su argomenti sui quali dovrebbe esservi stata comunque congrua informativa, insieme a motivate proposte. Forse potrà sembrare eccessivo, in futuro, imporre il rappresentante designato dalle società come unico o inderogabile metodo, ma certo si potrebbe prendere in considerazione l’idea di rendere comunque obbligatorio il sistema (ora rimesso a una scelta statutaria), salvo riconoscere casi particolari d’intervento diretto del socio, eventualmente prevedendolo per azionisti qualificati che lo chiedessero espressamente (la soglia del quarantesimo già previsto per l’esercizio di taluni diritti potrebbe essere adeguata). Qualcuno ha provato pur di recente a prospettarlo, come, invero, un illuminato giurista dell’Ottocento dell’Università di Pavia, Ercole Vidari, già aveva propugnato. Il suo scritto risuona ancora attuale: «Nelle società composte di un gran numero di soci, che possono anche misurarsi a migliaia, sarebbe imprudente assai ammetterli tutti ad intervenire, od anche solo per una gran parte. Le assemblee, più sono numerose, e più sono disordinate, turbolente e disadatte a qualunque seria ed utile discussione… Negli statuti veramente serii il diritto di intervento e di voto è riconosciuto solo in chi provi di possedere un certo numero di quote o di azioni».

In sintesi, se è bene che l’assemblea abbia ancora un ruolo centrale nella vita e nella governance delle società quotate
(e d’altronde non è facile pensare
a soluzioni obliterative), come anche le direttive europee in tema di shareholders rights vogliono, il funzionamento e forse meglio la funzione devono essere adeguati al tempo e alla tecnologia, la quale anzi può servire a valorizzare i (pochi ma non trascurabili) diritti non solo dei soci diffusi, ma anche degli investitori professionali.

Diverso dovrebbe essere il discorso per le riunioni del consiglio di amministrazione, che sempre più spesso, anche quando non strettamente necessario, si tengono a distanza. Tale metodo svilisce o comunque frustra la funzione ponderatoria, dialettica e relazionale che dovrebbe essere la base della determinazione consiliare; anzi, a volte consente condotte opache, contatti non corretti, informazioni selettive. D’altronde, l’atto di gestione rappresentato dalla delibera consiliare si forma, dovrebbe formarsi contestualmente e unitariamente, mentre
la distanza sovente favorisce o può favorire atteggiamenti opportunistici, se non illeciti;
per non dire di conflitti d’interesse non manifestati o di consulenti occulti.

Beninteso, qui non si vuole essere ancorati al passato né tantomeno nostalgici; si sa che anche
il consiglio di amministrazione non potrà sfuggire all’evoluzione in campo IT, alla “informatizzazione”, all’intelligenza artificiale, all’automazione robotica, di cui già tanto si parla. Ma occorrerà, comunque, tener fermi, almeno fino a quando il sistema legislativo di governo nelle società azionarie non sarà riscritto nel suo insieme, il significato degli atti di gestione, la collegialità consiliare, la simmetria informativa e dialettica, nonché il regime delle responsabilità collegate; altrimenti, la confusione diventa padrona e anche il sistema del diritto societario cessa di essere tale, divenendo una giungla
e senza certezza e chiarezza.

Non sarà un caso che il nuovissimo codice di corporate governance neanche consideri il funzionamento o il collegamento a distanza per gli organi consiliari e i comitati. Certo il legislatore lo consente, gli statuti ormai lo recepiscono di norma: ma siamo sicuri che un amministratore di imprese complesse non poche volte ben remunerato, possa dirsi diligente standosene sempre a casa, o chissà dove o con chi, come un impiegato pubblico in c.d. smart working?

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