INCLUSIONE

Aste, social e crowdfunding,il digitale salva le donazioni

Con l’emergenza Covid gli italiani si sono messi in gioco direttamente promuovendo raccolte fondi. Sul web più donatori giovani e over65

di Alessia Maccaferri

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(IIMAGOECONOMICA)

Con l’emergenza Covid gli italiani si sono messi in gioco direttamente promuovendo raccolte fondi. Sul web più donatori giovani e over65


5' di lettura

Cinquantamila regali piovuti dal cielo su Milano, come i cappelli della favola di Gianni Rodari. Tutti insieme, per lo stesso Natale. Eppure non se lo immaginava nemmeno lei, Marion Pizzato quando ha scritto su Whatspp alle amiche per coinvolgerle in un gesto di solidarietà. Che poi è diventato virale sui social, tanto che altre persone a loro volta sono diventate promotrici della raccolta benefica, quartiere per quartiere animando le relazioni tra le persone, proprio in un momento in cui regna la distanza: chi ha donato, chi ha raccolto, le 140 onlus che a loro volta hanno distribuito ai destinatari.

In questa esperienza spesso chi ha donato ha anche raccolto o promosso la raccolta nel suo giro di conoscenze con il passaparola diventando di fatto promotore dell’iniziativa. Una sorta di personal fundraising, dove i più famosi quest’anno sono stati Chiara Ferragni e Fedez, attraverso i social e il crowdfunding. «Il loro gesto ha catalizzato il desiderio di ognuno di noi di aiutare il nostro paese a contrastare l’emergenza sanitaria. Si è scatenato uno spirito di emulazione che ha spinto tanti a diventare protagonisti e ad attivare una propria campagna di raccolta fondi per aiutare il proprio ospedale e/o la propria comunità» commenta Valeria Vitali, fondatrice di Rete del Dono la piattaforma di crowdfunding tutta dedicata alle donazioni che ha quasi raddoppiato la raccolta dai 2,2 milioni di euro del 2019 ai 4,2 di quest’anno, di cui 2,3 raccolti solo sull’emergenza Covid.

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D’altra parte gli eventi in presenza per il fundraising solitamente organizzati dalle non profit - dalle cene solidali alle maratone sportive - sono saltati e il fermo delle attività sta divorando i bilanci: Italia Non Profit, nel report condotto assieme ad Assifero, stima che quattro organizzazioni su 10 avranno una riduzione delle entrate superiore al 50 per cento. Ma in questa emergenza è resuscitato anche il desiderio delle persone e delle aziende non solo di donare ma di mettersi in gioco in prima persona in forme più o meno strutturate. E molti italiani, cittadini e aziende, soprattutto nel periodo del primo lockdown, hanno donato direttamente agli ospedali e alla Protezione civile e si sono fatti promotori di donazioni sul territorio.

Processo di disintermediazione

Ora nel terzo settore c’è chi teme che avanzi nel dono e nel fundraising un fenomeno di disintermediazione che attraverso il digitale ha mietuto vittime in molti settori, dal commercio al credito. «In realtà io credo che questa sia un’opportunità. Le non profit possono curare la relazione con il personal fundraiser che è un donatore prezioso perché apre le porte del proprio network di conoscenze, invitando gli amici a donare, raccontando la causa. Di fatto sono donatori al cubo, donano relazioni, risorse e opportunità di contatto ulteriori. A vantaggio delle stesse non profit. Nell’alleanza con le onlus, per esempio penso ad Airc, il fundraiser raccoglie di più e si scatenano relazioni positive con i donatori. Inoltre le non profit possono dedicare più tempo ed energia per la selezione di progetti di qualità al loro monitoraggio, fino al racconto di ciò che si fa», aggiunge Vitali. Insomma il personal fundraising abilitato anche dal digitale può essere un moltiplicatore nella raccolta fondi se si riesce a coglierne le potenzialità.

Avazano giovani e over 65

Il riversamento sul digitale delle donazioni ha avvicinato nuove fasce di pubblico. Così Rete del Dono rileva per esempio un incremento senza precedenti delle donazioni nella fascia di età giovani (al 10,55%, erano al 4,91% l’anno scorso) e degli over 65 (al 10,36%, al 7,76 nel 2019) solitamente ancorati a modalità più tradizionali di donazione come il bonifico o addirittura il bollettino postale. Inoltre il crowdfunding ha avuto la possibilità di entrare in modo massiccio sui territori (su Rete del Dono sono state attivate 126 campagne per progetti puramente regionali, contro le 16 per progetti nazionali) e in settori dove la presenza era timida: per esempio la scuola con importanti e diverse raccolte fondi anche a sostegno di scuole pubbliche. La più importante quella dell’istituto Tommaseo di Torino con oltre 30mila euro di raccolta. Ma il fattore più significativo è relativo alla partecipazione, abilitata dal crowdfunding: la comunità scolastica allargata – insegnanti, genitori e parenti dei ragazzi – si sta attivando ed è disponibile a investire tempo ed energie per portare avanti piccoli progetti di raccolta fondi, dalla digitalizzazione alla ristrutturazione dei campi sportivi o all’acquisto di Lim.

Eventi virtuali e aste benefiche

Sul digitale crescono anche modalità di raccolta che sinora non avevano espresso tutte le potenzialità. Tra queste le piattaforme che raccolgono fondi attraverso l’asta benefica di cimeli o le esperienze con celebrità. Charity Stars ha ottenuto buoni risultati grazie non solo al fatto che sia decollata la sezione crowdfunding per 1,8 milioni (a favore del Covid) ma anche alla capacità di rivedere l’offerta principale ovvero le aste di beneficenza con le quali le non profit raccolgono oggetti da vendere. «Appena ci siamo resi conto dell’impossibilità di organizzare eventi fisici abbiamo convertito la nostra tecnologia, che solitamente portiamo ai gala dinner, per eventi virtuali che hanno funzionato bene, permettendo comunque la raccolta con diretta video in streaming» spiega Domenico Gravagno, cofounder e ceo di Charity Stars, che ha anche una presenza internazionale (in Gran Bretagna e Stati Uniti): con la Ricky Martin Foundation ha raccolto 100mila dollari in una settimana a sostegno di ospedali in Sudamerica. In Italia le aste benefiche sono raddoppiate, dai 5mila del 2019 agli 11mila di quest’anno. «Nel momento in cui molte associazioni hanno smesso di fornirci oggetti da mettere all’asta soprattutto nel periodo marzo-giugno, abbiamo rivolto lo sguardo al mondo dei collezionisti, degli antiquariato, degli artisti. E abbiamo convinto questi soggetti a venire sulla piattaforma per mettere all’asta i loro oggetti. E noi devolviamo alle non profit una quota del ricavato. Un modello che funziona e su cui continueremo a investire l’anno prossimo» spiega Gravagno, che detiene la maggioranza della società: quest’anno complessivamente devolverà alle onlus 4 milioni di euro.

Il gap da complare per le non profit

Nella partita digitale le onlus scontano il digital gap che caratterizza il paese. Secondo l’indagine Italia Non Profit/Assifero, il 54,2% degli enti dichiara di non essere in grado di auto-finanziare il processo di trasformazione connesso all’adozione di nuove tecnologie e nuovi modelli di intervento. Per farlo servirebbero contributi non vincolati a progetti specifici (53,5%), donazioni in kind (hardware e software) e servizi pro bono (17,3%).

Allo stesso tempo è interessante notare quale siano i loro bisogni sul lungo periodo: alla domanda su cosa investiranno al termine dell’emergenza Covid, le non profit medio-grandi dichiarano di avere come priorità il capacity building (21,3%). Una consapevolezza di dover dunque rafforzare le proprie competenze. Sperando ci rientrino quelle relazionali, perché l’esperienza di questi mesi conferma come il valore del dono stia soprattutto nella relazione. E a volte basta un whatspp.

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