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Astoria, rinasce il più prestigioso albergo della Grande Mela

Lo storico hotel dell’Art Déco in 90 anni ha ospitato vip e celebrità tra cui Ford, De Gasperi e Marilyn Monroe

di Laura Leonelli


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Grattacielo. Tre operai in una fase di costruzione dell’edificio

5' di lettura

Avevano preso una vecchia fotografia di New York, quando ancora la ferrovia era in costruzione e le case non superavano i dieci piani, e sulla centrale elettrica che infondeva energia alla stazione e a buona parte dei quartieri vicini avevano disegnato la crisalide del nuovo albergo. Linee semplici, due corpi in bianco e in nero, uno affacciato sulla strada e l’altro con una torsione di 90° allineato sullo skyline della città, come se quel doppio orientamento, onnivoro di punti cardinali, volesse dirigere l’intera metropoli. Lucius Boomer, manager del primo Waldorf Astoria, l’uomo che aveva comprato per un dollaro il diritto all’utilizzo del nome di quel magnifico hotel, demolito per far posto all’Empire State Building, e Leonard Schultze, architetto, avevano intuito che negli anni Venti il centro dell’economia era ormai Midtown, e non avevano avuto dubbi: il nuovo Waldorf Astoria, l’albergo più alto del mondo, quarantasette piani, forse l’ultimo capolavoro dell’Art Déco newyorkese, sarebbe sorto lì, su un intero isolato tra Park Avenue e Lexington.

Era il 1929. Ad aprile viene trasferita la centrale elettrica, a ottobre è l’annuncio ufficiale, a fine mese crolla Wall Street, e il 1° ottobre 1931, tenacemente, sontuosamente, sfacciatamente apre il nuovo Waldorf Astoria. Novant’anni dopo, la stessa fotografia, quasi un fantasma della Storia passata tra queste mura gigantesche, accoglie all’ingresso del cantiere che riporterà all’antico splendore l’albergo, acquistato nel 2015 dal gruppo di assicurazione cinese Anbang per la cifra record di un miliardo e novecento milioni di dollari.

Nel 2022 il nuovo progetto offrirà 375 camere e 375 residenze, all’indirizzo The Towers of the Waldorf Astoria. Il prossimo 25 febbraio inizieranno le vendite. Ma per evitare sorprese, la Landmarks Preservation Commission si è premurata di includere nel patrimonio intoccabile di New York, oltre la facciata, anche i famosi interni del Waldorf. Così, grazie al prezioso lavoro di restauro, diretto da Frank Mahan, architetto dello studio SOM, e grazie alla scoperta dei disegni originali di Leonard Schultze e di S. Fullerton Weaver conservati nella Wolfsonian Library della Florida International University, tornerà alla luce e alla fluidità di un tempo il dispiegarsi scenografico dei saloni al piano terra, come fosse un terzo viale tra i due ingressi, lussuoso e aperto a tutti, principesco e popolare.

Sono gli spazi pubblici, vero diritto costituzionale che garantisce l’assaggio della ricchezza raggiunta pienamente da altri, l’autentica invenzione dei grand hotel americani, e nel fasto del Waldorf Astoria quei foyer d’oro e di marmo, quei colonnati, quella Peacock Alley, vanitosa come le piume di cui porta il nome, sono stati la risposta al desiderio di vedere ed essere visti, che Henry James considerava l’essenza dei suoi compatrioti. E più di tutti il Waldorf è stato al tempo stesso palace for the public e stage for the wealthy, «un universo cibernetico, dotato di leggi proprie generanti collisioni fortuite tra esseri umani, che non avrebbero potuto incontrarsi altrove», come scrive Rem Koolhaas nel suo Delirious New York.

Fin dall’inaugurazione, per una privatissima cena il 30 settembre 1931, il Waldorf Astoria aveva invitato i potenti dell’economia americana e si era offerto teatro del loro successo. Nella più incredibile somma di fortune, sedevano allo stesso tavolo Henry Ford, Thomas Edison, Sir Thomas Lipton, Henry Firestone, Charles Schwab, presidente della U.S. Steel, Walter Chrysler, George Eastman, vedi Kodak, e Thomas Wilson, re degli articoli sportivi, perché dopo tutto quel lavoro bisognava pur rilassarsi. Eppure non bastava. Per sedurre altri personaggi famosi, e convincere il popolo americano almeno a bere un caffè, a tagliarsi i capelli, a lustrarsi le scarpe, a farsi ritrarre allo stesso indirizzo degli eletti, Lucius Boomer aveva “regalato” a Elsa Maxwell una splendida suite, dove la celebre columnist visse gratuitamente dal 1931 al 1963.

La reazione era stata immediata e gli amici della regina della mondanità avevano cominciato a prenotare, Cole Porter per primo, ed è al Waldorf che nel 1934 compone una delle sue canzoni più belle, You’re the top. Vent’anni dopo arriva Marilyn Monroe, che porta con sé la riproduzione del busto di Nefertiti e appende sopra il letto il ritratto di Abraham Lincoln, tanto per ricordare che nello stesso periodo, in una suite al 34° piano, viveva un altro presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover. Poco dopo sarebbero arrivati Dwight Eisenhower e il generale MacArthur.

Sicuramente non era sulla lista della Maxwell, ma dal 4 novembre al 12 dicembre 1946 soggiorna in hotel Vjačeslav Molotov, ministro degli Esteri sovietico, uno dei protagonisti della Big Four Conference che si tiene, onori di casa, nella suite dello stesso Boomer. Tra gli argomenti che definiscono l’Europa del dopoguerra, anche la situazione italiana e Trieste. L’anno dopo, su invito di Henry Luce, giunge al Waldorf Alcide De Gasperi e il 13 gennaio, durante la cena offerta dal sindaco di New York, Fiorello La Guardia, pronuncia un discorso che esorta il popolo degli Stati Uniti «a non avere dubbi sull’avvenire dell’Italia, dubbi se aiuti debbano essere dati. Sono venuto in America anche per questo motivo, per smentire notizie false o esagerate». Gli aiuti arrivano, cento milioni di dollari, 200mila tonnellate di grano e 700mila di carbone la settimana.

Forse il “pericolo” non veniva dal Mediterraneo, ma dall’Unione Sovietica e il 24 novembre 1947 i grandi delle case cinematografiche, da Louis B. Mayer della Metro-Goldwyn-Mayer a Harry Cohn della Columbia, firmano il Waldorf Statement con cui inizia ufficialmente a Hollywood la caccia alle streghe. Due anni dopo Dmitrij Shostakovich partecipa alla Waldorf Peace Conference. Davanti all’hotel, uno stuolo di suore prega in ginocchio, come annota Arthur Miller nel suo diario, perché l’anticristo sia rispedito oltre cortina. Il 1° luglio 1954 nessuno degli ospiti, invece, nessuno dei liftboy dei trenta ascensori, neppure il dentista con tanto di studio in hotel, si accorge che nei sotterranei del Waldorf è in corso una delicata trattativa. Il mese prima, sulle pagine del Wall Street Journal, era apparsa una curiosa inserzione: «In vendita manoscritti biblici risalenti al 200 a.C.». Yigael Yadin, archeologo e futuro statista israeliano, coglie il messaggio cifrato.

Quei documenti sono i famosi rotoli del Mar Morto, allora in mano al governo siriano. Non potendo agire in prima persona, Yadin coinvolge Harry M. Orlinsky, professore dello Hebrew Union College di Cincinnati, che si presenta all’emissario del metropolita della Chiesa Ortodossa di Antiochia, Mar Samuel, con il nome di Mr Green. I manoscritti, conservati nella cassaforte dell’albergo, sono autentici e Orlinsky chiama Yadin. La telefonata segue una linea segreta e anche questo era un servizio offerto dall’hotel, che ogni giorno smistava attraverso sessanta operatori diecimila chiamate in uscita e settemila in entrata. Al «pronto» di Yadin, Orlinsky risponde con una parola in codice: lechaim, «alla vita» come si brinda a Gerusalemme. Alla vita, al Waldorf.


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