Il Graffio del lunedi

Atalanta-Inter: spettacolo ma senza reti. Il Milan tenta il sorpasso

Sia l'Atalanta che l'Inter le hanno provate tutte per vincere e incamerare i tre punti. Ma non c'è stato verso. E ora i rossoneri incalzano

di Dario Ceccarelli

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4' di lettura

Toh, che sorpresa! Avrebbe dovuto essere il festival del gol, con i due attacchi atomici, e invece la tanto annunciata Atalanta-Inter finisce con un risultato (0-0) che suona perfino “strano” in un torneo dove ormai si segna sempre a grappoli.

Una volta, fino a pochi anni fa, si sarebbe detto che la montagna ha partorito il topolino, e cioè un pallido pareggio senza reti dove per scarso coraggio si è preferito non rischiare.

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E Invece non è così. Sia l'Atalanta che l'Inter, in una giostra incalzante, le hanno provate tutte per vincere e incamerare i tre punti. Ma non c'è stato verso: sia per la straordinaria serata dei due portieri (Musso e Handanovic) sia per la scarsa precisione di chi avrebbe dovuto chiudere il match.

Gli assente: gol e precisione

Così alla fine è mancato solo il gol. Fatto veramente insolito per la capolista che veniva da otto vittorie consecutive con 51 reti all'attivo. All'Inter è mancata la nona, ma tornare imbattuta da Bergamo non è certo una vergogna, soprattutto dopo le fatiche della finale di Super Coppa di mercoledì scorso.

L'unico rammarico, per gli uomini di Inzaghi, è che avrebbero potuto sfruttare meglio le tante assenze (sette) dell'Atalanta, sempre in grado comunque di imporre un ritmo vertiginoso alla partita.

In questa sfida, ricca di occasioni e colpi di scena, è mancata però la precisione. Clamoroso l’errore di Pessina solo davanti ad Handanovic, bravissimo ad opporsi alla flebile conclusione dell'atalantino. Poco incisivo, sul fronte interista, Dzeko, che per due volte di testa non conclude in rete. Anche d'Ambrosio, preferito allo spremuto De Vrij, nel finale non coglie l'attimo, ma non è sera da miracoli.

L’Inter rifiata (e resta favorita)

Diciamo che l'Inter, uscendo senza danni da una trasferta molto insidiosa, può rifiatare dopo una lunga corsa. Vero che questo lunedì, se batte lo Spezia, il Milan può superarla in vetta.

Ma la squadra di Inzaghi, con un osso duro come l'Atalanta, ha dimostrato di possedere una invidiabile solidità che la rende comunque favorita nella corsa per lo scudetto.

Qualche scricchiolio in difesa (anche da parte di Bastoni) lo si è notato. Ma sono peccati veniali che non hanno comunque lasciato strascichi.

Tanto di cappello anche all'Atalanta ridisegnata ex novo anche nella tattica con un 4-2-3-1 che avrebbe dovuto essere più difensivo ma che alla fine non modifica la natura garibaldina della squadra di Gasperini.

Ora tocca a Milan e Napoli approfittare della frenata nerazzurra. Per gli uomini di Pioli, a San Siro contro lo Spezia, sulla carta non ci dovrebbero essere problemi. Per i partenopei, impegnati a Bologna, un'occasione per rientrare in scia scudetto.

Dybala senza joya

Il bello della Juventus è che riesce a entrare nell'occhio del ciclone anche quando non ci sarebbero motivi per parlarne visto che battere per 2 a 0 l'Udinese, di questi tempi, non è certo una impresa memorabile.

Però Madama ci è riuscita lo stesso per un pasticcio che si è inventata tutto da sola. Per cui non può dar colpa né ai perfidi media né ai soliti diabolici complotti della rete mondiale dei nemici della Juve.

Il pasticcio è stato ben fotografato dall'occhiataccia che Paulo Dybala, l'unico attuale vero talento bianconero, ha rivolto alla tribuna dopo aver realizzato il primo (splendido) gol ai danni del friulani.

L'argentino, al posto che esultare, ha fissato gelidamente un punto impreciso dove sedevano l'a.d. Maurizio Arrivabene (un cognome da incrociare le dita) e il vicepresidente Pavel Nedved, quello che pur essendo un signore di mezza età ha l'incongrua pettinatura di un paggetto medioevale.

Come mai questa occhiataccia? Perchè Dybala, stufo delle punzecchiature della società, o di sentirsi dire con sufficienza che “non è uno scarso…” (Arrivabene) ha voluto replicare da par suo. Cioè da argentino col sangue caliente che con una occhiata minaccia: Non mi volete rinnovare il contratto? Pensate che sia uno dei tanti che non fa la differenza? Bene, ecco di cosa son capace.

Se volete perdermi, magari farmi andare all'Inter, affar vostro. Allora: Dybala non ha certo bisogno di avvocati. Oltretutto per il rinnovo chiede a stagione circa 7 milioni + 2 di bonus, quindi di questi tempi una cifra molto impegnativa.

E neppure si può dire che l'argentino in questi ultimi due anni (tra assenze e infortuni) abbia sempre brillato. E anche far la voce grossa per aver strapazzato l'Udinese non è proprio un gesto da fuoriclasse.

Però Dybala ha le sue ragioni. Primo perchè è l'unico, nella Juve, a sapersi inventare qualcosa. Poi è uno che segna, spariglia, salta l'uomo. Che ha talento, insomma. Vero che s'infortuna spesso, ma c'è stato di mezzo anche il Covid, cosa che ha falsato il rendimento di molti giocatori.

Per farla breve: se la Juventus, e i suoi lungimiranti dirigenti, vogliono cedere l'argentino, lo facciano pure. E ragionevole, costa molto, ci può stare in questi tempi di vacche magre e bilanci gonfiati. La smettano però ogni due per tre di sputar sull'unico piatto gustoso che hanno nel menù.

Se Dybala fa storcere la bocca, cosa bisogna dire allora di Rabiot e compagnia bella? Come recita un vecchio adagio, mai parlare male dei propri gioielli, soprattutto quando bisogna venderli…

Salvatore Caruso al posto di Djokovic.

Finalmente ci siamo tolti un pensiero. Nonostante la sua famiglia, e gli amici, il Team e tutta la Serbia avessero garantito per lui, la Corte federale australiana ha espulso il celebre tennista dando ragione al ministro dell'immigrazione Alex Hawke che fin dall'inizio, per motivi di salute pubblica, aveva annullato i visti di ingresso a Djokovic perché non vaccinato al Covid.

«L'Australia ha torturato Novak» ha inopinatamente commentato il presidente serbo Vucic. Se la tortura è stata quella di rimanere qualche giorno nell'albergo degli immigrati, posto non certo ameno dove molti disgraziati ci passano mesi, allora siamo freschi.

Diciamo che Djokovic ha fatto un breve “stage”, una full immersion sui problemi di questo mondo che lui, numero 1 al mondo, finora li aveva visti solo dall'aereo. Ma il vero contrappasso è un altro: che al posto di Djokovic, agli Open d'Australia, entra in tabellone Salvatore Caruso, detto anche Salvo o Sasà.

Con quel nome da immigrato vero, uso al rispetto delle frontiere, Caruso, siciliano di Avola, farà sicuramente meno sceneggiate di Djokovic.

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