sostegni al reddito

Atleti professionisti senza ammortizzatori sociali


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La Nazionale italiana di calcio femminile con il presidente Mattarella (Ansa)

2' di lettura

Né assegni familiari, né indennità di disoccupazione in caso di perdita del lavoro. Non c’è alcun accesso agli ammortizzatori sociali per atleti, allenatori, direttori tecnico-sportivi e preparatori atletici che esercitano l’attività a titolo oneroso nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni, e che conseguono la qualifica di «professionista» dalle federazioni sportive nazionali (Figc, Fip, Fci, Fig). Il regime previdenziale, regolato dalla legge 91/1981, verte in sostanza sul solo obbligo di iscrizione al Fondo pensioni sportivi professionisti (Fpsp) che nel 2011 è confluito nell’Inps, dopo l’ex gestione Enpals.

La legge delega sul lavoro sportivo (contenuta nel Ddl all’esame del Parlamento) dovrà quindi mettere mano anche agli aspetti previdenziali del professionismo. Perché l’attuale normativa non prevede il trattamento economico di malattia e maternità (esclusione ex articolo 1, comma 3, della legge 366/73), la tutela del Fondo di garanzia del Tfr (articolo 4, comma 7, della legge 91/81) e quella in materia di assegni familiari e di disoccupazione (in assenza di espresso richiamo legislativo). Senza contare che per gli atleti dilettanti (pur famosi) l’unica strada per avere una pensione è quella delle polizze integrative (cioè prive di contributi dei datori di lavoro), che però esclude da ogni tutela per la vecchiaia e i superstiti.

L’aggiunta della partita Iva

Circa la possibilità, poi, che uno sportivo professionista titolare di un rapporto di lavoro dipendente apra – in contemporanea all’impiego subordinato – una partita Iva per esercitare altre attività d’impresa o di lavoro autonomo, si devono analizzare i singoli accordi contrattuali. Per i calciatori, ad esempio, c’è generalmente (con alcune differenze a seconda della categorie, serie A/B e Lega Pro) il divieto di compiere qualsiasi attività diversa da quella stabilita nel contratto. Ma con una particolare eccezione. L’accordo collettivo stabilisce infatti che, nel caso in cui l’atleta intenda iniziare un’attività separata da quella fissata contrattualmente, deve darne comunicazione per iscritto alla società di appartenenza. L’eventuale diniego della società, invece, va motivato e comunicato al calciatore entro 45 giorni dalla richiesta di autorizzazione: e se tale termine scade senza alcuna risposta da parte della società, l’autorizzazione stessa s’intende concessa.

A quel punto, come gestire la contribuzione Inps relativa all’attività con partita Iva? Se si tratta di lavoro autonomo, lo sportivo dovrà iscriversi alla Gestione separata. In caso di attività commerciale, invece, l’atleta che ha anche un rapporto contrattuale da dipendente a tempo pieno, può fin da subito – cioè in sede di Comunicazione unica per la partita Iva – chiedere di non iscriversi alla Gestione commercianti Inps, comunicando il codice fiscale dell’azienda datrice di lavoro. Dunque, quando l’attività di lavoro subordinato si rivela prevalente rispetto a quella esercitata in modo autonomo con la partita Iva, anche lo sportivo professionista può risparmiare i contributi dovuti alla Gestione commercianti dell’Istituto di previdenza.

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