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Atotus, fra Sardegna e Trentino un progetto per una filiera della moda davvero circolare

La rete ideata da due giovani imprenditori ha come fulcro un negozio dove si raccolgono capi usati per trasformarli in altri capi, attraverso una filiera di filatori, tessitori e produttori. Da comprare con una innovativa moneta virtuale

di Chiara Beghelli

Silvia Atzori, fondatrice di Atotus

3' di lettura

Nell’era della fluidità geografica, può capitare che un pezzetto di Sardegna si trovi in una valle del Trentino. A portarla fin lì sono stati due imprenditori, Silvia Atzori e Nicola Mascia, che dopo aver lasciato l’isola per studiare Economia a Trento, hanno deciso di restare lì. Seguendo una strada alternativa ai loro studi, con il progetto Atotus: quel nome che in sardo significa «per tutti» è anche l’insegna del loro primo negozio, sulla centrale via Roma di Vezzano, paese di 2mila abitanti nella Valle dei Laghi, 9 km a ovest di Trento. Ed è il nome di un sogno: fare moda davvero sostenibile, con una rete totalmente e veramente circolare che metta insieme tutti gli attori della filiera, filatori, tessitori, produttori e clienti.

«Lavoravo nel settore finanziario, ma sentivo che non era “mio” - spiega Silvia, che è anche la moglie di Nicola, che la supporta pur mantenendo il suo lavoro nel marketing per un’altra azienda -. Dunque ho iniziato a ragionare su un progetto che fondesse la moda, mia grande passione, visto che sono anche figlia di una sarta, e la sostenibilità. Ma volevo fare qualcosa di speciale, che valorizzasse il riuso. E a fine novembre 2020 ha preso forma Atotus».

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Una filiera innovativa che produce capi nuovi dagli usati

La formula è questa: i clienti portano in negozio capi in fibre naturali, cotone, lana e cashmere, che non usano più. E fin qui ci si trova su strade già percorse, anche dai big del fast fashion. Ma è nel passo successivo che la formula di Atotus si rivela nella sua profonda coerenza e originalità: i capi vengono direttamente passati ai filatori, che ne ricavano filato vergine da passare poi ai tessitori, che a loro volta sono in contatto con i produttori, che ne derivano maglie, T-shirt, jeans, sciarpe, accessori.

«Abbiamo voluto creare una rete, una filiera, sostenibile e tracciabile in ogni suo passaggio», aggiunge. Il progetto è molto piaciuto agli “attori”, così sono chiamati nell’ambito Atotus, al quale è stato presentato il progetto: sono saliti a bordo la Filatura Astro di Biella e la Filatura Vangi di Prato, i tessitori Berto e Texmoda, produttori come Rifò, marchio specializzato nel riciclo di cashmere nel distretto di Prato, insieme a Defeua, Ecodream e Parco Denim.

I Tips, moneta virtuale per monitorare il processo

L’innovazione di Atotus non si ferma qui: nella filiera, infatti, i vari passaggi si pagano in parte con una moneta virtuale, i Tips, acronimo di Together is Possible, a confermare l’aspirazione inclusiva che è alla base del progetto: «Un cliente che viene in negozio a consegnare i capi che non usa più riceve una parte del valore corrispondente in Tips, valutato in base al filato del capo. Con i Tips poi potrà acqusitare altri capi nel momento in cui saranno prodotti - prosegue Silvia -. Anche gli altri attori della rete possono fare acquisti in Tips, per esempio i tessitori per comprare filato dai filatori, e i produttori dai tessitori. Tippers, questo il nome che assumono i clienti, in inglese significa anche “camion ribaltabili”, un’immagine che ci è piaciuta molto, perché il nostro obiettivo è in qualche modo ribaltare il modo in cui si compra e si produce».

Il primo negozio di Atotus è stato inaugurato a metà maggio e nel giro di un mese i kg di filati raccolti sono già oltre 215: «Siamo contenti di come sta andando, le persone entrano e si informano. Noi vogliamo educare alla sostenibilità, senza intenti moralizzatori. E la risposta è molto buona».

Prossimi obiettivi, nuovi negozi e l’e-commerce

I due imprenditori hanno investito in prima persona in Atotus, senza rivolgersi a incubatori. E le loro ambizioni sono alte, a partire dall’apertura di altri negozi in franchising: «L’e-commerce è senza dubbio importante e in luglio lanceremo una campagna di crowdfunding per avviarlo. Ma per noi resta centrale il negozio, il rapporto con il territorio e quello con le persone - spiega Silvia -. L’e-commerce è una vetrina, infatti abbiamo messo alcune creazioni in sezioni speciali del nostro sito, e ci servirà anche per capire dove aprire le nostre prossime sedi». Fra gli obiettivi anche quello di essere ancor più inclusivi, ampliando la rete di attori ma anche la tipologia di tessuti da riciclare: «In futuro potremmo raccogliere anche poliestere, nylon, dei capi sportivi - aggiunge - , e coinvolgere anche concerie per i pellami e perché no, aprirci anche ad altri settori merceologici oltre la moda».


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