aggressioni razziali

Attacchi a migranti, non c’è solo l’Italia: i numeri in Europa

di Alberto Magnani

Mattarella: migranti nuovi schiavi, non guardare altrove


4' di lettura

È abbastanza raro che Heilbronn, cittadina del Baden-Württemberg (Germania) da 120mila abitanti, finisca sulla stampa internazionale. Una delle ultime occasioni è stata nel febbraio 2018, quando un pensionato ha attaccato a colpi di coltello tre migranti per manifestare la sua «rabbia contro le politiche di accoglienza di Angela Merkel». L’improvvisa climax di aggressioni a sfondo razziale in Italia, giudicata «preoccupante» dall’Agenzia Onu per i rifugiati, rientra in un clima che si respira da anni in Europa.

Un report pubblicato a inizio luglio dalla Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), un organismo Ue, ha rilevato che «non ci sono progressi nel contrasto al razzismo in Europa» , diffuso in forme che vanno «dalla discriminazione quotidiana alla violenza a tutti gli effetti». I numeri emersi finora rischiano di essere sottostimati, prosegue il report, visto che «pochi Paesi europei registrano i crimini di odio», nonostante «rifugiati e richiedenti asilo continuino a essere violentemente attaccati e molestati in tutta Europa».

Ma c’è un’escalation? Quante sono state le aggressioni?
È difficile stabilire se sia in corso un’escalation, visto che i dati del primo semestre del 2018 devono ancora essere pubblicati (dai pochi Paesi Ue che lo fanno). Di sicuro tra 2016 e 2017, due fra gli anni di picco della crisi migratoria, hanno iniziato a moltiplicarsi i casi di aggressioni fisiche a cittadini stranieri. La Germania, secondo dati diffusi dal governo in occasione di un’interrogazione parlamentare , ha registrato un totale di 3.500 attacchi a rifugiati e richiedenti asilo lungo tutto il 2016. Nello stesso anno si sono consumati 2.545 attacchi individuali a rifugiati, con un bilancio di 560 persone feriti (di cui 43 bambini).

Al tutto si aggiungono 243 attacchi ad abitazioni che ospitano migranti nei primi nove mesi del 2017, picco già più contenuto rispetto agli 873 del 2016. Nella vicina Austria si sono registrate circa 50 aggressioni ai centri di alloggio per rifugiati nel 2016, con episodi che includono lancio di bottiglie molotov e svastiche disegnate in segno di «accoglienza» ai rifugiati. In assenza di numeri complessivi, si sono segnalati episodi simili in quasi tutti i Paesi Ue (o ex Ue), dal Regno Unito alla Grecia. Secondo lo European union minorities and discrimination survey, un sondaggio sulle discriminazioni condotto fra minoranze etniche e migranti, il 3% degli intervistati sostiene di aver subìto almeno un attacco fisico per motivazioni razziali. Ma i risultati svelano anche che il 72% delle aggressioni non viene denunciata, spingendo il totale - teorico - degli episodi oltre ai numeri ufficiali.

C’è una correlazione con la crescita dei partiti «populisti»?
È quanto sembra suggerire lo stesso report Fra, evidenziando la «retorica razzista e xenofobica adottata da diversi leader europei». Di sicuro la questione dei migranti è stata, ed è tuttora, uno dei cavalli di battaglia che si sono accompagnati alla crescita di forza politiche di intonazione nazionalista e conservatrice. Un’indagine dell’agenzia Bloomberg, risalente a dicembre 2017, ha evidenziato che i partiti della destra populista hanno guadagnato nelle più recenti tornate elettorali una media del 16% dei consensi, contro il 5% scarso del 1997 .

Fra gli esempi di far-right ci sono il tedesco Alternative für Deutschland (12,6% dei voti e 94 seggi al Bundestag alle ultime elezioni), il francese Rassemblement National (nuovo nome del Front National di Marine Le Pen, votato dal 21,3% dei francesi nel primo turno delle elezioni 2017), l’ungherese Fidesz (il partito del governo di Viktor Orban) e il polacco Diritto e giustizia. L’Austria ha eletto come premier Sebastian Kurz, candidato del Freiheitliche Partei Österreichs, forza liberalconservatrice che ha finito per sbilanciarsi su toni sempre più nazionalisti e (appunto) antimigranti.

Anche in Paesi tradizionalmente socialdemocratici, come la Svezia, le forze sovraniste hanno guadagnato popolarità sposando la linea dura verso gli ingressi dall’esterno: i Democratici svedesi, sigla che incassava lo 0,1% nei primi anni ’90, si ritrova a marciare verso le elezioni del 9 settembre 2018 con pronostici di oltre il 20% dei consensi, secondi solo ai Socialdemocratici. In Italia il partito più vicino alla galassia della «destra populista» (e antimigranti) viene considerata la Lega, in crescita vertiginosa rispetto al voto di marzo: l’istituto di ricerca Demopolis accredita al partito di Salvini consensi intorno al 29%, l’equivalente di oltre il 10% in più rispetto al boom già messo a segno alle elezioni nazionali.

Ma siamo ancora in «emergenza migranti»?
Se si guarda ai numeri, no. L’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo ha registrato una flessione del 44% nelle domande di asilo fra 2016 e 2017, con una discesa da 1,3 milioni a 728.470 unità e un trend di ulteriore calo in vista per il 2018. Anche concentrandosi sull’Italia, si sono contati 18.392 sbarchi dall’1 gennaio al 30 luglio 2018, pari a un calo di circa l’80% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La diminuizione effettiva dei flussi non intacca il clima di tensione che si percepisce in tutta l’Europa. L’ insofferenza per i migranti, agganciata a spinte euroscettiche, è uno degli assi portanti della «internazionale populista» che sta prendendo piede in vista delle elezioni europee del 2019, proponendosi di far slittare a destra il Partito popolare europeo .

«È da anni che va avanti questa percezione distorta: le persone sono convinte che i migranti aumentino, “ci rubino il lavoro” e via dicendo, anche se i dati dicono il contrario», fa notare Fabio Quassoli, professore di sociologia dei processi culturali alla Bicocca di Milano. Un esempio dello scollamento fra percezione e dati aggregati arriva da una ricerca Eurispes: meno del 30% dei cittadini italiani intervistati quantifica correttamente l’incidenza di migranti sulla popolazione (8%), mentre oltre la metà si spinge a sovrastimarla dal 16% a oltre il 25 per cento. «Ora molti accusano i social, ma in Italia si è sempre mantenuto un atteggiamento di stigmatizzazione verso i migranti - fa notare Quassoli - Poi è presto per capire se con questo governo ci sia anche un aumento degli episodi di violenza. Ma sembrerebbe di sì».

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