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Attenti al ratto (di Banksy). Tutta l’arte del writer misterioso a Milano

di Gianni Mercurio


Al Mudec l’arte «antisistema» di Banksy

5' di lettura

«Siano le strade un trionfo dell’arte per tutti». L’appello non è di Banksy, ma di Vladimir Majakovskij e risale al 1918, agli anni della Grande Rivoluzione Sovietica. Furono loro, i rivoluzionari sovietici, a far da apripista per tutte le rivolte successive in cui si ritrova il connubio fra la protesta e la strada, la comunicazione ribelle e lo scenario sociale che vede il suo luogo d’azione privilegiato sui muri della città. Il Novecento è alle spalle ma, come il seme che germoglia, l’arte di Banksy , in mostra al Mudec di Milano dal 21 novembre, ha tenuto vivo il potenziale reattivo insito nelle parole di Majakovskij e compagni.

Negli anni Ottanta l’arte per tutti è il presupposto teorico di Keith Haring. Un decennio dopo quel testimone passa a Banksy, che ne ridefinisce il senso. Contrariamente ai rivoluzionari sovietici, che vedevano nella protesta un modo di partecipare alla vita sociale e politica, e a differenza di Haring, che ben presto smette di disegnare in maniera illegale negli spazi pubblicitari della subway di New York, Banksy ha fatto della clandestinità uno dei presupposti della sua dinamica artistica. La sua è stata e continua a essere una sistematica guerra culturale. Per rendere evidente il fatto di non essere allineato al sistema e di combattere le sue regole, Banksy non ha mai reso note le sue generalità anagrafiche. Tutti sanno cosa fa, pochi, custodendo il segreto, sanno chi è, non essendosi mai concesso pubblicamente e arrivando a scatenare un interesse quasi morboso intorno alla sua vera identità. Dalle ipotetiche narrazioni biografiche sappiamo che è di Bristol, un porto inglese importante nella triangolazione legata al commercio degli schiavi con America e Africa.

GUARDA IL VIDEO/La protesta di Banksy in mostra al Mudec di Milano

Negli anni Ottanta, decennio di formazione per l’artista, la scena underground di Bristol ricorda quella di molte città europee dello stesso periodo. Inizialmente dominata dal postpunk, la città recepisce presto l’influenza di nuovi stimoli provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, in particolare dalla scena rap e graffitista. «Amo i graffiti. Amo questa parola, – ha scritto Banksy – i graffiti sono per me sinonimo di meraviglia. Qualsiasi altro genere artistico in confronto è un passo indietro, non c’è dubbio». L’estetica di Banksy risente della grafica dei manifesti di concerti punk e hardcore e, per il linguaggio semplificato dei suoi stencil, l’estetica punk ha agito come bacino espressivo cui attingere. Autore di molte delle immagini e dei foto-collage della punk band inglese Sex Pistolsè l’artista Jamie Reid, il quale realizza immagini multiformi rimescolando assieme ritagli di giornali, fotografie, testi e oggetti incongrui, e segnando indelebilmente il linguaggio composito e anarchico della stagione musicale inglese al termine degli anni Settanta.

Banksy in mostra al Mudec

Banksy in mostra al Mudec

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A Reid appartiene, tra le altre, l’immagine che accompagna il singolo God Save The Queen (Dio salvi la Regina) dei Sex Pistols, uno dei brani più noti ed espliciti della band, pubblicato nel maggio del 1977 proprio in occasione del Giubileo d’Argento della regina Elisabetta. In essa un ritratto ufficiale della sovrana stessa viene colpito nella sua apparente inviolabilità regale attraverso due svastiche al posto delle pupille e una grande spilla da balia a serrare il sorriso altero della regnante. È inevitabile, dunque, pensare ai collage di Reid quando Banksy propone la sua nota Monkey Queen (Regina-scimmia) e del resto Banksy e Reid hanno collaborato in un’installazione al club «The Arches» di Glasgow, che è poi stata in gran parte cancellata o ricoperta.

GUARDA IL VIDEO/Banksy, in mostra al Mudec l'arte della protesta. Intervista a Gianni Mercurio

È stato da più parti rimarcato il peso che il pensiero e l’azione situazionista assume nell’opera di Banksy. Elementi del situazionismo appaiono nel suo lavoro anche attraverso la mediazione culturale di «Adbusters», il collettivo canadese che nel 1989 diede vita all’omonima rivista. Già il situazionismo aveva utilizzato con sagacia e spregiudicatezza simbolica i fumetti, nei cui balloon inseriva concetti politici importanti, frasi o considerazioni teoriche sulla necessità della contraddizione dialettica di Karl Marx o Mao Zedong. La teoria situazionista ha sempre cercato di combinare insieme cultura alta e cultura popolare, per fare emergere con stridente evidenza le contraddizioni più clamorose della vita quotidiana. Punto di forza della sua strategia visiva è deformare metodicamente l’immagine che i brand commerciali danno di sé, rovesciandone e disvelandone i contenuti. La guerrilla art, l’opposizione feroce contro i brand commerciali, il cosiddetto «brandalismo» teorizzato da Banksy, nasce per l’appunto da questo terreno culturale: «Bisogna poter riarrangiare, rimaneggiare e riutilizzare ogni pubblicità presente negli spazi pubblici. Potete farci qualsiasi cosa». La sua è una rivolta contro le grandi corporation.

Banksy, attenti al ratto

Banksy, attenti al ratto

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Banksy ricorre sovente anche a stampe, quadri kitsch, vecchie tele prive di spessore o persino riproduzioni di dipinti noti e importanti della storia dell’arte, sui quali interviene sovrapponendovi oggetti e immagini stranianti, del tutto svincolati dal contesto iniziale. Questa pratica gli ha permesso di far irrompere minacciosi elicotteri da guerra fra gli alberi di un bosco al tramonto, di far colpire da raggi laser lanciati da futuristici Ufo pescatori settecenteschi sulla riva del fiume, di far galleggiare carrelli della spesa nello stagno di ninfee di Giverny, proprio sotto il ponte giapponese voluto da Claude Monet per il suo giardino.

Con i suoi détournement Banksy formula un esplicito invito a non fidarsi delle immagini “preconfezionate” in quanto dietro la loro placida bellezza potrebbe nascondersi una minaccia. Il détournement non consiste solo in un potente strumento di lotta politica e di critica al sistema dell’arte. È la dimensione del rovesciamento, simbolico e reale dei contenuti, a muovere le pratiche situazioniste. La stessa dinamica di rovesciamento simbolico che sta alla base di ogni operazione artistica perseguita da Banksy, che sia questa l’uso di stencil per creare opere d’arte sul muro di Gerusalemme, oppure la pratica di deridere la musealità, inserendo abusivamente proprie opere alla National Gallery di Londra, al Louvre di Parigi o al Metropolitan Museum of Art di New York. Di Banksy sono noti i viaggi in Israele e gli stencil realizzati sul versante palestinese del Muro in Cisgiordania fin dal 2005, con l’intento di far sentire la sua voce sul tema dei rifugiati, dei migranti e della crisi umanitaria in atto. Analogo spirito muove i suoi dipinti nel campo profughi nella cittadina francese di Calais, uno dei quali risale al 2015 e ritrae Steve Jobs, rimarcando come egli fosse figlio di un profugo siriano emigrato negli Usa.

Banksy, in mostra al Mudec l’arte della protesta

Un anno dopo, ricucendo la questione migratoria con le politiche attuate dal governo di Parigi, l’artista ha collocato uno stencil su un’impalcatura di fronte all’ambasciata francese a Londra raffigurante la piccola Cosette de I miserabili di Victor Hugo, rielaborata da una vecchia illustrazione realizzata da Émile Bayard. La bambina è ritagliata su una logora bandiera francese, mentre le lacrime che le rigano il volto, già presenti nell’immagine originale, si collegano qui al gas lacrimogeno che fuoriesce da una bomboletta più in basso e che richiama il medesimo gas usato in un’incursione della polizia nella Jungle di Calais all’inizio del 2016. In occasione di quell’incursione parigina, Banksy ha accompagnato sul suo profilo Instagram le fotografie dei suoi stencil sui muri della capitale francese con una breve ma significativa indicazione storica: «Cinquant’anni dalla rivoluzione di Parigi del 1968. La nascita della moderna arte dello stencil», dichiarazione che rende esplicito il suo legame con la tradizione visiva in uso nel maggio francese del 1968.

Infine, ci si imbatte in un minaccioso ratto dallo sguardo tagliente e il muso affilato e una grande etichetta identifica l’odioso animale come «vermine fasciste». L’utilizzo del topo come identificativo del nemico fascista serve a sottolineare una netta distanza fra le ragioni della rivolta e l’alterità ideologica del nemico. «Esistono senza permesso - dice Banksy dei ratti - sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia». Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà. Loro sopravvivono all’olocausto nucleare, noi no. Dovremmo imparare forse a muoverci come topi?

The Art of Banksy. A visual protest
Milano, Mudec, dal 21 novembre 2018 al 14 aprile 2019

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