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Austerity, svaghi e fuga dei giovani calciatori: oggi peggio degli anni 70

Chi ha una certa età potrà ricordare bene gli anni Settanta, gli anni dell'austerità e delle domeniche a piedi, ed anche il successivo decennio

di Giancarlo Mazzuca

(Adobe Stock)

3' di lettura

Chi ha una certa età potrà ricordare bene gli anni Settanta, gli anni dell'austerità e delle domeniche a piedi, ed anche il successivo decennio. E soprattutto oggi quel periodo torna in mente a molti perché la crisi economica attuale, con tutti i suoi risvolti negativi, assomiglia a quella di mezzo secolo fa. Con qualche differenza, però. È il caso delle possibilità di svago e di relax nei momenti neri perché, strano a dirsi, allora avevamo più possibilità di distrazioni di quante ne abbiamo adesso. È ciò che sta succedendo al cinema: quanti sono coloro che si concedono ancora la visione di un bel film in qualche sala? Dopo le forzate chiusure legate al Covid, gli spettatori sono diminuiti anche perché tanti cinema - così come, purtroppo, molte edicole - sono stati chiusi.

E lo stesso discorso vale anche per quel grandissimo «show» che si chiama calcio. Chi non ricorda la passione in quegli anni per le partite di pallone? Gli esempi dell'attrazione fatale verso il calcio sono tantissimi ed il sottoscritto rammenta, in particolare, uno che riguarda il più grande testimone del Novecento, Indro Montanelli. Il suo ufficio, in redazione, era aperto a tutti i suoi giornalisti dalla mattina alla sera giorno e notte ma anche il mitico direttore faceva qualche eccezione, una in particolare: la domenica pomeriggio. Alle 15 la radio trasmetteva, infatti, «Tutto il calcio minuto per minuto» con i «flash» sulle partite della serie A e Montanelli si chiudeva in stanza per vivere in diretta l'andamento della partita della sua squadra del cuore, la Fiorentina: anche per Cilindro la passione del calcio faceva aggio su tutto il resto.

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Europei di Calcio: il saluto di Prodi agli Azzurri. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi riceve un pallone d'argento, omaggio dei dirigenti federali, stamani durante il saluto alla squadra in partenza per l'Inghilterra. Da destra si riconoscono il presidente della Federcalcio Antonio Matarrese, Paolo Maldini, il ct della nazionale Arrigo Sacchi ed il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni. (Massimo Capodanno/Ansa)

Ora, purtroppo, non è più così e, a ribadirlo, è Arrigo Sacchi, il tecnico romagnolo già alla guida del Milan e della nazionale azzurra, che ho incontrato nei giorni scorsi. Anche lui mi conferma che, come se non bastassero tutte le altre recessioni, persino il football tricolore sta ora segnando il passo. E le analogie tra crisi economica nel Belpaese e crisi del pallone sono diverse. Un esempio significativo: se stiamo assistendo alla fuga dei giovani laureati italiani verso l'estero in cerca di un lavoro redditizio che da noi fanno fatica a trovare, un analogo problema si registra nel mondo del calcio con tanti talenti in erba di casa nostra che emigrano in qualche campionato straniero per poter così indossare una casacca di prestigio.

Del resto, è sufficiente soffermarsi sull'ultimo mercato calcistico, con tanti ventenni - da Mattia Viti a Gianluca Scamacca, da Salvatore Esposito a Lorenzo Lucca - che hanno deciso di migrare all'estero per poter entrare nel Gotha calcistico. Ma anche in questo caso si tratta soprattutto di un problema economico: molti grandi club europei hanno oggi maggiori disponibilità finanziarie di quelle di tante società italiane. Insomma, anche il calcio diventa la cartina di tornasole di una Paese che sta incassando tanti gol. Non è un caso che, per la prima volta, la nazionale azzurra, che pure ha vinto gli Europei del 2021, non sia riuscita a qualificarsi per due volte consecutive alle finali dei mondiali. E così, dalle nostre parti, cominciano a scarseggiare anche i momenti di grande relax e di svago: speriamo, a questo punto, che il turismo tenga.

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