Energia e Ambiente

Australia ancora troppo timida nella lotta alle emissioni inquinanti

di Barbara Pezzotti

 Un convoglio ferroviario merci in Australia

3' di lettura

A pochi giorni dall’appuntamento di Glasgow, il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha finalmente sciolto le reserve e ha annunciato che perteciperà ai colloqui del Cop26 sul clima. Non sarà un incontro facile per il premier australe: in un momento in cui i principali alleati di Canberra spingono perché il Governo australiano, a guida liberal-nazionale, assuma obiettivi più ambiziosi per il 2030, il dibattito è ancora desolatamente fermo alla discussione sul target della neutralità climatica entro il 2050 che l’Australia non ha ancora sottoscritto. Forte è l’opposizione interna, nella veste del Partito nazionale, alleato di Governo, che si oppone al target del 2050, anche se nel Paese cresce il consenso intorno alla lotta al cambiamento climatico. Alcuni stati della Federazione, come il Victoria e il New South Wales (quest’ultimo a guida liberale) hanno annunciato obiettivi oltre il 50% per il 2030 e persino potenti lobby economiche, come Federated Farmers e il Business Council of Australia, invitano il Governo federale ad abbracciare la lotta alle emissioni nocive.

La pressione, a livello internazionale, è alta: sono in molti a credere che l’Australia abbia un doppio obbligo nei confronti della lotta all’emissione dei gas serra. Il primo, in quanto uno dei maggiori Paesi inquinatori al mondo pro-capite e il secondo in quanto principale esportatore di carbone a livello internazionale, specialmente verso la Cina. Eppure, mentre il resto del mondo sta alzando il tiro sugli obiettivi del 2030, il Paese australe è fermo agli impegni presi nel 2015, quando si impegnò a ridurre le emissioni di CO2 tra il 26 e il 28% sotto i livelli del 2005 entro il 2030 e a oggi non accenna a rivedere queste percentuali verso l’alto. Le ragioni di una tale indecisione sono interne: per anni il governo liberale ha cercato di rassicurare gli elettori che l’Australia stesse facendo abbastanza per combattere il riscaldamento globale e che, comunque, gli interessi australiani dovevano essere favoriti rispetto agli accordi internazionali. La vittoria alle ultime elezioni politiche del 2019 è in parte dovuta agli attacchi che i liberali hanno sferrato contro i piani ecologici del Partito laburista, considerati inutili e potenzialmente troppo costosi. Piani che ora, per un ironico scherzo del destino, i liberali potrebbero, almeno in parte, dover adottare. Ora nuove elezioni sono dietro l’angolo e l’esecutivo è impegnato in una dura lotta intestina con l’alleato pro-carbone National Party, che sostiene di difendere gli interessi degli elettori che lavorano per l’industria mineraria e il settore agricolo, i business potenzialmente più colpiti da un cambiamento delle politiche energetiche. Eppure pressioni perché Canberra agisca sul fronte climatico vengono proprio dal settore industriale, minerario compreso, e agricolo.

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Il National Farmers Federation ha chiesto al Governo un chiaro impegno verso la neutralità climatica. Il settore, che nel 2019 ha contribuito al 15% delle emissioni di gas serra (causate per lo più dall’allevamento di bestiame), è anche quello maggiormente colpito dai cambiamenti climatici, essendo stato piagato da una crescita esponenziale di siccità e incendi negli ultimi anni, con perdite di profitti del 23% rispetto alla media degli anni 1990-2000. Da una parte gli agricoltori temono l’applicazione di tariffe da parte dell’Unione europea e dall’altra riconoscono che azioni mirate, come l’introduzione di integratori alimentari nel mangime di mucche e pecore, potrebbero ridurre le emissioni di metano fino al 90 per cento.

Ultimo in ordine di tempo, il Business Council of Australia ha chiesto a Canberra di raddoppiare l’impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e ha svelato un piano dettagliato che consentirebbe di raggiungere l’obiettivo del 2050 e allo stesso tempo dare uno slancio all’economia con una crescita del Pil di 890 miliardi di dollari australiani entro il 2050 e circa 200mila posti di lavoro aggiuntivi entro il 2070. «L’Australia è a un crocevia» afferma il gruppo che rappresenta aziende come Bhp Billiton, Rio Tinto, Qantas e McDonald's. «Possiamo abbracciare la decarbonizzazione e assicurarci un vantaggio competitivo nello sviluppo di nuove tecnologie o rimanere indietro e pagarne il prezzo». Questa posizione è un radicale cambio di marcia rispetto a quella assunta nel 2018, quando il gruppo lobbistico criticò la proposta del Partito laburista di adottare un target intermedio del 45%, definendola “distruttiva” per l’economia del Paese. Questo rapido voltafaccia è dovuto alle pressioni di banche internazionali, fondi d’investimento e assicurazioni che sono sempre più riluttanti a investire in settori che si basano su fonti energetiche e tecnologie obsolete. Tra le proposte del Business Council figurano una rapida de-carbonizzazione della rete elettrica e l’adozione di fonti rinnovabili.

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