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Australia, così la strategia «zero-Covid» si è schiantata contro la variante Delta

La maggior contagiosità di questa mutazione del Covid-19 ha rotto le barriere che fino a ieri avevano fatto del Paese uno degli esempi più vincenti, insieme alla Cina e alla Nuova Zelanda

di Biagio Simonetta

Covid: Australia, a Melbourne torna il lockdown notturno

4' di lettura

Dopo circa un anno di resistenza e risultati decisamente confortanti, anche l’Australia è caduta. Il picco di casi di queste settimane - il più alto da quando è esplosa la pandemia - sembra una sentenza: la variante Delta ha sgretolato la strategia zero-Covid.

La maggior contagiosità di questa mutazione del Covid-19 ha rotto le barriere che fino a ieri avevano fatto del Paese uno degli esempi più vincenti, insieme alla Cina e alla Nuova Zelanda.

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Il tracciamento è saltato, perché il virus si diffonde troppo più velocemente rispetto al passato. E le classiche 30 ore per rintracciare un contatto di un positivo, sono diventate un'eternità. Con Delta, il Covid è diventato una bestia indomabile e velocissima. Ed è per questo che le autorità locali hanno deciso di cambiare passo e metodo.

Il primo ministro, Scott Morrison, in un intervento pubblicato su News.com.au ha detto che le cose stanno per cambiare: «Quando non sapevamo nulla di questo virus - ha scritto il premier - era importante concentrarci sul numero di casi perché il nostro sistema ospedaliero non sarebbe stato in grado di farcela. Da allora molto è cambiato. Oltre al numero di nuovi casi dobbiamo pensare a come riappropriarci delle nostre vite in un mondo con il Covid. Il numero di nuovi casi è importante, ma è solo una parte della storia».

Il punto centrale è che gli australiani non ce la fanno più. Da ormai troppe settimane, le due principali città del Paese (Sidney e Melbourne) stanno vivendo in lockdown pesantissimo. E gli animi dei cittadini si stanno esacerbando. Così Morrison ha capito che la strategia “zero-Covid” non funziona più.

Il cambio di passo

Dall’inizio della pandemia l’Australia ha utilizzato un approccio (soprannominato “zero-Covid”) molto duro e deciso, calpestando i focolai fino a spegnere anche l’ultimo caso di positività e a qualunque costo.

Sin dall'inizio della pandemia, il Paese (ma anche la Nuova Zelanda e altri Paesi del Pacifico) ha chiuso i confini e istituito hotel di quarantena per tenere alla porta il virus fino a quando non fossero disponibili i vaccini. Ancora oggi, più di 30.000 australiani all’estero stanno aspettando di tornare a casa a causa dei limiti imposti dal governo sui rientri.

L’Australia, insomma, si è isolata dal resto del mondo. E ha agito con forza (lockdown duri e contact tracing efficace) nei pochi casi di focolai esplosi. In tutto questo, per la maggior parte del 2020 la vita in Australia è andata avanti come al solito, con scuole, ristoranti e teatri aperti e nessuna mascherina obbligatoria.

Fino al 25 agosto scorso, l’Australia aveva registrato 39 decessi per covid-19 per milione di persone, rispetto a circa 1.700 per milione in Europa. Una strategia vincente, insomma. Una strategia che, come detto, si è però infranta sul muro della variante Delta. Più della metà degli australiani è finita in lockdown da giugno scorso.

Melbourne ha vissuto più di 200 giorni di chiusure rigide dall’inizio della pandemia. Da qui il piano per abbandonare il paradigma “zero-Covid” e accettare che i casi, e in misura minore i decessi, aumentino.

Il governo, in sostanza, ha deciso che i casi potranno aumentare finché gli ospedali saranno in grado di farvi fronte. E il piano per il futuro sembra chiaro: eliminare la maggior parte delle restrizioni una volta vaccinato l’80% degli adulti, il che sembra realizzabile entro la fine dell'anno.

Campagna di vaccinazione in ritardo

Quanto in alto aumenteranno le infezioni dipende da quanto velocemente gli australiani vengono vaccinati. Ad oggi, circa un quarto della popolazione è completamente vaccinata (percentuale molto bassa, rispetto al 50-60% di europei e americani).

C’è da tenere in considerazione, inoltre, che quasi nessun australiano ha acquisito l’immunità in modo naturale, attraverso l’infezione. La campagna di vaccinazione australiana è iniziata in ritardo a causa dei ritardi nelle forniture.

Inoltre, il Paese ha pagato lo scotto di aver puntato molto – in fase di preordini – su un vaccino che poi non ha superato gli studi clinici. Anche la distribuzione dei vaccini approvati (soprattutto AstraZeneca) ha subito dei ritardi importanti, coi 40mila medici di famiglia sparsi per il Paese che hanno dovuto fare i conti con numerosi ostacoli logistici.

Una prima accelerazione nella campagna vaccinale si è vista a partire da una decina di giorni fa.

La “zero-Covid” sta fallendo ovunque

Va detto che il fallimento della strategia “zero-Covid” non è un fatto solo australiano. Gli indici di contagio sono aumentati anche negli altri Paesi ritenuti - fino a un mese fa - il fiore all’occhiello del contenimento pandemico.

La Nuova Zelanda e il Vietnam, per esempio, stanno facendo i conti con picchi di infezioni dovuti, anche stavolta, alla velocità della variante Delta. E in entrambi i casi sono stati imposti lockdown molto rigidi. Rimane un unico baluardo: la Cina. Nonostante Delta, il Paese del Dragone sembra aver arginato i nuovi focolai portando i casi locali prossimi allo zero in qualche settimana. Anche in Cina, però, la discussione sulla strategia “zero-Covid” si sta infiammando.

Uno degli scienziati più autorevoli del Paese, Zeng Guang, ha recentemente spiegato in un’intervista a un quotidiano cinese che questo approccio non può durare per sempre, e che la Cina «non può isolarsi dal mondo, mentre si appresta ad ospitare i giochi olimpici invernali del 2022».

Qualche giorno dopo, lo stesso Guang ha in parte ritrattato queste affermazioni, spiegando di essere stato frainteso. Ma l’impressione è che anche la Cina, prima o dopo, dovrà fare i conti con i nuovi equilibri imposti da un virus che potrebbe diventare endemico.

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