il percorso - Torviscosa

Autarchia metafisica in nome della cellulosa

Nella pianura friulana, al confine con la Slovenia, l’esperimento mussoliniano, guidato da Franco Marinotti, di creare una città industriale a partire dall’impianto della Snia. Il poema di Marinetti e le case degli operai

di Giuseppe Lupo


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5' di lettura

Un Friuli appartato e pianeggiante, di un verde introverso come solo può essere un colore quando sconfina con l’inconsueto, fa da cornice agli edifici in mattoni rossi che oggi rendono Torviscosa l’enclave di un’epoca dimenticata. Basta un colpo d’occhio per accorgersene. Sono costruzioni che ricordano lo stile inglese di opifici ottocenteschi, ma forma e disposizione sono tipici del razionalismo rurale anni Trenta: struttura quadrata o rettangolare, piazze vuote, porticati deserti, torri che paiono costruite con la sobrietà di un righello e dove anche le ombre contribuiscono a creare l’atmosfera sospesa di un Novecento che De Chirico ha raccontato nelle sue tele.

Un micromondo crocevia

Più che un agglomerato creato dal nulla di una campagna da bonificare e cresciuto intorno alla fabbrica secondo la disposizione gerarchica degli alloggi per operai e impiegati, Torviscosa è uno spazio metafisico, un micromondo al crocevia di molte traiettorie: industria, urbanistica, sociologia, politica. Siamo a pochi chilometri dal confine sloveno, dentro un intrico di alberi, cavi elettrici, binari e canali, e il mare ventilato che bagna Trieste lascia traccia della sua esistenza nell’umido dell’aria, nella percezione di una calma poco adatta a questa marca di confine, dove storicamente i popoli si sono attratti e respinti, uscendo dai libri di Carlo Sgorlon come da una favolosa invenzione epica. L’orizzonte sembra aprirsi alla Mitteleuropa di Claudio Magris, a quel silenzio pomeridiano che si respira nelle salette dei caffè di Gorizia, al di qua dei vetri protetti da tende, o nella sconfinata varietà di inflessioni linguistiche che accompagna il corso lento e zigzagante del Danubio. Ma è solo una percezione ingannevole: anziché il Danubio, scorre un canale stretto e rettilineo, ideale per convogliare gli scarichi industriali, e la Mitteleuropa, ammesso che sia esistita davvero, è qualcosa di interiore e di lontano, relegato nel mito.

Si arriva in auto senza rischio di sbagliare direzione. Dal lato mancino si incontrano i cancelli della vecchia fabbrica tessile, la Snia Viscosa, che cominciò a produrre cellulosa nel 1938 ed è ormai chiusa da decenni, sebbene ancora integra nelle strutture: uffici, scalinate, tettoie, magazzini, comprese le due torri Jensen che si lanciano verso il cielo, riproducendo l’icona di un fascio littorio. A destra si apre invece una specie di anfiteatro, delimitato da costruzioni che sul frontone recano scritto, a caratteri cubitali, “Ristoro” e “Teatro”. Anche la loro presenza avvalora l’ipotesi di essere arrivati in un museo a cielo aperto, dove le stratificazioni degli anni non hanno modificato i caratteri di un fascismo che da queste parti ha riprodotto il gusto estetico di una Bauhaus, anche se dalle ambizioni minori, di periferia.

Un museo a cielo aperto

Qui tutto concorre a dare il senso di una frontiera, come se un’invisibile soglia d’ingresso consentisse il gioco infantile di scomporre e ricomporre il Novecento in tante stanze e di attraversarle una per una con l’euforia di una visita al luna park. È quel che accade, per esempio, varcando la porta del Ristoro: tavolini tondi, salottini di stoffe damascate o di vilpelle, lampade da terra con paralume. Pupi Avati non ci penserebbe due volte a scegliere questo locale come set per qualcuna delle sue introverse storie, ambientate nella Bassa. Forse anche Edward Hopper avrebbe immaginato una delle eleganti signore dei suoi quadri, sedute a conversare nella luce fioca del paralume. Dall’anfite atro comincia un viale che passa in mezzo a due muretti rivestiti di lillà e che sfiora la piscina e conduce fino ai giardini pubblici, disegnati da Pietro Porcinai, uno dei più accreditati architetti del paesaggio.

La prospettiva perfettamente lineare trasmette un’aria di quiete geometrica, ma riproduce anche un senso di spaesamento che per certi versi diventa addirittura artificio del tempo, percezione di un silenzio imposto dalla Storia, quasi il mondo avesse proseguito altrove la sua corsa, destinando questo fazzoletto di terra all’enigma di un’eterna giovinezza. Siamo dentro un paradosso: la fabbrica e i quartieri, che cominciarono a vivere in pieno fascismo, paiono non aver subito trasformazioni per il solo fatto di essere stati concepiti fin dall’origine come emblema di una modernità, sia pure trapiantata dall’oggi al domani, in poco meno di un anno, appena dopo la svolta autarchica.

Se davanti all’ingresso della fabbrica non ci fosse uno strano parallelepipedo con una piattaforma di vetri in cima, utilizzata come locale di intrattenimento per dirigenti o visitatori illustri - ma è un corpo sostanzialmente estraneo dentro questo paesaggio urbanistico, aggiunto negli anni Sessanta -, ogni cosa qui si è conservata come nei giorni in cui Filippo Tommaso Marinetti passò in visita avendo un preciso compito da assolvere: trovare ispirazione per un testo che celebrasse l’industria come mito di una nazione forte. Era il 27 agosto del 1938. Meno di un mese dopo, il 21 settembre, era stata fissata l’inaugurazione e Marinetti aveva fretta di immergersi nella complessità di un’operazione ambiziosa, osservarne i preparativi, respirare l’aria che saliva dalle paludi, assistere al completamento dei lavori, in attesa che il Duce in persona venisse a battezzare questo luogo.

Il poema di Torre Viscosa, il componimento parolibero che il fondatore del Futurismo imbastì in poche ore (e che verrà ripubblicato presto a cura di Lorena Zuccolo e Lorenzo Pinòs per le edizioni Pro Torviscosa), gli era stato commissionato dalla società Snia, che proprio qui aveva individuato il luogo adatto per piantare canneti e utilizzarne la cellulosa per la produzione della stoffa artificiale con cui sostituire la più dispendiosa seta.

Marinetti scrisse un’ossessiva apologia della cosiddetta “canna gentile”, la Arundo donax, che avrebbe modificato il destino della popolazione. «Vi rivedo in sogno quando arde il pallore febbrile della sera o voi eserciti d’infronzoliti gendarmi verdi a pennacchio sollevare un attimo il petto della pianura e spegnervi»: procedono con questa enfasi le parole del poema.

È Franco Marinotti, il presidente della Snia, l’artefice di questo miracolo, a cui è intitolato il grande piazzale a forma di anfiteatro. A lui si deve il passaggio da Torre di Zuino, come si chiamava prima, a Torviscosa: non un semplice cambio di toponimi (il nuovo glielo diede Mussolini in persona), ma un programma che rispondesse al desiderio di fondare e urbanizzare, pur negli errori di quella retorica politica, luoghi da assumere a simbolo di una civiltà. È così che Torviscosa si aggiunge a Littoria, Sabaudia, Guidonia, Aprilia. Nasce come un esperimento industriale e urbanistico - la “città della cellulosa”, così dicono le réclames sui bollettini dell’epoca -, ma poi diventa un mondo completamente reinventato nell’approccio antropologico, paradigma di una progettualità che ha prodotto benessere fino a quando, dopo aver dato lavoro ad almeno due generazioni, oltre le soglie della guerra, della ricostruzione e del boom economico, l’intero settore chimico non è entrato in crisi e la fabbrica è stata chiusa.

Rimane attivo soltanto un piccolo laboratorio destinato alla ricerca della Società Bracco. Ora di quell’esperimento restano gli edifici, che sono simili a testimoni muti, sentinelle di un’epoca entro cui si è smarrito il senso del divenire come sale della Storia.

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