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Perché Volkswagen è l’azienda più esposta al rischio coronavirus

L’industria della componentistica automotive cinese è un importante fornitore di diversi gruppi a livello globale

di Andrea Franceschi

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L’industria della componentistica automotive cinese è un importante fornitore di diversi gruppi a livello globale


3' di lettura

Il settore automobilistico rischia di essere tra i più penalizzati dalla diffusione del Coronavirus . In parte per effetto dell’inevitabile calo dei consumi sul gigantesco mercato cinese. In parte per la riduzione della produzione per l’effetto della chiusura forzata degli stabilimenti prevista nell’ambito delle misure di contenimento del contagio decise dalla Repubblica popolare. Per questo motivo S&P Global Ratings ha rivisto al ribasso le stime sia sulla produzione sia sulle immatricolazioni.

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L’impatto sulla produzione

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L’industria della componentistica automotive cinese è un importante fornitore di diversi gruppi automobilistici a livello globale e la chiusura delle fabbriche decisa dalle autorità cinesi come misura precauzionale per arrestare la diffusione del virus comporterà - è la stima di S&P Global Ratings - un calo della produzione del 15% nel primo trimestre dell’anno. Si tratta di uno stop tale da pregiudicare la ripresa della produzione che gli analisti avevano messo in conto dopo il -4,2% e il -7,5% fatto registrare rispettivamente nel 2018 e nel 2019. Tutto ciò avrà effetti a cascata sulla catena di approvvigionamento di tutta l’industria dell’auto a livello globale. Prova ne sia che le case automobilistiche, tra cui la stessa Fca, stanno registrando problemi sulla fornitura di certa componentistica.

L’impatto sulle vendite
L’impatto ci sarà anche sulle immatricolazioni in Cina: «Dopo una flessione delle immatricolazioni da 28 a 25mila unità tra il 2018 e il 2019 avevamo messo in conto una crescita tra l’1 e il 2% per quest’anno» scrivono gli analisti che tuttavia non si sbilanciano nel fare nuove previsioni considerando l’incertezza sull’evoluzione dell’epidemia.

LA PRESENZA IN CINA DEI BIG AUTO

Percentuale sul totale della produzione. Dati in percentuale (Fonte: LMC)

LA PRESENZA IN CINA DEI BIG AUTO

Volkswagen la più esposta
Tra i grossi gruppi delle quattro ruote quello più direttamente esposto al calo di produzione e immatricolazioni è Volkswagen che nella Repubblica Popolare fa quasi il 40% della sua produzione (tra componenti e veicoli assemblati) in 23 stabilimenti. Sebbene il grosso degli impianti sia nell’area di Shanghai (lontano dall’epicentro dell’epidemia) gli analisti hanno messo in conto una chiusura prolungata degli impianti. L’agenzia di rating ha stimato per quest’anno vendite per 4,1 milioni di unità (in calo rispetto alle 4,2 del 2019). Tra le multinazionali dell’auto la casa di Wolfsburg è in assoluto quella che vende di più in Cina. La seconda in classifica è General Motors che fa il 19% della produzione nella Repubblica Popolare e vende meno della metà di Volkswagen.

Nissan e Honda pagano la vicinanza geografica
Tra le aziende più direttamente colpite ci sono anche le case giapponesi. In particolare Nissan: in Cina fa il 30% delle vendite e il 31% della produzione e ha fatto della Repubblica Popolare il perno della sua strategia di sviluppo di nuovi modelli ibridi ed elettrici. Direttamente interessata è anche Honda che fa il 30% delle vendite e della produzione in Cina e che ha il grosso delle attività proprio nella città di Wuhan dove l’epidemia è esplosa. Impatto minore invece su Toyota che fa il 15,5% della produzione e il 16,7% delle vendite nel Paese asiatico. Anche Toyota come Nissan tuttavia ha investito in Cina in vista del lancio dei nuovi modelli elettrici.

Fca e Psa le meno colpite
Sebbene Fiat Chrysler Automobiles abbia comunicato problemi sull’approvvigionamento di componenti dalla Cina la sua presenza è limitata in termini di produzione e vendite. Lo stesso vale per la big francese Psa con cui è in programma una maxi fusione.

Componentistica: Bosch la più vulnerabile
Anche sul fronte della componentistica la situazione è critica. In particolare per il colosso Bosch che ha riportato ricavi per ben 14 miliardi di euro in Cina. La casa tedesca ha due importanti impianti nella “zona rossa” di Wuhan. Il timore espresso dagli analisti è che una prolungata chiusura degli impianti possa compromettere la già debole redditività dell’azienda. Gli impianti cinesi di Bosch sono stati chiusi per ordine delle autorità. In alcuni casi fino al 13 febbraio.

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