Ripresa lenta

Auto, produzione ancora in caduta

Nel primo quadrimestre il settore ha perso il 36,9% della produzione rispetto al 2019

di Filomena Greco

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Nel primo quadrimestre il settore ha perso il 36,9% della produzione rispetto al 2019


3' di lettura

La ripresa lenta degli stabilimenti Fiat Chrysler in Italia rappresenta la cartina al tornasole per l’intero comparto automotive italiano, fiaccato da un mercato che non riparte e dalle difficoltà dei produttori europei.

Il crollo della filiera

L’intero settore ha perso nel primo quadrimestre dell’anno il 36,9% della produzione rispetto al 2019, praticamente il doppio rispetto al -18,7% registrato dall’intera manifattura italiana da gennaio ad aprile scorso. Ad aprile, in particolare, sono state prodotte in Italia 400 autovetture contro le 49mila dell’anno prima: un quasi azzeramento nel mese che si traduce in un dimezzamento della produzione dall’inizio dell’anno (-45%). In questa fase si lavora a ritmi quasi normali alla Sevel – dove si producono i Ducato – mentre lo stabilimento di Melfi – dove nascono le Jeep e la Fiat 500X – tornerà a produrre il primo luglio prossimo, dopo una prima riapertura. Pomigliano, la fabbrica della Fiat Panda, ha invece ricominciato solo da qualche giorno. La produzione non è sostanzialmente ripartita né a Cassino (stabilimento di riferimento per le vetture Alfa Romeo) né nel polo Maserati di Torino, tra Grugliasco e Mirafiori.

L’Acea, l’Associazione delle aziende della filiera automotive in Europa, ha quantificato l’impatto che il lockdown e le misure di contenimento della diffusione della pandemia hanno avuto nell’intera area: sono stati due milioni e mezzo gli autoveicoli prodotti in meno nel periodo, con l’Italia gravata da un gap pari a 158mila unità e gli altri paesi produttori a salire – 263mila in Uk, 278mila in Francia, oltre 450mila in Spagna e 617mila in Germania. Una frenata drammatica, che ricade sui volumi dei componentisti italiani visto che proprio Germania, Spagna, Francia e Regno Unito sono stati nel corso del 2019 i primi quattro paesi di destinazione delle esportazioni di prodotti dell’automotive Made in Italy, mercati che assorbono la metà dell’export in valore.

Paolo Scudieri, a capo dell’Anfia, a cui aderiscono le imprese del settore automotive, parla della necessità di un piano integrato di sostegno alla filiera industriale dell’auto, tra le più colpite dalla pandemia da Covid-19. Questo il tema al centro dell’intervento durante gli Stati generali dell’Economia. «Bisogna varare subito un piano integrato di sostegno al settore automotive per salvaguardare la filiera – aggiunge – ed evitare che l’Italia perda di competitività». Ogni 100mila auto non immatricolate c’è un mancato gettito per lo Stato pari a 500 milioni, sottolinea Scudieri. «Per reggere la sfida il sistema industriale deve puntare su filiere forti, aziende capitalizzate e capaci di crescere all’estero attraverso acquisizioni, formazione avanzata, su questo – conclude – abbiamo registrato una disponibilità da parte del Governo».

La partita degli incentivi

Il settore dell’auto sostiene da settimane in maniera compatta la necessità di varare un piano di incentivi per la ripresa del mercato. Tutto si gioca in sede di dibattito sugli emendamenti al decreto Rilancio. Sul tavolo l’ipotesi di misure che possano rilanciare la domanda già nel 2020, con un’estensione dell’ecobonus in vigore da alcuni mesi alle auto ad alimentazione alternativa con emissioni di CO2 da 61 a 95 g/km. Si ragiona poi sulla possibilità di bonus che favoriscano lo smaltimento delle auto in stock mentre da qualche giorno circola l’ipotesi di incentivi per i modelli con emissioni superiori alla soglia voluta da Bruxelles (da 95 a 110 g/km). Ipotesi che non trova d’accordo le rappresentanze sindacali: «Si tratta di una fascia di emissioni penalizzata dalla Commissione, riteniamo che aiuti in questa direzione rappresentino una contraddizione, con effetti controproducenti» sottolinea Gianluca Ficco della Uilm. Le risorse pubbliche, sottolinea Michele De Palma della Fiom, «devono servire a un piano che favorisca la transizione, industriale e di mercato, utile a garantire gli obiettivi Ue e la ripartenza della ricerca, dello sviluppo e della produzione con la conseguente tutela degli addetti».

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