ANALISI

Auto vecchie, ecco chi sono gli italiani che non se ne disfano e perché

di Pier Luigi del Viscovo


Giovanna, l'architetta che restaura le vecchie Fiat 500 a Roma

3' di lettura

Molti conservano il ricordo che i nostri genitori la macchina la tenevano tanti anni, mentre oggi la si cambia più frequentemente. Sarà, ma una volta le macchine poi finivano allo scasso. Adesso invece sembrano avere più vite di un gatto e vengono vendute. L'anno scorso un'auto ogni dieci vendute usate era stata immatricolata nel secolo scorso, ossia aveva già vent'anni nelle ruote. Un fenomeno che sta crescendo proprio in questi anni. Sempre nel 2018, le vetture usate con oltre 10 anni di vita erano il 43% degli oltre 3 milioni di trasferimenti, rispetto al 29% del 2012, appena sei anni prima. Alla luce di questa attività di compravendita, non ci possiamo sorprendere se poi scopriamo quanto il nostro parco circolante sia vecchio. Nel 2018, su 39 milioni di targhe registrate al PRA, quasi il 17% risultava avere oltre 20 anni. Alla fine del secolo scorso la percentuale era l'8%, meno della metà. In numeri assoluti, le “signorine” ultraventenni sono passate da 2,7 milioni del 2000 a 6,5 milioni del 2018.

Perché dunque si conservano e si usano auto così vecchie? Proprio negli anni in cui l'assistenza preventiva e programmata ha affiancato quella riparativa, che si occupava dell'auto solo quando non camminava più – famosa la frase: “guardi, 100.000 chilometri senza mai aprire il cofano!”. Hanno affrontato il tema gli esperti del settore, riuniti venerdì 12 alla Capitale Automobile, evento promosso da Agos e curato da Fleet&Mobility. Ovviamente, fenomeni così vasti hanno più di una motivazione, ma due sembrano di maggiore rilevanza.

Da un lato, il fattore demografico. Ci sono molti più anziani. Se alla fine del secolo le persone over 65 anni erano poco più di 10 milioni, nel 2018 hanno sfiorato i 14 milioni, con un incremento superiore al 33%. Non è irrealistico pensare che un automobilista di 70/80 anni abbia meno inclinazione di un giovane adulto a cambiare l'auto. Forse perché tende a usarla meno, o perché c'è abituato e non vuole lo stress di un'altra vettura. Magari è meno sensibile alle innovazioni tecnologiche che accompagnano le nuove proposte. Forse ha anche delle priorità economiche diverse, con le difficoltà che molti giovani adulti incontrano e che li portano a dipendere ancora, in parte, dai genitori.
Dall'altro lato, non è un mistero che le auto abbiano fatto dei progressi enormi in termini di qualità. L'ultimo decennio del secolo scorso ha visto diffondersi alcune innovazioni che hanno contribuito ad allungare la vita delle vetture, dalle vernici resistenti alla ruggine all'airbag, dall'ABS all'aria condizionata. Certo, non sono mancate negli ultimi vent'anni innovazioni altrettanto importanti. La tecnologia di bordo, la riduzione dei consumi e delle emissioni inquinanti, e soprattutto il body, con l'avvento dei SUV e dei crossover. Tuttavia, è innegabile che si tratti di evoluzioni più selettive, che richiedono qualità non sempre largamente diffuse tra gli automobilisti. Parliamo della sensibilità all'ambiente o all'estetica, per non dire della capacità di utilizzare dispositivi avanzati – che è quanto stanno scoprendo i grandi produttori di smartphone, i cui modelli di punta fanno fatica a sfondare tra il grande pubblico, che trova poco percettibili o apprezzabili le differenze con i modelli precedenti, sicuramente non paragonabili al passaggio dalla tastiera al touchscreen.

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Insomma, se nel secolo scorso i clienti erano più inclini a giubilare le vetture che raggiungevano la maggiore età, adesso si mostrano molto più conservativi, perché più vecchi loro e perché meno vecchie le macchine. Apparentemente, non un problema dell'industria, che si rivolge ai compratori di auto nuove, distanti dai possessori di macchine del ‘900. Queste però fanno da tappo, data la quantità assoluta di vetture in circolazione, 630 ogni mille abitanti.

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