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Auto, la via obbligata alle alleanze. Gli investimenti spingono le fusioni

Alleanze indispensabili tra i grandi gruppi che puntano a raggiungere il target di 15 milioni di vendite. Il nodo delle piattaforme modulari: il modello Vw e il ritardo di Fiat Chrysler

di Alberto Annicchiarico e Mario Cianflone


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5' di lettura

Quota 15 milioni di auto vendute. Sembra essere questa la nuova soglia psicologica per i grandi gruppi ed era proprio questo il volume della produzione atteso dalla svanita (almeno per ora) fusione tra Fca e Renault-Nissan. Nell’industria dell’auto stanno cambiando i paradigmi tecnologici (elettrificazione, digitalizzazione, guida assistita) e con essi si stanno rivoluzionando i rapporti tra le case. Di fronte agli investimenti necessari per far fronte al cambiamento, anche solo per competere sul mercato europeo, dove i limiti alle emissioni sono sempre più stretti, le case hanno di fronte una carta già usata in passato con alterne fortune: quella delle fusioni.

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E se 10 milioni di auto prodotte ogni anno dai primi tre gruppi (Volkswagen, Toyota e Alleanza Renault Nissan Mitsubishi) non bastano più per avere sufficienti economie di scala, allora la carta della fusione diventa indispensabile soprattutto per realtà come Fca. Il gruppo guidato da Mike Manley deve dare esecuzione all'ultimo piano industriale presentato da Sergio Marchionne poco prima della sua scomparsa, il 25 luglio 2018, con l'annuncio di una lunga serie di novità soprattutto in casa Jeep (diventata la punta di diamante del gruppo) e con la crescita di Alfa Romeo di termini di gamma e di volumi. Ora per dare il via al piano non basta far vedere concept car come la Fiat Centoventi o il baby suv Alfa Romeo Tonale, ma occorre fare le auto promesse. E qui servono soldi (tanti) e piattaforme. Fca, però, non ha le risorse economiche di un gigante come Volkswagen, che sulla piattaforma modulare Mqb ha messo 60 miliardi e sulle auto elettriche ne ha destinati un'altra quarantina con i relativi ingenti investimenti destinati allo sviluppo della piattaforma Meb specifica per le vetture alla spina.

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Appare chiaro che in un'industria automotive sempre più liquida le piattaforme modulari condivise sono un punto chiave. Senza non si va da nessuna parte. Infatti, le piattaforme, dette anche architetture, sono quelle basi che permettono di costruire modelli diversi, anche di marche differenti, riducendo gli investimenti necessari perché questi vengono spalmati su differenti gamme di prodotto.

Il caso Volkswagen

Un caso da manuale è il gruppo Volkswagen, che da 7 anni usa, come si diceva, una piattaforma unificata (costata decine di miliardi) per tutti i marchi e tutti i modelli con motore trasversale prodotti da fabbriche diverse. La Mqb (Modularer Querbaukasten) è una sorta di Lego che permette di creare vetture totalmente diverse per stile, brand e tipologia, dai suv alle citycar passando dai monovolume. La modularità permette di abbattere i costi e costruire più modelli con margini maggiori. E permette anche di dare mano libera ai designer. Ed è qui che risiede anche il segreto dei sempre positivi risultati finanziari del gruppo di Wolfsburg, che non a caso per adesso non pensa a convolare a nozze (forte peraltro di ben 12 brand) e si limita a delle partnership. La più importante e ultima in ordine di apparizione quella con Ford, che scommette su auto elettriche e guida autonoma.

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La piattaforma Renault Nissan

Ma tra le piattaforme modulari importanti c’è anche quella di Renault Nissan, battezzata Cmf (Common module family), che permette di costruire vetture diverse (dai suv alle berline) di ogni marchio e con powertrain di tutti i tipi, compresi quelli elettrificati (ibridi e plug-in). In pratica l’architettura Cmf funziona come la celeberrima Mqb del gruppo Volkswagen. Fca, che ha fame di soluzioni costruttive, ora deve trovare un partner che metta a disposizione piattaforme e tecnologie moderne perché con le nuove norme europee sulle emissioni che entreranno in vigore tra il 2020 e il 2030 o si emette poca CO2 oppure si è spacciati (a suon di multe milionarie). E qui la soluzione si chiama elettrificazione (ibrido, plug-in hybrid, mild hybrid, elettrico puro).

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Psa «modulare»

Per fare questo occorrono architetture modulari di nuova generazione, come quelle di Psa. Il gruppo francese, che vede in uscita dal suo azionariato i partner cinesi di Dongfeng e che potrebbe essere a sua volta un possibile alleato di Fca, vanta infatti due famiglie di piattaforme: Emp2 (Efficient Modular Platform 2) lanciata nel 2013 e Cmp (Common Modular Platform), lanciata con la nuova DS 3 Crossback e pensata anche per la motorizzazione completamente elettrica. Da quest'anno questa piattaforma avrà una variante dotata di una catena di trazione elettrica (eCmp) ed entro il 2021 verranno lanciati 7 modelli a zero emissioni tra cui la versione elettrica della nuova Peugeot 208 e la DS 3 Crossback e-tense.

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La strategia cinese

Un altro player che può dire la sua in fatto di possibili fusioni e acquisizioni è Geely, primo produttore cinese. Il colosso asiatico è molto aggressivo e sa bene che per crescere deve accostare il suo nome a brand importanti. Lo ha fatto nel 2010 quando comprò Volvo da Ford che stava svendendo i marchi del Premier Auto Group (Volvo, Aston Martin, Jaguar, land Rover). Volvo è rinata, è stato creato il sub brand Polestar per le auto elettrificate e la stessa Geely possiede Lotus e, non dimentichiamolo, è il primo azionista di Daimler. Proprio con Daimler la casa cinese del magnate Li Shufu si è accordata qualche mese fa per produrre dal 2022 in Cina le nuove Smart interamente elettriche.

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Anche in questo caso l'ipotesi Fca non è da scartare, anche perché farebbe bene a tutti e due. Fca ha tanti brand e pochi modelli, Geely ha tecnologie e piattaforme come la Spa (Scalable Product Architecture) e la Cma (Compact Modular Architecture, pure sviluppata a Göteborg). La prima è il segreto del successo del marchio svedese. Utilizzata dal maxi suv XC90 fino alla station wagon V60, è stata sviluppata in modo tale da accogliere motori termici, ibridi e ibridi plug-in, rispondendo così all'esigenza di offrire un numero sempre maggiore di modelli elettrificati. La seconda è stata portata al debutto dal suv compatto XC40 (produrrà in Cina il suv gemello FY11) ed è attesa sulla novità 100% elettrica Polestar 2. La tecnologia condivisa fra Spa e Cma include i propulsori (sia quelli convenzionali sia le nuove varianti ibride plug-in) e i sistemi di infotainment, climatizzazione, rete dati e sicurezza.

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