componentistica

Automotive, solo una impresa su quattro è elettrica

Dalla Camera di Commercio di Torino la fotografia di un settore che conta 2.200 realtà produttive con un giro d’affari da oltre 49 miliardi

di Filomena Greco


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3' di lettura

Le filiere della componentistica auto rallentano. Colpa della frenata tedesca, dell’accelerazione tecnologica verso l’e-mobility – che rischia di mettere ai margini del sistema un pezzo del Made in Italy – e del calo del numero di auto prodotte nelle fabbriche italiane. Un mix di ragioni che pesano su un settore chiave per la manifattura, con 2.200 imprese, un terzo delle quali concentrate in Piemonte, 158.700 addetti e un giro d’affari a quota 49,3miliardi.

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La fotografia realizzata dall’Osservatorio sulla componentistica automotive della Camera di commercio di Torino, in collaborazione con Anfia e Cami-Università Ca’ Foscari, descrive un settore che in questi anni «ha fatto i compiti a casa», ha affiancato al committente Fca altri car maker – tanto che la quota di fatturato dipendente da commesse Fiat Chrysler è scesa dal 42 al 37% – e ha mantenuto alta l’attenzione per i mercati esteri esportando oltre il 70% di quanto prodotto. Ma il calo registrato a livello mondiale nella produzione di autoveicoli (96,8 milioni l’anno scorso, -1,1%) e la transizione tecnologica verso la mobilità elettrica e ibrida minacciano l’intero comparto, che rischia di perdere il passo.

Secondo la rilevazione soltanto il 23% delle imprese ha partecipato ad almeno un progetto attinente al Powertrain di nuova generazione. I componentisti italiani, dunque, non partono da zero ma sono in ritardo. «Su settori strategici come quello dell’automotive – sottolinea Paolo Scudieri, presidente dell’Anfia, l’Associazione nazionale filiera industria automobilistica, reduce dal tavolo aperto al Mise venerdì scorso – serve un’azione di sistema per scongiurare un’ ulteriore frenata e penalizzazioni dovute al rallentamento dei mercati. L’innovazione resta il tema principale, per questo abbiamo chiesto al ministro Patuanelli misure per sostenere lo shopping tecnologico e per eliminare il meccanismo del malus a carico di beni su cui gravano oggi tre tipologie di tasse».

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La cura di fronte ad un quadro di questo genere, dunque, dovrebbe essere legata a una accelerazione degli investimenti per agganciare le nuove direttrici dell’innovazione tecnologica. E invece dallo studio emerge esattamente il contrario: nell’arco di un anno la media di aziende che ha investito in ricerca e sviluppo è passata dal 73 al 69%, al 67% in Piemonte. «Il dato relativo ai minori investimenti in R&S ci preoccupa – rileva Vincenzo Ilotte, presidente della Cdc di Torino e imprenditore dell’automotive – perché questo è in un settore dove l’innovazione rappresenterà sempre più in futuro un fattore competitivo irrinunciabile, tra soluzioni 4.0 e sviluppo di nuove motorizzazioni».

Marco Stella, a capo ente del Gruppo Componenti di Anfia, mette in fila i dati, a cominciare dalle esportazioni: se nel 2018 la componentistica italiana si è posizionata bene in termini di export, con un valore di 22,4 miliardi, in crescita del 5% rispetto al 2017 e e con un saldo positivo di 6,8 miliardi, nel primo semestre del 2019 il trend si è invertito. «Il valore delle esportazioni – commenta Stella – è in calo del 2,1% e anche il surplus commerciale, pari a 3,49 miliardi, risulta in decrescita del 7,5%». Si tratta di dati, conferma Stella, «che riflettono gli effetti del calo della produzione di auto in alcuni mercati europei. La Germania ad esempio ha riportato una flessione del 10,8% nel semestre». La Germania è il primo mercato di destinazione della filiera italiana della componentistica, con 4,5 miliardi di esportazioni nel 2018. Soltanto nel mese di giugno, il calo è stato del 7,6%.

Secondo Francesco Zirpoli, direttore scientifico del Cami, «è fondamentale che le imprese della componentistica italiana si presentino in maniera coordinata ai grandi player dell’auto, per conquistare una scala internazionale». Quanto alle azioni di sistema a sostegno dell’innovazione, la chiave, secondo Zirpoli, «è quella di individuare le eccellenze tecnologiche italiane, focalizzare i nuovi driver della mobilità, non limitandosi soltanto al comparto delle auto elettriche, e sostenere percorsi pubblico-privati di ricerca e sviluppo che possano far fare il salto tecnologico alle filiere».

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