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Autonomia, ora Salvini è costretto ad agire

di Barbara Fiammeri


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AFP

3' di lettura

Le sorti del Governo dipendono e non poco anche da come si risolverà la partita sull’autonomia regionale. E il primo ad esserne consapevole è Matteo Salvini. Il leader della Lega, pur avendo vinto la battaglia per la nazionalizzazione del partito, sa bene che non può permettersi di deludere gli elettori del Nord. È da loro che tuttora dipende il primato che i sondaggi attribuiscono al Carroccio.

Un ruolo certo non marginale per alimentare questo vento del Nord lo ha avuto e continua ad averlo il processo autonomista portato avanti dai governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana. Dopo mesi di confronto e di annunci che davano per imminente la chiusura delle prime tre intese (c’è anche quella con l’Emilia Romagna), all’inizio della settimana scorsa è arrivata invece una brusca frenata. La ministra per gli Affari Regionali, la leghista Erika Stefani, al termine di un incontro con le Regioni ha ammesso che ci sono ancora «nodi politici» da sciogliere. Tradotto: non c’è accordo nel Governo. E questo vale sia sul versante del merito, ovvero su alcune delle competenze rivendicate dalle Regioni e osteggiate dai ministeri interessati (in particolare Ambiente, Trasporti e Sanità), sia su quello procedurale.

Il M5s chiede infatti di consentire al Parlamento di emendare le intese; la Lega invece si oppone, sostenendo che sulla ratifica degli accordi l’ultima parola spetta certamente al Parlamento, che si pronuncia con un sì o con un no, ma non può invece introdurre modifiche.

Si cerca una soluzione di compromesso. «Attendo dai presidenti di Camera e Senato - precisa Stefani - di capire quale sia l’iter da affrontare per il dibattito parlamentare, al quale sono totalmente aperta. Il dibattito per me è fondamentale sia prima della firma dell’intesa che nella fase successiva». Ma questo confronto per la Lega non può mai spingersi fino alla modifica parlamentare delle intese. «Potremmo ragionare sulla discussione di mozioni e ordini del giorno da accompagnare alle preintese, per indicare al Governo e alle Regioni quale strada seguire», spiega il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo. Di fatto si tratterebbe di una sorta di legge delega in cui vengono elencati i principi, lasciando poi all’Esecutivo e ai governatori la stesura definitiva dell’intesa, che poi tornerebbe davanti alle Camere solo per la ratifica.

La strada insomma resta in salita. Tant’è che lo stesso Salvini nei giorni scorsi si è limitato a sperare che sull’autonomia «almeno un primo mattone» arrivi entro le europee del 26 maggio. Sarebbe un modo per rassicurare l’elettorato del Nord, già provato dal braccio di ferro nel Governo sulla Tav e le altre grandi infrastrutture.

Ma il M5s, che ha nel Sud la sua roccaforte elettorale già pesantemente compromessa dalle sconfitte in Abruzzo, Sardegna e Basilicata, è pronto a innalzare un muro per quello che gli ortodossi hanno soprannominato «spaccaItalia» e che ha tra i principali rappresentanti il presidente della Camera Roberto Fico. E proprio a Fico peraltro si è rivolto Fabio Rampelli, deputato di Fdi e vicepresidente della Camera, sottolineando che prima di varare le intese serve una legge di attuazione dell’articolo 116 della Costituzione che faccia da cornice agli accordi. Ipotesi che per la Lega è ovviamente impraticabile perchè di fatto rinvierebbe il via libera sine die.

Salvini al contrario ha bisogno di una risposta in tempi rapidi. Il leader della Lega è convinto che superato l’ostacolo delle europee lo stallo si sbloccherà. «In caso contrario - ripetono i leghisti - salta il Governo».

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